C’è un luogo, a Milano, dove ogni calice ha un nome e quel nome è quello di un nonno. Renen Wine, aperto nel dicembre 2025 in Largo Fra Paolo Bellintani 2, non è semplicemente un’enoteca. È un atto d’amore travestito da progetto imprenditoriale, un gesto di memoria che ha preso la forma di centinaia di etichette, di bao profumati di vapore e di un arredamento che sembra uscito dall’immaginario sofisticato di Parigi e New York insieme. Varcare la soglia di Renen Wine significa entrare in un racconto, dove la protagonista — Yaolin Zou, per tutti Jessica — ha saputo trasformare la nostalgia in visione e la gratitudine in accoglienza.
Il nome del locale non è casuale, né decorativo. In cinese, Ren significa benevolenza ed En vuol dire gratitudine: i due caratteri che compongono il nome del nonno di Jessica, l’uomo che le ha insegnato che l’ospitalità è un’arte e che la famiglia è il valore più duraturo. Aprire questa enoteca portandone il nome è stato, per la fondatrice, il modo di tenere viva una presenza. Un gesto che si percepisce nell’atmosfera del locale ancora prima di sedersi.
La storia di Jessica Zou: da Hangzhou a Porta Venezia, passando per Bergamo
Capire Renen Wine significa capire chi l’ha voluto. Jessica Zou arriva dalla Cina da bambina, dalla zona di Hangzhou vicino a Shanghai, e cresce immersa nel mondo della ristorazione, tra i ristoranti dei genitori a Bergamo negli anni Ottanta. Quella crescita tra i fornelli altrui, tra il profumo del brodo cinese e il chiasso di una sala da pranzo italiana, ha lasciato tracce profonde. La passione per il vino arriva in un secondo tempo, quasi per caso e poi sempre più deliberatamente: un percorso da sommelier, viaggi in Italia e all’estero alla ricerca di piccoli produttori, anni di gestione del ristorante di famiglia Su Garden in via Tenca a Milano.
Poi, maturata la convinzione che i ristoranti cinesi in Italia meritassero una proposta enologica degna della loro cucina, Jessica compie il passo definitivo. Perché nei ristoranti cinesi — lo dice lei stessa con una lucidità disarmante — la carta vini si riduce spesso a un Prosecco, un Fiano e un Chianti. E invece il vino giusto può valorizzare ogni piatto, anche il più complesso, anche il più lontano dalla tradizione mediterranea. Da questa convinzione nasce Renen Wine, in quello che era già un locale dedicato alle bollicine, reinventato con personalità nuova.
L’ambiente: un’estetica cosmopolita tra Milano, Parigi e New York
Seduti nell’isola pedonale di Porta Venezia, a pochi passi dalla movida di via Lecco, Renen Wine offre tra i 40 e i 50 posti a sedere divisi tra un interno curato e un dehors che nelle giornate di sole diventa il palcoscenico ideale per osservare Milano che scorre. L’ambiente è quello di un locale moderno e accogliente, dove il design richiama atmosfere cosmopolite: linee pulite, materiali caldi, un’illuminazione studiata che non abbaglia ma avvolge. Niente di ostentato, niente di superfluo. L’estetica è quella di chi ha viaggiato molto e ha imparato a selezionare con cura.
Il quartiere fa il resto. Porta Venezia è diventata negli ultimi anni uno degli epicentri più vivaci della trasformazione gastronomica milanese, un ecosistema dove si incontrano pizzerie gourmet, wine bar di ricerca, cucine etniche di qualità e sperimentazioni ibride. Renen Wine si inserisce in questo fermento senza gridare, con la discrezione di chi sa di avere qualcosa di genuinamente originale da offrire. In poco tempo è già diventato punto di riferimento per milanesi abitudinari e per i molti stranieri che frequentano il quartiere.
La carta dei vini: oltre 300 etichette e qualche sorpresa dalla Cina
Il cuore pulsante di Renen Wine è la sua cantina di oltre 300 etichette, una selezione costruita con il rigore di chi ha studiato e la curiosità di chi non si accontenta mai delle risposte facili. Jessica ha lavorato per costruire un catalogo che spazia tra cantine rinomate e realtà artigianali italiane, privilegiando sempre la qualità e l’identità del territorio. Ogni bottiglia ha una storia da raccontare, ogni etichetta è stata scelta con un criterio preciso.
