Nel piccolo cimitero di Ignacio Zaragoza, a pochi chilometri da Misantla, nello stato messicano di Veracruz, sorge un monumento che non assomiglia a nessun altro. Non è un angelo di marmo, non è una croce dorata, non è un epitaffio solenne. È una scultura fallica di 270 chilogrammi, inaugurata nell’estate del 2022 su esplicita richiesta di una donna che aveva vissuto quasi un secolo con la stessa irriverente allegria con cui aveva scelto di essere ricordata per sempre. Si chiamava Catarina Orduña Pérez, ma tutti la conoscevano come Doña Cata. Ed è lei, con la sua ultima volontà, ad aver trasformato un angolo di provincia messicana in qualcosa di assolutamente unico al mondo.

Una donna fuori dagli schemi in una città che non la dimentica

Nata il 25 novembre 1921, Catarina Orduña Pérez aveva attraversato quasi un secolo di storia messicana con una vitalità contagiosa e una lingua tagliente. Misantla, cittadina dell’entroterra veracruzano immersa tra piantagioni di vaniglia e caffè, era il suo mondo: lì aveva cresciuto i suoi figli, lì aveva stretto amicizie con politici e gente comune, lì aveva costruito una reputazione di donna dicharachera — termine messicano che descrive chi è arguto, spiritoso, capace di far ridere con una sola parola. La sua casa era una sorta di punto di riferimento informale per la vita politica locale: candidati a governatori, deputati, sindaci venivano a trovarla non per dovere istituzionale, ma perché una chiacchierata con lei valeva più di mille discorsi preparati.

Doña Cata era una militante convinta del Partito Rivoluzionario Istituzionale (PRI), il partito che ha dominato la politica messicana per decenni, e amava definirsi “priísta de corazón”. Ma la sua vera cifra identitaria non era la tessera di partito: era la picardía, la malizia bonaria e irriverente che in Messico — e nel Veracruz in particolare — è quasi una forma d’arte popolare. Un umorismo fatto di doppi sensi, di albur, di quella complicità collettiva intorno ai tabù del corpo che nella cultura messicana ha radici profonde e orgogliose.

Il simbolo fallico tra cultura e antropologia

Per capire la richiesta di Doña Cata non basta sorridere di fronte alla sua eccentricità: occorre inserirla in un contesto culturale più ampio. La simbologia fallica ha una storia lunghissima nell’umanità, che attraversa civiltà lontanissime tra loro. Dai lingam induisti — rappresentazioni del dio Shiva venerate come emblemi di fertilità e potere cosmico — alle erme greche con il fallo eretto poste ai crocevia per proteggere i viaggiatori, fino ai primitivi amuleti romani a forma di fascinus, il simbolo del pene ha incarnato, nelle culture più disparate, concetti ben più profondi della semplice sessualità: la vita, la forza generatrice, la protezione, il coraggio.

In Messico, questa dimensione si intreccia con una tradizione di umorismo popolare che ha nell’albur la sua espressione più raffinata. Il gioco di parole a doppio senso, spesso a sfondo sessuale, è considerato una forma di intelligenza retorica, quasi un duello verbale in cui vince chi è più rapido e creativo. Doña Cata era maestra di questo linguaggio, e lo usava come strumento di connessione umana, non di volgarità gratuita.

“La escultura del amor”: un’ultima volontà diventata virale

Pochi mesi prima di morire, a gennaio 2022, Doña Cata aveva chiamato a sé il nipote Álvaro Mota Limón, ex sindaco di Misantla, e gli aveva espresso il suo desiderio con la chiarezza diretta che l’aveva sempre contraddistinta. Voleva una statua fallica sulla sua tomba. La motivazione, riferita dal nipote ai media messicani, aveva una sua logica impeccabile e quasi filosofica: “Se esistono monumenti per gli avvocati, i medici, i maestri, perché non dovrebbe esisterne uno per il membro maschile?”

La famiglia, dopo un iniziale momento di perplessità, decise di onorare quella volontà. L’incarico fu affidato ad Isidro Lavoingnet, artigiano locale specializzato nella lavorazione della lamiera plastica e nella produzione di cisterne — un uomo abituato a dare forma a oggetti utili, che questa volta si trovò a dare forma a un oggetto simbolico. Il risultato fu una scultura di 270 chilogrammi, inaugurata il 22 luglio 2022 nel cimitero della comunità di Ignacio Zaragoza. Sul cippo funebre, per volontà esplicita di Doña Cata, fu inciso l’epitaffio che lei stessa aveva dettato: “En vida y muerta siempre me la pelaron” — un’espressione idiomatica messicana che gioca sul doppio senso e rivendica, anche dall’aldilà, la sua indifferenza verso il giudizio degli altri. La scultura fu battezzata con un nome altrettanto eloquente: La Venuda.

