Immaginate di scendere da un fuoristrada dopo ore di pista sterrata, con il sole che illumina radente una distesa bianchissima costellata di torri calcaree alte decine di metri. L’aria è ferma. Non c’è un albero, non c’è un filo d’acqua, non c’è traccia di presenza umana a perdita d’occhio. Siete nell’angolo più remoto del Kazakhstan, in una regione chiamata Mangystau, e la sensazione è quella di aver varcato una soglia verso un altro mondo. Il paragone con Marte non è una metafora pigra: è la prima cosa che viene in mente a chiunque si trovi qui per la prima volta, con quella distesa biancastra al posto del rosso ferroso del Pianeta Rosso. Eppure questo è il fondo prosciugato di un oceano antico, un reliquiario geologico dove il tempo ha lasciato incisa la propria firma in scogliere fossili, sfere di pietra perfette e moschee scolpite nella roccia viva.

Il Mangystau non è un posto che capita di visitare per caso. Bisogna volerlo, cercarlo, prepararsi a raggiungerlo. E proprio questa inaccessibilità è la sua prima forma di bellezza.

Il territorio: 165.000 chilometri quadrati tra il Mar Caspio e il deserto

La regione di Mangystau si estende nell’estremo sudovest del Kazakhstan, affacciandosi per oltre 800 chilometri sul Mar Caspio e confinando a sud con Turkmenistan e Uzbekistan. Con i suoi 165.600 chilometri quadrati — una superficie paragonabile alla somma di Austria e Repubblica Ceca — è una delle regioni amministrative più vaste del paese. La capitale è Aktau, l’unica città di rilievo affacciata sul Caspio, che funge da porta d’ingresso verso tutto il resto.

Prima di diventare Aktau, la città si chiamava Shevchenko: un nome imposto dai sovietici in omaggio al poeta ucraino Taras Shevchenko, che qui fu esiliato nella prima metà dell’Ottocento e che con i suoi disegni dei paesaggi locali aprì per primo una finestra su questo mondo dimenticato.

Il territorio è un labirinto di paesaggi sovrapposti: la pianura costiera del Caspio lascia il posto agli altopiani — su tutti lo Ustyurt, che si estende su tre nazioni — e questi cedono a catene montuose basse come i monti Aktau e Karatau, a canyon, depressioni e deserti. Il punto più alto è il monte Otpan, a 556 metri sul livello del mare. Ma il Mangystau detiene anche un record verso il basso: la depressione di Karagye, che scende a -132 metri, è una delle depressioni continentali più profonde del pianeta.

Il clima è continentale estremo, aridissimo. Le estati portano temperature oltre i 40 gradi, i venti polverosi dell’Asia centrale spazzano le steppe senza ostacoli. In inverno il freddo è tagliente. Solo in primavera — aprile e maggio — e in autunno — settembre e ottobre — il Mangystau si mostra in una versione mite, con temperature tra i 15 e i 25 gradi di giorno. È in questi mesi che la visita vale ogni chilometro percorso.

Bozzhyra: le fauci dell’oceano che fu

C’è un luogo nel Mangystau che lascia senza fiato ancora prima di capire cosa si sta guardando. Si chiama Bozzhyra, e si raggiunge solo con un veicolo a trazione integrale, dopo chilometri di piste non segnate che tagliano l’altopiano. Poi, d’improvviso, la terra finisce. Davanti a voi si apre un abisso bianco: una gola immensa, larga chilometri, costellata di guglie calcaree che si innalzano fino a 250 metri dal fondo della depressione. Sono i “denti” di Bozzhyra, quei pinnacoli che i viaggiatori hanno ribattezzato “Fangs” — le Zanne. Bianche come avorio al sole, color crema al tramonto, viola al crepuscolo.