Ma la vera sorpresa, quella che rende Renen Wine unico nel panorama meneghino, sono alcune referenze provenienti dalla regione cinese della Ningxia: Cabernet Franc e altri vitigni internazionali lavorati con ispirazione borgognona e bordolese, scelti da Yaolin per la loro personalità inattesa e per la capacità di offrire un punto di vista inedito rispetto ai vini europei. Non è una concessione folkloristica ma un gesto di coerenza identitaria: portare nel calice anche quella parte del mondo da cui Jessica viene, con la stessa serietà con cui si porta in tavola un Barolo o un Riesling alsaziano. La rubrica social Tell Me Wine, lanciata da Jessica con fare divulgativo e coinvolgente, racconta queste scelte in modo personale e appassionato, generando già un seguito significativo.
La cucina: bao fatti in casa e abbinamenti che riscrivono le regole
La proposta gastronomica di Renen Wine non è mai stata pensata come semplice accompagnamento da aperitivo. L’intenzione di Jessica è sempre stata più ambiziosa: costruire un dialogo coerente tra il calice e la cucina. Ecco allora che accanto a una proposta di stuzzichini più classici — olive di Cerignola, fave e mandorle tostate, taralli lucani dell’Antico Granaio, grissoni artigianali del Panificio Bertarini, soppressata calabrese e formaggi selezionati — il locale si spinge in territorio inedito.
I protagonisti assoluti sono i bao cinesi fatti in casa, preparati dallo chef Akai di Su Garden: soffici fagottini di pasta lievitata al vapore, farciti con ripieni che profumano di Oriente ma dialogano con grande naturalezza con i vini in carta. Il bao è cibo antico e popolare, radicato nella tradizione culinaria cinese da secoli, ma nella versione proposta da Renen Wine diventa uno strumento di mediazione culturale e gastronomica. L’abbinamento tra un bao al maiale brasato e un Pinot Noir di piccolo produttore borgognone non è una provocazione, è quasi un’ovvietà, quando si ha la visione giusta per immaginarlo. Jessica ce l’ha.
La ricerca sull’abbinamento vino-cucina cinese è, in fondo, il progetto più originale che Renen Wine porta avanti. In un momento in cui Milano si interroga sempre di più su cosa significhi mangiare bene — e bere bene — in una città multiculturale, questo locale offre una risposta concreta, elegante e priva di provincialismo.
Renen Wine come indirizzo da segnare: tra enoteca, wine bar e progetto culturale
Quello che colpisce di Renen Wine, alla fine della visita, è la coerenza del progetto. Non c’è nulla di approssimativo, nulla che sembri aggiunto per fare volume o per seguire una moda. La selezione dei vini, la scelta dei produttori artigianali per il cibo, l’identità del nome, persino la rubrica social: tutto rimanda a una visione precisa, costruita con pazienza e guidata da una passione che si percepisce autentica. Jessica Zou non ha aperto un’enoteca per fare tendenza. L’ha aperta per raccontare chi è, da dove viene e cosa ha imparato nel mezzo mondo che ha attraversato tra Hangzhou e Milano.
In una città che spesso rischia di confondere il nuovo con il migliore, Renen Wine è un promemoria utile: a volte le storie più originali nascono dalla sintesi tra mondi apparentemente distanti, e il vino — con la sua capacità di contenere storia, territorio e carattere in un solo sorso — è il linguaggio più adatto per raccontarle. Porta Venezia ha trovato il suo indirizzo di riferimento per chi ama i vini di qualità e vuole viverli in un contesto capace di aggiungere significato a ogni calice.

Direttore editoriale di nonewsmagazine.com | Il magazine dell’ozio e della serendipità.
Direttore responsabile di No News | La free press dell’ozio milanese.
Viaggiatore iperattivo, tenta sempre di confondersi con la popolazione indigena.
Amante della lettura, legge un po’ di tutto. Dai cupi autori russi, passando per i libertini francesi, attraverso i pessimisti tedeschi, per arrivare agli amori sofferti tra le campagne inglesi. Tra gli scrittori moderni tra i preferiti spiccano Roddy Doyle, Nick Hornby e Francesco Muzzopappa.
Melomane vecchio stampo, c’è chi lo chiama “il fondamentalista del Loggione”. Ama il dramma verdiano così come le atmosfere oniriche di Wagner. L’opera preferita, tuttavia, rimane la Tosca.


































