Il 5 dicembre 2025, nella sua casa di Santa Monica, si è spento Frank Owen Gehry all’età di 96 anni, dopo una breve malattia respiratoria. Con lui se ne va non soltanto uno degli architetti più riconoscibili del Novecento e del nuovo millennio, ma un vero e proprio modo di guardare il mondo: uno sguardo che ha trasformato l’acciaio in carezza, il vetro in vento, il cemento in racconto. Il New York Times lo ha definito «il titano dell’architettura»; il Los Angeles Times l’ha paragonato a Frank Lloyd Wright come figura più influente dell’architettura americana del suo tempo. Canadese di nascita — nato a Toronto il 28 febbraio 1929 con il nome di Ephraim Owen Goldberg, da una famiglia di ebrei polacchi — naturalizzato statunitense nel 1947, Gehry ha costruito un’identità doppia: quella dell’uomo che cambiò persino il proprio cognome per difendere la figlia dalle discriminazioni antisemite, e quella dell’architetto capace di sfidare ogni convenzione. Vincitore del Premio Pritzker nel 1989 — il Nobel dell’architettura — ha lasciato sul pianeta una costellazione di edifici che non si limitano a occupare lo spazio, ma lo abitano, lo animano, lo trasformano. Questo è il racconto di sei di quelle stelle.
Il Guggenheim di Bilbao: come un edificio ha resuscitato una città
C’è un prima e un dopo nella storia dell’architettura contemporanea, e quel confine si chiama Guggenheim Museum Bilbao. Quando aprì le porte nel 1997, sulle rive del fiume Nervión, nella città portuale basca che stava ancora leccandosi le ferite di un lungo declino industriale, l’effetto fu quello di uno squarcio nel cielo: un essere vivente fatto di 33.000 pannelli di titanio ultrasottile che cambiavano colore con ogni variazione della luce, riflettendo l’acqua e il cielo come un mosaico in perenne movimento.
Il fabbricato era stato concepito per rivitalizzare un’intera area metropolitana, ma nessuno si aspettava che funzionasse con quella potenza. Philip Johnson, architetto di prim’ordine, lo definì «il più grande edificio del nostro tempo» all’indomani dell’inaugurazione. Non era retorica. Bilbao era una città che contava su cantieri navali e fonderie: la crisi degli anni Ottanta l’aveva svuotata di lavoro e di identità. Il museo di Gehry divenne in pochi anni la molla di una rinascita economica e culturale talmente straordinaria da entrare nel vocabolario degli urbanisti con un nome preciso: il «Bilbao Effect», ovvero la capacità di un singolo edificio iconico di trasformare il destino di una città intera.
Internamente, il museo ruota attorno a un grande atrio-cerniera da cui si irradiano diciannove gallerie. Gehry aveva progettato tutto con un software derivato dall’industria aeronautica — il programma CATIA, solitamente usato per progettare aerei militari — l’unico strumento in grado di gestire geometrie così complesse e garantire al tempo stesso il rispetto di un budget di 89 milioni di dollari. Non esiste praticamente una linea retta in tutto l’edificio, scelta voluta e dichiarata dall’architetto stesso, che in un’intervista del 1993 con Charlie Rose aveva spiegato di essersi ispirato al movimento dei pesci e alla sua ribellione contro il postmodernismo: «Se dobbiamo tornare indietro — disse — torniamo a 300 milioni di anni fa: ai pesci».
La Walt Disney Concert Hall di Los Angeles: musica di acciaio nel cuore della città
A pochi anni di distanza da Bilbao, Los Angeles ottenne la sua risposta: la Walt Disney Concert Hall, inaugurata nel 2003 nel cuore del centro cittadino. Gehry la descrisse come «un salotto per la città», e quella definizione ne cattura meglio di qualsiasi critica l’essenza. Una cascata di pannelli di acciaio inossidabile che si increspano come vele in piena bonaccia, la Walt Disney Concert Hall è sede della Los Angeles Philharmonic e uno degli spazi acusticamente più sofisticati al mondo: le pareti e il soffitto sono rivestiti in legno di abete di Douglas lavorato artigianalmente per ottimizzare la propagazione del suono.