Quelle pareti verticali non sono semplice roccia: sono la memoria stratificata di un oceano scomparso. Il Tethys, il mare preistorico che 60-80 milioni di anni fa ricopriva questa parte dell’Asia centrale, ha lasciato qui le sue ossa. Ancora oggi, nelle scaglie calcaree delle pareti, si trovano conchiglie fossili incastonate nella roccia. Bozzhyra è un fondale marino diventato deserto, un’opera scultorea realizzata da forze che non hanno mai conosciuto l’urgenza del tempo umano.

Il Dipartimento del Turismo di Mangystau ha recentemente inaugurato una terrazza panoramica con un centro visitatori affacciato sul burrone: un segnale che anche questo angolo del mondo sta cominciando a ragionare in termini di futuro sostenibile. Ma chi ha la fortuna di arrivarci fuori stagione, o all’alba, trova ancora quel silenzio assoluto che è la vera essenza del posto.

La Valle delle Sfere: quando la natura gioca a fare il geometra

A circa 100 chilometri a nordest di Aktau, nei pressi del villaggio di Shetpe, si trova uno dei luoghi più bizzarri e affascinanti dell’intero Kazakhstan: Torysh, la cosiddetta “Valle delle Sfere”. Il nome dice tutto, ma vederlo è un’altra cosa. Sparse su un altopiano aperto, senza un ordine apparente, centinaia — forse migliaia — di sfere di pietra giacciono sul suolo come giganteschi frutti caduti da un albero invisibile. Alcune sono grandi come palline da tennis, altre raggiungono quattro metri di diametro. La maggior parte è quasi perfettamente rotonda.

Cosa sono, esattamente? La risposta scientifica più accreditata è che si tratta di concrezioni sedimentarie: strutture formate quando acqua ricca di minerali scorreva attraverso rocce porose, precipitando strati su strati di minerali attorno a un nucleo solido — un dente di squalo, una conchiglia, un frammento organico qualsiasi. Milioni di anni di accumulo, poi l’erosione della roccia più morbida attorno, e le sfere più dure restano esposte sul terreno come reperti di un laboratorio naturale. Secondo le stime geologiche, le concrezioni di Torysh si sono formate nel periodo Giurassico-Cretaceo, tra 120 e 180 milioni di anni fa, quando tutta la regione era sommersa dal Tethys.

La leggenda locale narra che quelle sfere siano i nemici del popolo kazako, trasformati in pietra da una pioggia miracolosa scesa dal cielo in risposta alle preghiere dei fedeli. La geologia dice tutt’altro, ma non rende la scena meno magica. Formazioni simili esistono in Nuova Zelanda — i famosi Moeraki Boulders — e lungo alcune spiagge della California. Ma da nessuna parte raggiungono la concentrazione e le dimensioni di Torysh.

L’altopiano Ustyurt: camminare sopra il tempo

Guardare la carta geografica del Mangystau significa spesso guardare il nulla. L’altopiano Ustyurt è uno di quei luoghi che la mente fatica a misurare: un pianoro che si estende tra il Caspio e il Lago d’Aral, a cavallo di tre nazioni — Kazakhstan, Uzbekistan e Turkmenistan. Il suo bordo occidentale, dove piomba nel Mangystau, è una scarpata verticale di oltre 100 metri, striata di sedimenti che cambiano colore con la luce — gialli, arancioni, bianchi, rosa. Questo bordo si chiama “chink”, e la parola descrive perfettamente quell’impressione di frattura definitiva tra il mondo in quota e quello in basso.

L’Ustyurt è emerso tra 20 e 60 milioni di anni fa, e nei suoi strati più bassi i paleontologi trovano ancora oggi resti di creature marine vissute quando questi luoghi erano fondali oceanici. Camminarci sopra significa camminare su un archivio di pietra dove ogni strato è un capitolo di storia naturale.

Qui l’assenza è la protagonista. Non ci sono strade pavimentate, non ci sono servizi, non ci sono rifugi. Solo il vento, la roccia e — in primavera — qualche mandria di kulan, l’asino selvatico dell’Asia centrale, che attraversa la steppa in piccoli gruppi. Anche i cammelli selvatici e le volpi del deserto abitano questo altopiano, assieme agli archari, i mufloni delle montagne di pietra.