Quando una tomba diventa meta di pellegrinaggio

Nei giorni immediatamente successivi all’inaugurazione, il cimitero di Ignacio Zaragoza si trasformò in una destinazione inaspettata. Decine di visitatori cominciarono ad arrivare da Misantla e dai comuni vicini per vedere di persona la statua, fotografarsi accanto alla tomba, portare fiori. Le immagini fecero rapidamente il giro dei social network messicani, rimbalzando poi su piattaforme internazionali e guadagnando articoli su media di tutto il mondo. Quello che era nato come un gesto privato — l’omaggio di una famiglia alla propria nonna — si trasformò in un fenomeno mediatico globale.

Il nipote Álvaro Mota Limón, commentando la vicenda, ha sottolineato come il desiderio della nonna non fosse un capriccio bizzarro ma una dichiarazione di valori: “Voleva che la gente, vedendola, ricordasse il suo carattere allegro, gioviale, la sua conversazione vivace.” La statua, insomma, non come provocazione, ma come autoritratto postumo di una donna che aveva scelto di vivere — e di morire — secondo i propri termini.

Il corpo come linguaggio politico: dal femminismo alle avanguardie artistiche

La vicenda di Doña Cata stimola una riflessione più ampia sul rapporto tra il corpo, l’arte e lo spazio pubblico. Non è la prima volta che una rappresentazione anatomica divide l’opinione pubblica e finisce sui giornali di mezzo mondo. Il dibattito sul corpo come linguaggio artistico e politico attraversa secoli di storia dell’arte, dalla scultura greca classica fino alle provocazioni delle avanguardie del Novecento. La body art degli anni Sessanta e Settanta, con artiste come Carolee Schneemann o Yoko Ono, usava il corpo — incluso quello sessualizzato — come strumento di contestazione e affermazione identitaria.

Anche in ambito funerario, la storia dell’arte conosce esempi di sepolture eccentriche e monumenti funebri che sfidano le convenzioni. Il Cimitero di Staglieno a Genova è celebre per le sue sculture realistiche e teatrali. I famedi delle grandi città hanno spesso ospitato monumenti che rispecchiavano la personalità esuberante del defunto piuttosto che il decoro imposto dal lutto. Doña Cata si inserisce in questa lunga tradizione di individui che hanno voluto che la loro tomba dicesse qualcosa di specifico su chi erano stati in vita.

Misantla, la picardía e l’identità veracruzana

C’è anche una dimensione identitaria locale che va considerata. Veracruz è uno degli stati più vivaci e creativi del Messico, con una cultura afrocaribbean forte, una tradizione musicale legata al son jarocho e al danzón, e un’attitudine alla celebrazione della vita che si esprime anche attraverso l’umorismo corporeo. La picardía veracruzana — quella capacità di trattare i tabù con leggerezza e ironia — non è semplicemente maleducazione: è una forma di resistenza culturale, un modo di affermare che il corpo non è qualcosa di cui vergognarsi, ma qualcosa da celebrare.

In questo senso, il gesto di Doña Cata non era solo individuale. Era anche, in qualche modo, un atto di fedeltà a una cultura popolare che lei aveva incarnato per quasi un secolo. Una cultura fatta di risa condivise, di doppi sensi sussurrati, di quella complicità collettiva che rende le comunità umane calde e riconoscibili.

La morte come ultima dichiarazione di identità

Antropologi e sociologi che si occupano di rituali funebri hanno da tempo evidenziato come il modo in cui scegliamo di essere sepolti — o di far seppellire i nostri cari — riveli molto su chi siamo stati e su quali valori consideriamo degni di essere tramandati. Le pompe funebri personalizzate sono oggi una tendenza in crescita in tutto il mondo occidentale, con bara dipinte, cortei in bici, celebrazioni con musica dal vivo e discorsi umoristici che sostituiscono la messa solenne. È come se le società contemporanee stessero riscoprendo ciò che molte culture antiche sapevano già: che la morte non deve essere necessariamente grigia.

Doña Cata lo sapeva istintivamente. La sua ultima volontà non era uno scandalo: era un atto di coerenza radicale. Aveva vissuto ridendo, aveva vissuto con irriverenza, aveva vissuto secondo i propri termini. Perché avrebbe dovuto morire diversamente?