C’è un aneddoto rivelatore sulla genesi del rivestimento esterno. Il progetto originale prevedeva il travertino, ma dopo il clamoroso successo del Guggenheim di Bilbao, il comitato committente insistette per il metallo, nonostante le riserve iniziali dello stesso Gehry. Il risultato è un edificio che sembra trasformarsi a ogni ora del giorno: all’alba assorbe i colori pastello del mattino californiano, a mezzogiorno abbaglia come uno specchio solare, al tramonto si accende di un arancio bruciato. La sala concerti non si limita ad ospitare la musica: la produce visivamente, la prolunga nell’architettura, la porta in strada.
L’apertura del Disney Concert Hall innescò nel centro di Los Angeles un processo di rigenerazione urbana che portò nei decenni successivi a nuovi insediamenti residenziali, musei e spazi pubblici. Come aveva fatto Bilbao, anche Downtown Los Angeles conobbe la forza trasformativa di un sogno costruito in acciaio.
La casa danzante di Praga: Fred e Ginger sul lungofiume boemo
Nel 1996, un anno prima di Bilbao, Gehry inaugurò a Praga un edificio che sarebbe diventato uno dei simboli più amati — e discussi — della città. La Casa Danzante (in ceco Tančící dům), progettata in collaborazione con l’architetto ceco Vlado Milunić, sorge sulle rive della Moldava, in un contesto urbano dominato da architetture gotiche, barocche e art nouveau. Il contrasto è palpabile e deliberato: due torri abbracciate in un movimento torsionale, una opaca e nervosa, l’altra curvilinea e trasparente, come due ballerini nel mezzo di un valzer.
Non a caso l’edificio è popolarmente soprannominato «Fred e Ginger», in omaggio a Fred Astaire e Ginger Rogers, i protagonisti dei musical hollywoodiani degli anni Trenta. La torre solida evoca la figura maschile — robusta, verticale, leggermente rigida — mentre quella curva, con le sue finestre irregolari e il profilo sinuoso, rimanda alla grazia femminile in movimento. Un dialogo tra materia e leggerezza che Gehry ha sempre saputo trasformare in poetica architettonica.
L’edificio ospita oggi uffici, appartamenti e un ristorante panoramico all’ultimo piano. Quando fu inaugurato, una parte della critica ceca lo accusò di stridere con il tessuto storico del quartiere di Nové Město. Ma la storia ha dato ragione a Gehry e Milunić: la Casa Danzante è diventata uno dei punti di riferimento del turismo architettonico in Europa centrale, un punto fermo nell’immaginario della Praga contemporanea.
La Fondazione Louis Vuitton di Parigi: un veliero di vetro nel bosco
Ci sono edifici che nascono dall’ispirazione di un viaggio, di un paesaggio, di un’opera d’arte. La Fondazione Louis Vuitton, inaugurata a Parigi il 27 ottobre 2014, nacque da una risonanza magnetica. L’architetto, chiuso per quarantacinque minuti nel tunnel claustrofobico dell’apparecchio, si rifugiò nella propria immaginazione e continuò a disegnare mentalmente i contorni di quello che sarebbe diventato uno dei suoi capolavori più discussi. «Mi capita spesso di ritirarmi dentro il mio guscio — disse poi — anche quando guido o sono in aereo».
Il risultato di quella meditazione forzata si erge oggi nel cuore del Bois de Boulogne, nella parte settentrionale del grande polmone verde di Parigi. Commissionate da Bernard Arnault, presidente di LVMH, le forme dell’edificio traducono in architettura la metafora di un vascello in navigazione: dodici vele di vetro — composte da 3.600 pannelli curvi realizzati su misura, con una superficie complessiva di 13.500 metri quadrati — avvolgono il cosiddetto «iceberg» bianco, ovvero il corpo espositivo rivestito con 19.000 pannelli in calcestruzzo fibrorinforzato. Ogni vela ha una curvatura unica, diversa da tutte le altre.