Sor Tuzbair: quando la terra diventa specchio

A quasi 270 chilometri da Aktau, spingendosi verso il sud dell’altopiano Ustyurt lungo piste che mettono alla prova qualsiasi fuoristrada, si raggiunge uno dei paesaggi più onirici dell’intero Mangystau: Sor Tuzbair, la grande salina. Il nome dice già tutto in kazako — “sor” significa salina, “tuzbair” rimanda al sale — ma nessuna parola rende davvero l’effetto di trovarsi al suo cospetto per la prima volta.

Si tratta di una distesa piatta di 15 chilometri per 4, perfettamente bianca, che giace ai piedi delle scarpate verticali dell’Ustyurt come un lenzuolo steso su un pavimento di antiche acque. Nelle giornate di grande caldo, la salina genera miraggi che assomigliano a laghi lontani; dopo le piogge, uno strato sottile d’acqua la trasforma in uno specchio immenso che replica il cielo per chilometri. In febbraio, quando le precipitazioni invernali lasciano la loro traccia sul terreno, l’effetto è così totale che l’orizzonte scompare e il confine tra terra e aria si cancella del tutto.

Le scarpate che bordano Tuzbair risalgono a decine di milioni di anni fa: erano il fondo del Tethys, e oggi conservano nei loro strati i resti di creature marine preistoriche — denti di squalo, esoscheletri di ricci di mare — spesso nascosti sotto una fine coltre di polvere bianca. Una formazione naturale ad arco, scolpita dall’erosione nella parete calcarea, è considerata uno dei simboli del luogo. Chi vuole raggiungere Tuzbair deve sapere che il terreno della salina, anche nelle stagioni secche, ha una consistenza cedevole che cambia man mano che ci si allontana dalla base della scarpata: camminare con scarpe appropriate — o addirittura a piedi nudi — è spesso il consiglio degli esperti locali per non affondare nel fango bianco.

Il monte Sherkala: la fortezza del leone in mezzo alla steppa

Ci sono luoghi che si vedono da lontano e già chiedono spiegazioni. Il monte Sherkala è uno di questi. Sorge solitario a circa 180 chilometri da Aktau, in mezzo a una pianura che non offre punti di riferimento, e la sua sagoma cambia aspetto ad ogni passo che gli si fa attorno: visto da sud sembra una fortezza inespugnabile dai bordi verticali, da nord assume i contorni arrotondati di una yurta kazaka gigante, da est ricorda — con un po’ di fantasia — la testa di una sfinge o di un leone accovacciato.

Il nome Sherkala deriva dal persiano e significa “fortezza del leone”. Secondo una leggenda locale, un tempo sulla cima era arroccata una fortezza imprendibile, accessibile solo attraverso una grotta nascosta nel versante settentrionale. Un esercito invasore, incapace di trovare l’ingresso, scoprì infine il pozzo d’acqua che riforniva i difensori, tagliò la corda e li costrinse alla resa. Per rispetto del loro coraggio, gli invasori avrebbero battezzato il luogo “fortezza dei leoni”.

La geologia racconta una storia altrettanto affascinante: Sherkala è composta da rocce del Cretaceo superiore — argille, arenarie, marne e calcari. La montagna si erge a 332 metri sul livello del mare, con una lunghezza di 1.000 metri da nord a sud e una larghezza di 650. Percorrerne il perimetro alla base richiede circa un’ora di cammino, durante la quale il paesaggio cambia continuamente. Nelle immediate vicinanze si trovano le rovine del centro medievale di Kyzylkala — con tracce di una caravanserraglio e di un mausoleo — e la Valle delle Sfere di Torysh. Sherkala è dunque anche un nodo della storia: le fonti storiche indicano che le carovane provenienti da Baghdad dirette verso il Volga vi si fermavano come punto di sosta lungo la Via della Seta. Il poeta esiliato Taras Shevchenko la disegnò, e il rivoluzionario polacco Bronisław Zaleski la paragonò ai Pantheon di Roma. Entrambi avevano ragione.

