Bastano pochi passi su un sentiero dopo la pioggia e il naso lo sa prima ancora degli occhi: è arrivato l’autunno. Un profumo umido, terroso, un po’ dolce e un po’ amaro, che sale dal suolo e ci riporta a passeggiate d’infanzia, a cataste di legna, a cappotti tirati fuori dall’armadio. Dietro quella sensazione che chiamiamo “odore di bosco” non c’è una sola sostanza, ma una sinfonia di molecole composta da batteri, funghi, foglie e gocce di pioggia, che si ripete identica, e sempre diversa, a ogni cambio di stagione.

La geosmina, la molecola che sa di terra bagnata

Se esiste un solista in questa orchestra, è la geosmina. Il suo nome arriva dal greco e significa, letteralmente, “odore di terra”. Fu isolata nel 1965 dai microbiologi Nancy Gerber e Hubert Lechevalier, che la individuarono come prodotto di batteri del genere Streptomyces, abitanti discreti e numerosissimi del terreno. Sono loro a regalare al suolo la sua nota più riconoscibile.

Il dettaglio più sorprendente riguarda il nostro olfatto. L’essere umano riesce a percepire la geosmina a concentrazioni bassissime, nell’ordine di pochi nanogrammi per litro, cioè poche parti per mille miliardi. Perché siamo così sensibili a una molecola prodotta da microbi? Una risposta definitiva non c’è. Un indizio arriva però da uno studio pubblicato su Nature Microbiology nel 2020: la geosmina emessa dagli Streptomyces attira i collemboli, minuscoli artropodi del suolo che trasportano le spore dei batteri, favorendone la diffusione. Per questi microrganismi, insomma, quell’odore è un messaggio con un destinatario preciso.

Come la pioggia porta il profumo fino al naso

Chi ama l’odore della terra dopo un temporale ha un nome per descriverlo: petricore. Lo coniarono nel 1964 due ricercatori australiani, Isabel Joy Bear e Richard Thomas, uniscono il greco petra, pietra, e ichor, il fluido che nella mitologia scorreva nelle vene degli dèi. Il termine nacque per descrivere l’aroma che si leva quando le prime gocce raggiungono un suolo asciutto.

Il meccanismo fisico è stato chiarito solo di recente. Nel 2015 un gruppo del MIT, guidato da Cullen Buie, ha ripreso con telecamere ad altissima velocità l’impatto delle gocce su superfici porose: la goccia intrappola minuscole bolle d’aria che risalgono e scoppiano, liberando aerosol carichi di composti organici. Sono questi minuscoli spruzzi, trascinati dal vento, a portare la geosmina e le altre molecole fino alle nostre narici. La pioggia, dunque, non crea l’odore: lo trasporta.

Foglie che muoiono, funghi che lavorano

L’autunno però non sa solo di terra. Quando la clorofilla si degrada, nelle foglie emergono i gialli e gli arancioni dei carotenoidi, mentre in molte specie si formano pigmenti rossi, le antocianine. Poi le foglie cadono, e sul suolo si stende un tappeto che per funghi e batteri è una dispensa inesauribile. La decomposizione, lenta e instancabile, rilascia nell’aria anidride carbonica e una grande varietà di composti organici volatili, la cui composizione cambia con il clima, con il luogo e con le piante coinvolte.

Tra questi c’è l’1-otten-3-olo, un alcol noto come “alcol del fungo” per il suo aroma di sottobosco. Lo producono diverse specie di funghi e di muffe, ed è lo stesso composto che l’industria alimentare impiega per dare una nota di fungo ai suoi prodotti, e che gli enologi conoscono bene perché contribuisce ad alcuni difetti aromatici del vino.

Terpeni e resine: l’impronta olfattiva di ogni bosco

Sopra questo fondo umido e vegetale si innestano le note più aromatiche, resinose, balsamiche. Sono i terpeni, molecole volatili che le piante producono per difendersi dai parassiti e per interagire con l’ambiente, e che costituiscono gran parte degli oli essenziali e delle resine. Ogni specie emette una propria miscela, e per questo un bosco di conifere non profuma come una faggeta o come un querceto. L’intensità dipende da temperatura, luce, umidità e vento: lo stesso sentiero, in una giornata fredda e ferma o in una mite e ventilata, racconta un odore diverso.

Perché in città l’autunno si fa sentire meno

Nei contesti urbani, la tavolozza si complica. Dopo la pioggia, tra gli odori di terra e foglie bagnate emergono quelli dell’asfalto umido, che può rilasciare composti organici volatili dal carattere pungente, e delle polveri che si accumulano sulle strade, in parte legate al traffico. Per questo nei piccoli parchi cittadini il profumo del bosco autunnale arriva attenuato, sovrastato dal resto. Basta però spostarsi di qualche chilometro, in una faggeta o in un bosco di querce dopo una pioggia di fine ottobre, per ritrovarlo intatto: un racconto scritto da microbi, funghi e alberi, che il nostro naso, senza saperlo, legge a memoria.