Nelle viscere di Berlino, nei seminterrati di Kreuzberg e nei club ricavati da vecchie caserme prussiane, sta accadendo qualcosa di difficile da etichettare e impossibile da ignorare. Un manipolo di musicisti provenienti da ogni angolo del mondo — Budapest, Sydney, Londra — ha scelto la capitale tedesca come laboratorio di un esperimento sonoro che mescola due linguaggi apparentemente inconciliabili: l’improvvisazione del jazz e la struttura ritmica della techno. Non è una fusione di maniera, non è nostalgia rivestita di bassi profondi. È qualcosa di più viscerale, più urgente.
Il suono che nasce nei sotterranei di Berlino
Berlino ha sempre nutrito i movimenti musicali ai margini. Dalla fine della Guerra Fredda, quando i rave illegali colonizzarono i bunker e i magazzini abbandonati della Germania dell’Est, la città ha fatto del suono underground una forma d’identità collettiva. Oggi quella stessa energia — anarchica, comunitaria, radicalmente presente — si è spostata verso un territorio ibrido che DJMag, nel suo recente reportage dedicato alla scena, ha definito “electronic jazz underground”.
Non è una definizione nata a tavolino. Niente di tutto questo è stato orchestrato: è emerso da una comunità in movimento, con formazioni accademiche, abitudini da club e istinti DIY che si sovrappongono in continuo movimento. Il confine tra concerto e club si è dissolto senza che nessuno firmasse un manifesto.
Àbáse: crate digging, jazz brasiliano e beat elettronici
Al centro di questa nuova stagione musicale c’è Àbáse, nome d’arte del pianista ungherese Szabolcs Bognár. La sua storia artistica è quella di un uomo che non ha mai accettato di scegliere tra i mondi che abitava: da un lato lo studio rigoroso del pianoforte classico, dall’altro la passione per il crate digging — l’arte paziente di scavare tra le casse di vinili usati alla ricerca di quel disco raro, di quella vibrazione dimenticata — e la produzione di beat elettronici.
Il suo album di debutto Layorê, registrato durante sessioni improvvisate in Brasile, si trasforma da jam organiche in workout trainati dai beat e carichi di bassi. Awakening del 2024, al contrario, spoglia tutto — registrato quasi interamente dal vivo, con overdub ridotti al minimo. Un gesto di fiducia verso l’imperfezione umana, verso il respiro del musicista. Àbáse stesso ha spiegato la sua visione:
“Mi piace quando quasi non riesci a capire — è una drum machine o è umano? Dove finisce il campione e dove inizia la musica dal vivo? È lì che le cose diventano eccitanti.”
Ziggy Zeitgeist e la scoperta del Berghain
C’è qualcosa di quasi mitologico nel racconto di Ziggy Zeitgeist, batterista australiano che è arrivato a Berlino e non è più ripartito. Come tanti prima di lui, è rimasto folgorato dall’esperienza del Berghain — il tempio della techno più celebre e inaccessibile del mondo, un ex centrale elettrica dove il tempo sembra sospendersi per intere settimane. Ma invece di limitarsi a ballare sul dancefloor, Zeitgeist ha lasciato che quella grammatica ritmica — minimale, ipnotica, spietata nei BPM — riscrivesse il linguaggio della sua band, i Zeitgeist Freedom Energy Exchange, dando vita al disco In the Key of Corporate Efficiency.
Come ha osservato DJMag, molti dei musicisti più innovativi di Berlino occupano oggi una strana zona di mezzo: troppo elettronici per i jazz club, troppo dal vivo per le istituzioni della techno. È esattamente quella tensione irrisolta a renderli interessanti.
I dischi che hanno aperto la strada
Per capire le radici di questa scena, è necessario recuperare alcuni album fondamentali che hanno costruito il vocabolario su cui Berlino oggi improvvisa.
Il primo è The Return (2018) di Kamaal Williams, pubblicato sulla sua etichetta indipendente Black Focus e costruito sull’improvvisazione, con idee nate da sessioni di jam registrate. Il disco è un lavoro di jazz-funk moderno che attinge alle radici elettriche degli anni Settanta — Herbie Hancock, Roy Ayers — aggiornandole con beat spezzati e un’estetica da underground londinese. La critica lo ha accolto come un contributo fondamentale sia alla carriera di Williams sia al jazz contemporaneo nel suo insieme.
L’altro riferimento imprescindibile è Elaenia (2015) di Floating Points, progetto del polistrumentista e neuroscienziato britannico Sam Shepherd: un lavoro in cui tastiere analogiche ed elettronica si fondono perfettamente, respirando nuova vita nel genere con una libertà formale che ha aperto molte porte. Assieme a Layorê di Àbáse, questi dischi rappresentano i punti cardinali di una geografia sonora in continua espansione.
Dove ascoltare Berlino di notte
Per chi vuole vivere questa scena di persona, Berlino offre due indirizzi imprescindibili. Il primo è Gretchen, a Kreuzberg: un’ex struttura militare prussiana dell’Ottocento convertita in club, dove jazz, hip-hop e drum’n’bass convivono in una promiscuità stilistica che altrove sarebbe impensabile. Il secondo è KWIA, un listening bar queer nel quartiere di Mitte, pensato per chi vuole ascoltare — davvero ascoltare — jazz spirituale ed elettronica soffusa.
Il festival di riferimento dell’intera scena è lo XJAZZ!, nato con la missione esplicita di portare il jazz fuori dai teatri e nei club. Fondato nel 2014, è cresciuto fino a diventare uno degli appuntamenti più autorevoli d’Europa: Festival dell’Anno ai German Jazz Prize 2022 e tra i migliori dieci festival jazz al mondo secondo American Express nel 2023. L’edizione 2026 si terrà dal 28 al 31 maggio, sempre a Kreuzberg, con Gilles Peterson, Moses Yoofee Trio e altri nomi della scena internazionale.
Il problema del nome (e il fascino del non sapere)
C’è un dettaglio rivelatore in tutta questa storia: questo movimento non ha ancora un nome ufficiale. “Techno jazz”, “electronic jazz underground”, “jazz club culture” — le etichette si moltiplicano senza che nessuna riesca a contenere davvero il fenomeno. Ed è forse proprio questa resistenza alla classificazione a dire qualcosa di essenziale sulla sua natura.
Come ha sintetizzato un osservatore della scena a DJMag, la musica che emerge dai seminterrati berlinesi è difficile da inquadrare per l’industria musicale perché non entra in nessuna casella. In un’epoca in cui gli algoritmi delle piattaforme di streaming premiano la prevedibilità, questa difficoltà è paradossalmente la sua forza più grande. Berlino ha sempre saputo prosperare nell’ambiguità. E ora, come ha fatto con la techno trent’anni fa, sta inventando un suono che il resto del mondo imparerà a riconoscere — forse — solo quando sarà già altrove.
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