La depressione di Karyn Zharyk: il fondo del mondo sorvegliato dai Tre Fratelli

Ci sono luoghi nel Mangystau che sembrano progettati per mettere alla prova chi li cerca. La depressione di Karyn Zharyk è il più remoto di tutti — il luogo che anche i viaggiatori esperti raggiungono solo con la consapevolezza di avventurarsi davvero agli estremi. Situata nella parte meridionale del Mangystau, a 25 chilometri dal confine con il Turkmenistan, la depressione si estende su 2.000 chilometri quadrati e raggiunge nel suo punto più basso i 75 metri sotto il livello del mare. Per arrivarci da Aktau occorrono almeno 7 ore di guida, di cui le ultime 145 chilometri su piste sterrate che richiedono esperienza e un veicolo adatto.

Eppure chi si prende la briga di arrivare fino a qui trova qualcosa di unico: un vasto bacino che include la salina di Kenderli, le dune di sabbia della Karynzharyk con altezze fino a 15 metri, e cinque montagne-isola che si innalzano fino a 150 metri dal piano di sale. Tre di queste montagne si ergono ravvicinate e sono chiamate localmente i “Tre Fratelli” — sagome scure e severe che sembrano montare la guardia su un territorio che non appartiene al tempo ordinario. Queste montagne sono i resti del fondo dell’oceano Tethys, emerse come isole rocciose nel mezzo della pianura salata. Dopo la pioggia, quando la salina di Kenderli si copre di un velo d’acqua sottile, i Tre Fratelli si riflettono sulla superficie e la scena assume una qualità che è difficile da descrivere a chi non l’ha vista.

La depressione è inclusa nell’area protetta della Riserva statale dello Ustyurt, e per visitarla è obbligatorio un permesso ufficiale, normalmente gestito dalle agenzie di tour locali. Qui vivono più di 45 specie di mammiferi, 111 specie di uccelli e 22 specie di rettili — una biodiversità che smentisce l’apparente desolazione del paesaggio.

Il canyon di Shakpak Tassay: dove la roccia racconta il mare che non c’è più

Il Mangystau è pieno di luoghi che richiedono di essere guadagnati. Il canyon di Shakpak Tassay è uno di quelli che si incontrano quasi per caso, guidati da una pista sterrata che taglia la steppa in direzione del Caspio, e che poi si rivela improvvisamente come un palcoscenico a cielo aperto. Si tratta di una distesa di formazioni rocciose taglienti e contorte, scolpite in un calcare bianchissimo che abbaglia al sole di mezzogiorno, affacciata verso il mare con quella specifica qualità dell’orizzonte aperto che si trova solo nei luoghi dove non c’è niente tra sé e il confine del mondo.

Percorrendo i sentieri di terra battuta che attraversano il canyon, si intravedono formazioni che le guide locali hanno imparato a leggere come sagome di animali o di navi. Una è soprannominata “Titanic” per via della sua inclinazione verso il basso, come uno scafo che affonda lentamente. Ma la vera storia che Shakpoaktysay racconta è incisa nella roccia stessa: nelle pareti del canyon si trovano fossili marini e tracce di creature che abitarono questi fondali centinaia di milioni di anni fa, quando il Tethys copriva tutto. Conchiglie, ammoniti, resti di organismi che il tempo ha pietrificato e che oggi affiorano in superficie come pagine di un libro aperto sul Mesozoico.

Il canyon si trova nella parte settentrionale della penisola di Tupkaragan, e la sua posizione lo rende spesso il primo o l’ultimo tappa di un itinerario costiero che può includere anche la moschea rupestre di Shakpak-Ata, a pochi chilometri di distanza. La luce radente del mattino presto o del tardo pomeriggio trasforma queste rocce in qualcosa di quasi teatrale — togliendo le ombre verticali e rivelando texture e colori che nella luce piatta del mezzogiorno rimangono nascosti.

