Erano le undici di sera a Uppsala, Svezia, quando un suono ancestrale cominciò a propagarsi tra i palazzi del quartiere studentesco di Flogsta. Non era un allarme, non era una protesta. Era semplicemente un urlo — anzi, centinaia di urla — che si levavano simultaneamente da finestre e balconi aperti nel buio invernale. Il flogsta scream, o elvavrålet, «il ruggito delle undici», è una tradizione nata decenni fa tra gli studenti fuori sede di Uppsala e di altre università svedesi: ogni sera, a quell’ora precisa, ci si affaccia e si grida verso il cielo. Nessun motivo dichiarato, nessuna causa comune. Solo il bisogno primordiale di emettere un suono che dica: sono qui, esisto, e questa sera è stata lunga.

Urlare non è solo sfogo: la scienza dietro il grido

Quella che potrebbe sembrare una bizzarria goliardica nordica si inserisce oggi in un fenomeno culturale di portata molto più ampia. In tutto il mondo occidentale, urlare — da soli o in gruppo — sta diventando una pratica consapevole, quasi una forma di igiene emotiva. E la psicologia non si limita a tollerarlo: in certi contesti, la sostiene.

Quando si urla, il corpo risponde in modo misurabile. La produzione di adrenalina aumenta, i muscoli della gola e del diaframma si contraggono con forza, e — secondo alcune ricerche nel campo della neurobiologia delle emozioni — si osserva una temporanea riduzione dell’attività dell’amigdala, la struttura cerebrale coinvolta nella risposta alla paura e allo stress. Il dottor Steven Stosny, psicologo americano esperto di regolazione emotiva, ha descritto come le espressioni vocali intense possano fungere da «valvola di pressione» per il sistema nervoso autonomo, a patto che non diventino un meccanismo cronico di evitamento.

Non si tratta dunque di regressione, ma di rilascio fisiologico: qualcosa che il corpo, spesso ingabbiato nelle convenzioni sociali del silenzio e dell’autocontrollo, riconosce come necessario.

Dai club britannici ai raduni americani: una mappa del grido contemporaneo

La tendenza ha trovato forma organizzata in modi sorprendentemente diversi. Nel Regno Unito sono nati negli ultimi anni diversi club dell’urlo all’aria aperta, spesso riuniti in parchi o radure fuori dalle città. I partecipanti — professionisti stressati, genitori esauriti, giovani schiacciati da aspettative impossibili — si danno appuntamento per gridare insieme, ognuno verso il proprio vuoto personale.

Negli Stati Uniti, la stampa locale ha cominciato a pubblicare vere e proprie guide su dove urlare nelle grandi città: Los Angeles, Boston, Seattle. Alcune spiagge ventose, certi ponti industriali, le colline sopra la baia di San Francisco. Luoghi dove il vento porta via il suono abbastanza in fretta da non disturbare nessuno, ma abbastanza lentamente da farti sentire ascoltato dall’universo.

Il fenomeno non è esploso nel vuoto. Arriva dopo anni di pandemia, isolamento sociale, e una crisi di salute mentale globale che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha descritto come una delle emergenze sanitarie più sottovalutate del decennio. In questo contesto, il grido collettivo assume una valenza quasi politica: è la risposta somatica di una generazione che ha imparato a gestire le emozioni sui social media, spesso in silenzio, spesso in solitudine.

La cultura pop ha anticipato tutto: dal cinema alla serialità

Non è un caso che il cinema e la serialità televisiva abbiano moltiplicato negli ultimi anni le scene di urlo. Non più il classico grido di terrore hitchcockiano — quello sotto la doccia che tutti conoscono — ma qualcosa di più ambiguo e carico di significati. Nel film danese Speak No Evil del 2022, diretto da Christian Tafdrup, una coppia di turisti si trova a urlare in mezzo a una radura insieme ai propri ospiti danesi, in una scena che mescola liberazione e disagio, complicità e minaccia. È uno dei momenti più perturbanti del film proprio perché quell’urlo non è chiaramente né gioia né dolore: è qualcosa nel mezzo, qualcosa di umano e intraducibile.

Anche la commedia italiana ha il suo momento iconico in questa genealogia del grido: Ugo Fantozzi, il ragioniere martoriato creato da Paolo Villaggio, deve allontanarsi di notte dai vicini di tenda per potersi permettere il lusso di urlare di dolore dopo una martellata sul pollice. La comicità nasce esattamente lì: nell’idea che persino il dolore fisico più elementare debba essere represso, contenuto, socialmente negoziato. Urlare liberamente è un privilegio.

La voce come corpo: tra terapia, teatro e rituale

Nella tradizione della terapia primale, sviluppata dallo psicologo Arthur Janov a partire dagli anni Sessanta e Settanta, il grido era il fulcro del processo terapeutico: il paziente veniva guidato a rivivere traumi infantili attraverso l’emissione di suoni profondi e preverbal. Janov sosteneva che molte nevrosi nascevano dalla soppressione di dolori originari mai espressi. Sebbene la terapia primale sia rimasta controversa all’interno della psicologia accademica, ha lasciato una traccia duratura nell’immaginario collettivo del grido come catarsi.

Parallelamente, nel teatro fisico e nella tradizione dello psicodramma di Jacob Moreno, la vocalizzazione intensa — incluso il grido — è sempre stata uno strumento per accedere a stati emotivi altrimenti inaccessibili. Molte compagnie teatrali contemporanee usano esercizi di vocalizzazione estrema come warm-up per i loro attori.

Urlare, in queste tradizioni, non è perdere il controllo: è esercitarlo in modo diverso. È scegliere di abitare il proprio corpo anziché abitare la propria mente ansiosa.

Il silenzio sociale e il costo del trattenere

C’è un paradosso al cuore di tutto questo. Viviamo in un’epoca rumorosa come poche nella storia — notifiche, traffico, media, sovrastimolazione continua — eppure siamo sempre meno capaci di fare rumore noi stessi, con la nostra voce, in modo grezzo e non mediato. La vocalizzazione spontanea è diventata socialmente costosa: urlare in un appartamento condominiale vuol dire rogne con i vicini, urlare in ufficio vuol dire riunione con le risorse umane, urlare in strada vuol dire essere fermati dalla polizia o presi per instabili.

Il risultato è una strana forma di afasia emotiva di massa. Le emozioni ci sono, ma il canale vocale è ostruito dalle norme sociali. Gli studenti svedesi di Uppsala lo hanno capito meglio di molti terapeuti: se costruisci un contenitore collettivo per il grido, se lo ritualizzi, se lo rendi «normale» almeno in quel posto e a quell’ora, allora la valvola si apre. E non fa del male a nessuno.

Un rituale antico in abiti nuovi

In fondo, l’urlo collettivo non è un’invenzione contemporanea. Le culture umane hanno sempre trovato spazi rituali per le vocalizzazioni intense: il lamento funebre mediterraneo, il kiai delle arti marziali giapponesi, il canto di guerra dei popoli indigeni delle Americhe, i cori delle tifoserie sportive. Ciò che cambia oggi è il contesto: non più un rito legato a una perdita, a una battaglia o a un dio, ma una pratica laica, individuale eppure collettiva, che risponde a uno stress diffuso e difficile da nominare.

In una sera qualsiasi a Flogsta, uno studente si affaccia alla finestra e grida verso le stelle. Non sa esattamente perché. Forse ha un esame domani, forse è lontano da casa, forse è solo stanco. Ma nell’urlo che sale dagli altri balconi sente una risposta. Non è solitudine. È un coro.