Il flat white è molto più di una semplice bevanda: è un fenomeno culturale che ha attraversato oceani e continenti, portando con sé storie di baristi appassionati, dispute territoriali e una filosofia precisa del bere caffè. Nato nell’emisfero australe negli anni Ottanta, questo caffè dalla texture vellutata ha conquistato le metropoli globali, dalle strade di Melbourne ai quartieri hipster di Brooklyn, diventando il simbolo di una nuova generazione di consumatori alla ricerca di qualità artigianale e autenticità.
Le radici contese tra Australia e Nuova Zelanda
La paternità del flat white è al centro di un’affascinante controversia transoceania. L’Australia e la Nuova Zelanda rivendicano entrambe l’invenzione di questa bevanda, alimentando un dibattito che dura da decenni. Secondo la versione neozelandese, fu Fraser McInnes a preparare il primo flat white nel 1989 presso il Café Bodega di Wellington, dopo aver sbagliato la schiuma di un cappuccino, creando involontariamente qualcosa di nuovo. La narrazione australiana, invece, attribuisce il merito a Alan Preston, che negli anni Ottanta serviva questa bevanda nel suo locale di Sydney, il Moors Espresso Bar, dove il termine iniziò a diffondersi tra gli appassionati.
Al di là delle rivendicazioni, ciò che emerge è che il flat white nacque da un’esigenza precisa: quella di distinguersi dal cappuccino italiano tradizionale, considerato troppo voluminoso e aerato dai palati antipodiani. I baristi australiani e neozelandesi cercavano un equilibrio diverso, dove l’espresso potesse dialogare con il latte senza essere sopraffatto da montagne di schiuma.
L’anatomia perfetta di una tazza equilibrata
Preparare un flat white autentico richiede precisione tecnica e sensibilità artistica. La base è un doppio shot di espresso ristretto, estratto con cura per concentrare gli aromi senza l’amarezza eccessiva. La quantità di caffè, generalmente tra 18 e 20 grammi, viene pressata e estratta in circa 25-30 secondi, producendo un liquido denso e aromatico che costituisce il fondamento della bevanda.
Ma è nel trattamento del latte che risiede la vera maestria. Il flat white richiede latte montato a vapore con microbollicine, una schiuma che i baristi chiamano “microfoam”: vellutata, lucente, priva di bolle visibili. La temperatura ideale si aggira tra i 60 e i 65 gradi Celsius, sufficientemente calda per esaltare la dolcezza naturale del lattosio senza bruciare il latte. Il risultato è una texture che ricorda la pittura liquida, capace di fondersi perfettamente con l’espresso creando un’esperienza sensoriale omogenea dal primo all’ultimo sorso.
Tradizionalmente servito in una tazza da 150-180 millilitri, il flat white mantiene un rapporto caffè-latte significativamente più concentrato rispetto al cappuccino o al latte macchiato. Questo garantisce che il sapore dell’espresso rimanga protagonista, arricchito ma non mascherato dalla componente lattea.
L’espansione globale e la conquista di Londra
Il salto definitivo sulla scena internazionale avvenne negli anni Duemila, quando ondate di baristi australiani e neozelandesi emigrarono a Londra, portando con sé la cultura del flat white. Quartieri come Shoreditch e Soho divennero laboratori di questa nuova sensibilità caffeicola, con locali indipendenti che si contrapponevano alle grandi catene, offrendo un’esperienza più curata e personale.
Nel 2015, anche Starbucks inserì il flat white nel proprio menu globale, segnando l’ingresso definitivo della bevanda nel mainstream. Questa mossa commerciale, pur criticata dai puristi per aver standardizzato un prodotto artigianale, contribuì a diffondere la conoscenza del flat white tra milioni di consumatori che non avrebbero altrimenti incontrato questa preparazione.
Oggi il flat white è presente nelle caffetterie di Tokyo, San Francisco, Berlino e Roma, ciascuna città reinterpretandolo attraverso le proprie tradizioni locali. In Italia, dove la cultura dell’espresso è radicata da generazioni, il flat white rappresenta un interessante punto di incontro tra la tradizione mediterranea e l’innovazione antipodiana.
La filosofia dietro la schiuma sottile
Ciò che distingue veramente il flat white non è solo la tecnica, ma una filosofia di consumo del caffè. Mentre il cappuccino invita a un’esperienza rilassata, quasi meditativa, con la sua generosa corona di schiuma da sorseggiare lentamente, il flat white propone un approccio più diretto e intenso al caffè. È la bevanda di chi vuole gustare l’espresso ma preferisce la morbidezza del latte, senza rinunciare alla complessità aromatica dei chicchi tostati.
Questa bevanda ha anche contribuito a elevare il ruolo del barista da semplice operatore a vero e proprio artigiano. La preparazione di un flat white perfetto richiede anni di pratica, conoscenza delle origini del caffè, comprensione delle variabili come temperatura, pressione e tempo. Non è un caso che i campionati mondiali di latte art vedano spesso il flat white come tela prediletta per creare disegni elaborati sulla superficie.

Direttore editoriale di nonewsmagazine.com | Il magazine dell’ozio e della serendipità.
Direttore responsabile di No News | La free press dell’ozio milanese.
Viaggiatore iperattivo, tenta sempre di confondersi con la popolazione indigena.
Amante della lettura, legge un po’ di tutto. Dai cupi autori russi, passando per i libertini francesi, attraverso i pessimisti tedeschi, per arrivare agli amori sofferti tra le campagne inglesi. Tra gli scrittori moderni tra i preferiti spiccano Roddy Doyle, Nick Hornby e Francesco Muzzopappa.
Melomane vecchio stampo, c’è chi lo chiama “il fondamentalista del Loggione”. Ama il dramma verdiano così come le atmosfere oniriche di Wagner. L’opera preferita, tuttavia, rimane la Tosca.


































