Lungo via Carlo Foldi, dietro il mercato di Santa Maria del Suffragio, si materializza un’esperienza che ridisegna i confini della cucina cinese a Milano. Dragon Kitchen non si annuncia con clamore, ma si pone come un interlocutore colto nel dialogo gastronomico metropolitano, testimone di un format europeo che ha attraversato la Spagna, toccato il Portogallo e ora si radica nel capoluogo lombardo con la sicurezza di chi sa di avere qualcosa da dire.
L’insegna nasconde dodici anni di affinamento in terra iberica, un percorso che si traduce in dodici punti vendita attivi nella penisola spagnola e un punto strategico a Lisbona. L’approdo italiano rappresenta una scelta consapevole: Milano, città che metabolizza l’innovazione senza perdere il senso critico, diventa il banco di prova per un modello che sfugge agli stereotipi. Qui non troverete né il ristorante cinese di quartiere con tovaglie rosse né l’alta cucina orientale che ammicca alle stelle Michelin. Dragon Kitchen si colloca esattamente nel mezzo, tracciando una terza via che parla alla quotidianità urbana.
Il Riso Kubak: premio europeo e manifesto culinario
Quando il piatto simbolo conquista i FIBEGA Awards 2024 come migliore preparazione di cucina cinese a livello europeo, non si tratta di casualità. Il Riso Kubak 2.0 è un manifesto in forma di ricetta: riso croccante che accoglie frutti di mare selezionati, casseruola fumante che giunge al tavolo, salsa calda versata con gesto teatrale e un uovo fresco che completa la composizione. La fiamma viva che lambisce la preparazione davanti agli occhi del commensale non è semplice spettacolo, ma necessità tecnica che trasforma le consistenze, genera contrasti tattili tra croccantezza e cremosità, costruisce temperature differenti nello stesso piatto.
A diciotto euro, questa preparazione sintetizza l’approccio della cucina: immediata nella lettura, sofisticata nell’esecuzione, riconoscibile senza banalizzazioni. Accanto al Kubak, il menu attraversa le regioni cinesi con consapevolezza geografica. I wonton con olio al chili e salsa jiaozi (8,50 euro) giocano sull’equilibrio tra sapidità e piccantezza, arricchiti da cipollotto e arachidi che aggiungono note fresche e croccanti. Il pollo piccante con paprika (9,20 euro) porta in tavola il Sichuan attraverso peperoncino e arachidi, mitigati dalla freschezza del cetriolo che alleggerisce la struttura speziata.
Tra Guangdong, Sichuan e pragmatismo metropolitano
La carta attinge consapevolmente dalle cucine regionali del Guangdong, del Sichuan e del nord della Cina, evitando l’errore dell’appiattimento. Ogni piatto rispetta le matrici tecniche originali senza cedere alla tentazione della fusion forzata. I gamberi all’aglio in casseruola stile drago (12,50 euro) confermano la predilezione per cotture che mantengono sapori netti e riconoscibili, mentre l’offerta si completa con dim sum al vapore, preparazioni di tofu in stile Sichuan e noodles saltati al wok.
Particolare attenzione merita la strategia del business lunch, elemento tutt’altro che secondario nel progetto. Le formule da 12,90 euro (Dragon Bowl con antipasto e piatto unico) e 14,90 euro (antipasto, primo e secondo, acqua inclusa) intercettano la domanda dell’ufficio e del quartiere con menù bilanciati e servizio rapido dalle 12.00 alle 14.45. Il locale risponde così a un’esigenza concreta della Milano contemporanea, dove il pranzo di lavoro richiede qualità senza fronzoli e tempi calibrati.
Design essenziale e atmosfera fluida
Lo spazio rispecchia la filosofia gastronomica: cinquanta coperti distribuiti in un ambiente contemporaneo ed essenziale, dove i richiami all’immaginario orientale vengono rielaborati con sobrietà. Nessun eccesso decorativo, nessuna forzatura scenografica. Il design utilizza linee pulite e materiali che costruiscono un’atmosfera accogliente ma funzionale, coerente con l’idea di una ristorazione fluida e informale.
L’apertura serale (19.00-23.00) mantiene lo stesso registro, privilegiando la sostanza sulla forma, il dialogo sulla sovrastruttura. Il servizio attento senza essere invadente conferma un approccio che punta sulla ripetibilità dell’esperienza, qualità sempre più rara in una scena gastronomica milanese che spesso privilegia l’effetto sorpresa all’affidabilità.
Un format che guarda al futuro
Dragon Kitchen si inserisce nel panorama milanese senza proclami ma con una strategia di espansione che prevede già aperture a Roma e Bologna. Il modello si fonda sulla solidità piuttosto che sulla spettacolarizzazione, sulla frequentazione abituale anziché sull’occasione speciale. In un momento in cui la ristorazione cinese a Milano oscilla tra conservazione acritica della tradizione e sperimentazioni che perdono identità, questo format europeo propone una mediazione intelligente: rispetto delle tecniche, accessibilità dei prezzi, riconoscibilità dei sapori.
La cucina parla un linguaggio contemporaneo senza tradire le matrici culturali, offrendo un’esperienza che può essere ripetuta settimanalmente senza generare stanchezza. Milano, città abituata a divorare novità e dimenticarle in fretta, troverà in via Carlo Foldi un interlocutore diverso: uno spazio che non chiede di essere scoperto una volta, ma di essere frequentato con regolarità. La vera sfida di Dragon Kitchen non è stupire al primo assaggio, ma costruire fedeltà attraverso una qualità costante e prezzi onesti. Un obiettivo meno appariscente ma, forse, più ambizioso.

Direttore editoriale di nonewsmagazine.com | Il magazine dell’ozio e della serendipità.
Direttore responsabile di No News | La free press dell’ozio milanese.
Viaggiatore iperattivo, tenta sempre di confondersi con la popolazione indigena.
Amante della lettura, legge un po’ di tutto. Dai cupi autori russi, passando per i libertini francesi, attraverso i pessimisti tedeschi, per arrivare agli amori sofferti tra le campagne inglesi. Tra gli scrittori moderni tra i preferiti spiccano Roddy Doyle, Nick Hornby e Francesco Muzzopappa.
Melomane vecchio stampo, c’è chi lo chiama “il fondamentalista del Loggione”. Ama il dramma verdiano così come le atmosfere oniriche di Wagner. L’opera preferita, tuttavia, rimane la Tosca.


