Le moschee nella roccia: dove la fede scava più in profondo della pietra

C’è una dimensione del Mangystau che non appartiene alla geologia né alla natura, ma all’anima. È la dimensione delle moschee rupestri, i santuari scavati nella roccia viva che punteggiano la penisola da secoli e che ancora oggi sono mete di pellegrinaggio per migliaia di fedeli.

Il più antico di questi santuari è la moschea di Shakpak-Ata, risalente al IX-X secolo d.C., situata nella penisola di Tupkaragan, a nord di Aktau. Le sue pareti sono coperte di graffiti incisi da generazioni di pellegrini Oghuz e Adai — una stratificazione di devozione che è anche una testimonianza storica straordinaria. Ma il più venerato di tutti è il santuario di Beket-Ata, nell’area di Oglandy, a quasi 300 chilometri da Aktau.

Beket-Ata fu un mistico sufi nato intorno al 1750 nella regione di Atyrau. Studiò nella madrasah di Shergazi-Khan a Khiva, in Uzbekistan, imparò il Corano a memoria in soli due anni, e tornò in patria per costruire moschee e insegnare. Nel corso della sua vita eresse diverse moschee nel Mangystau: quella di Oglandy, scavata in una parete di gesso a picco sul canyon, divenne il suo luogo di sepoltura e il più importante. Il santuario è composto da quattro camere scavate nella roccia, con soffitti tra 2,7 e 3,5 metri di altezza: una custodisce le spoglie del mistico, una quelle della sorella Akkuash, una il suo bastone della saggezza, e l’ultima è la sala di preghiera.

Per secoli i pellegrini hanno raggiunto Beket-Ata percorrendo centinaia di chilometri di steppe. Ancora oggi, chi arriva porta con sé cibo da condividere — baursak (frittelle tradizionali kazake), pane, tè, dolci — e lo divide con gli altri viandanti in segno di comunità. Una consuetudine non scritta vuole che si passi prima dalla moschea di Shopan-Ata — risalente al X-XII secolo — prima di raggiungere Beket-Ata, rispettando una gerarchia spirituale millenaria.

Nel 2024, cinque moschee rupestri del Mangystau — Beket-Ata, Shopan-Ata, Shakpak-Ata, Karaman-Ata e Sultan-Epe — sono state inserite nella Lista Tentativa del Patrimonio Mondiale UNESCO. I risultati della valutazione sono attesi per il 2027. È il riconoscimento ufficiale di una sacralità che i locali conoscono da secoli e che il mondo sta solo ora imparando a vedere.

Come arrivare e cosa aspettarsi: consigli pratici per esplorare il Mangystau

Il Mangystau non è una destinazione per chi ama il comfort garantito. Raggiungere i luoghi più spettacolari richiede un veicolo 4×4, un autista esperto del territorio (le piste cambiano dopo ogni tempesta di sabbia, e non sempre sono segnate), e una buona dose di spirito d’avventura. Il rischio di alluvioni lampo nella stagione delle piogge è reale, e le distanze tra un punto d’interesse e l’altro possono superare i 100 chilometri su piste non asfaltate.

Il punto di ingresso è l’aeroporto di Aktau, collegato alle principali città del Kazakhstan e a destinazioni internazionali come Istanbul, Baku, Tbilisi e Dubai. Da Aktau partono la grande maggioranza dei tour organizzati, di durata variabile tra tre e dieci giorni. La stagione migliore è la primavera, tra aprile e giugno, quando le temperature sono miti, le giornate sono lunghe e — per poche settimane — le steppe si tingono di un verde inaspettato. L’autunno, tra settembre e ottobre, offre condizioni simili e una luce più morbida, ideale per la fotografia.

Chi arriva al Mangystau con occhi aperti e aspettative disarmate troverà qualcosa di raro: un pezzo di terra che non è stato ancora trasformato in prodotto turistico seriale, dove il silenzio è ancora possibile, dove la geologia parla direttamente alla meraviglia e dove la fede ha trovato rifugio nella roccia stessa. Un posto che non assomiglia a nessun altro posto sulla Terra — e forse nemmeno sulla Terra vuole sembrare di stare.