Immaginate di scendere da un traghetto e di essere accolti non da un funzionario doganale, né da un cartello di benvenuto, ma da decine di occhi dorati e verdi che vi fissano con quella sovrana indifferenza che solo un gatto sa esibire. Siete a Tashirojima, un fazzoletto di terra nella prefettura di Miyagi, nel nord-est del Giappone, dove i felini non sono ospiti tollerati né mascotte turistiche: sono, a tutti gli effetti, i signori incontrastati del territorio. Qui i gatti superano numericamente gli esseri umani, una manciata di qualche centinaio di persone per lo più anziane, e la convivenza tra le due specie ha assunto nel tempo i contorni di un patto antico, quasi mistico.

Da guardiani della seta a divinità locali: una storia secolare

La storia di Tashirojima come paradiso felino affonda le radici nel periodo Edo, quando i residenti dell’isola producevano tessuti di seta allevando bachi da seta. A causa dei topi che minacciavano i preziosi bozzoli, le famiglie tennero con sé i gatti come prima linea di difesa. Un ruolo pratico, quasi aziendale. Ma la cultura giapponese non ha mai guardato ai gatti con gli occhi neutri del pragmatismo: nel corso dei secoli i pescatori locali credettero che la loro presenza portasse fortuna e prosperità alle imbarcazioni e alla pesca, e quella convinzione si radicò nell’identità collettiva dell’isola fino a diventare qualcosa di inseparabile da essa.

Nel centro dell’isola sorge il Neko Jinja, un piccolo ma significativo santuario dedicato a un gatto venerato come portafortuna. Secondo la leggenda, un pescatore, dopo aver causato accidentalmente la morte di un felino, decise di onorarne la memoria costruendo un luogo sacro. Un gesto di espiazione che divenne culto. Oggi quel santuario è il cuore spirituale di Tashirojima, circondato da statue votive e da una cinquantina di monumenti rocciosi a forma di gatto disseminati nell’isola.

Una comunità in declino che sopravvive grazie ai suoi mici

C’è però un’ombra lunga su questo idillio. L’83% della popolazione ha oltre 65 anni, e il Giappone ha classificato Tashirojima come genkai-shūraku, un “paese terminale”, ovvero un insediamento destinato all’estinzione demografica. Una condizione che il Giappone conosce bene, ma che qui assume toni particolarmente stranianti: mentre la popolazione umana si assottiglia, quella felina prospera, semi-selvatica e vitale.

È proprio la reciproca solidarietà tra esseri umani e gatti che permette alla comunità dell’isola di sopravvivere. I gatti vengono nutriti, curati, venerati dagli anziani che restano; in cambio, quella presenza viva e ronzante riempie il silenzio di un’isola che altrimenti suonerebbe vuota. Come ha detto una veterinaria impegnata sull’isola, i gatti d’inverno si stringono l’uno all’altro in quello che lei chiama “neko dango”, torte di gatti: senza quel calore condiviso, il freddo sarebbe letale.

Le regole non scritte di un turismo rispettoso

Tashirojima attira ogni anno visitatori da tutto il mondo, e proprio il turismo rappresenta oggi la sua sfida più delicata. L’afflusso incontrollato di visitatori rischia di compromettere l’equilibrio che da secoli regola la pacifica convivenza tra uomo e gatto. Molti turisti, spinti da buone intenzioni, offrono ai felini cibo non adatto o cercano un contatto eccessivo, generando stress e disturbi comportamentali.

Le regole sono poche ma ferree. I cani non sono ammessi sull’isola: questa norma è stata istituita per proteggere i gatti e mantenere la loro popolazione in salute. Gli stessi gatti non sono ammessi come animali domestici: vivono solo in libertà. Non si portano snack improvvisati, non si disturba il riposo dei felini, non si lascia traccia del proprio passaggio. Un codice etico che richiama i principi del turismo sostenibile, applicato però con la semplicità concreta di una comunità che non ha bisogno di slogan per proteggere ciò che ama.

Un angolo di Giappone che sfida il tempo moderno

Sull’isola è presente anche il campeggio Manga Island, dove è possibile soggiornare in lodge a forma di gatto adornate con opere d’arte manga, aperte da luglio a ottobre. Un omaggio al celebre fumettista Shotaro Ishinomori, che sognava di trasferirsi qui prima di morire. Anche nella fantasia pop, dunque, Tashirojima ha lasciato il segno.

In un mondo accelerato, dove persino le esperienze di viaggio vengono consumate con la velocità di uno scroll, quest’isola impone un ritmo diverso. I gatti non aspettano, non posano, non eseguono. Guardano. E in quello sguardo millenario c’è tutta la distanza tra ciò che l’uomo ha costruito e ciò che la natura, pazientemente, ha scelto di non dismettere. Tashirojima non è una meta da spuntare su una lista: è un’esperienza che chiede di rallentare, di rispettare, di scomparire un poco dentro un equilibrio che non ci appartiene ma che, per qualche giorno, ci accoglie.