Gehry aveva dichiarato: «Ho sognato di progettare una magnifica nave per Parigi, che simboleggiasse la profonda vocazione culturale della Francia». La struttura si estende su una superficie di 11.700 metri quadrati e ospita undici gallerie espositive, un auditorium da 350 posti e terrazze panoramiche sulle fronde del bosco. Il legame sentimentale tra Gehry e Parigi era profondo: da giovane laureato, nei primissimi anni Sessanta, aveva vissuto nella capitale francese lavorando nello studio di André Remondet, respirando Le Corbusier e le cattedrali gotiche. Cinquant’anni dopo, lasciava alla città la sua firma più luminosa e sfuggente.
L’edificio IAC di New York: il primo grattacielo interamente di vetro di Gehry
Mentre Parigi aspettava il suo veliero, New York aveva già ricevuto il primo edificio a pianta completa mai firmato da Frank Gehry nella Grande Mela. L’IAC Building — quartier generale della società internet di Barry Diller, Interactive Corp — fu completato nel 2007 sul lato ovest di Manhattan, affacciato sul West Side Highway. Dieci piani di architettura decostruttivista che si articolano in due gruppi di torri sovrapposte, la seconda più piccola della prima, con un effetto visivo di stratificazione leggera, quasi come nuvole che si accumulano l’una sull’altra.
Gehry aveva immaginato anche qui il titanio come materiale di rivestimento, ma Diller voleva il vetro. Il dialogo tra committente e progettista produsse qualcosa di inedito nel vocabolario di Gehry: pareti interamente vetrate che variano dall’assoluta trasparenza al bianco latteo man mano che la luce solare le colpisce, creando un naturale effetto di oscuramento che protegge gli occupanti senza oscurare la vista. L’effetto visivo è quello di un edificio che «respira», che cambia pelle con il mutare delle ore e delle stagioni.
L’IAC Building è apparso anche nella cultura popolare: compare in due film del 2010 — The Other Guys e Wall Street: Money Never Sleeps — a testimonianza del potere iconografico che un edificio di Gehry riesce ad acquisire quasi immediatamente dopo la sua costruzione.
Il Biomuseo di Panama: l’unica opera latinoamericana di Gehry, un inno alla biodiversità
L’ultimo capitolo di questo viaggio porta in un luogo inaspettato: Città di Panama, sull’istmo che unisce le Americhe e separa due oceani. Qui, nel 2014, aprì il Biomuseo — ufficialmente Museo de la Biodiversidad — l’unica opera realizzata da Frank Gehry nell’intera America Latina. Il progetto era stato concepito anni prima, ma la sua costruzione richiese tempi lunghi; il risultato, tuttavia, vale ogni attesa.
Se a Bilbao il titanio rifletteva il mare e il cielo dei Paesi Baschi, a Panama Gehry scelse i colori della foresta tropicale: rosso, giallo, arancione, verde, blu si alternano sulle superfici metalliche angolari dell’edificio in un’esplosione cromatica che non ha precedenti nel suo portfolio. La struttura è pensata come un insieme di volumi intersecanti che evocano il senso di movimento e di energia vitale, coerente con la missione del museo: raccontare la storia naturale di Panama e l’importanza straordinaria della sua biodiversità — quella di un Paese che, pur coprendo appena lo 0,01% della superficie terrestre, ospita circa il 5% di tutte le specie viventi del pianeta.
L’edificio include un atrio pubblico a cielo aperto protetto da tettoie metalliche colorate, pensato per accogliere i visitatori anche durante le frequenti piogge tropicali. All’interno, gallerie interattive narrano la straordinaria storia geologica dell’istmo e la sua funzione di ponte biologico tra Nord e Sud America. Il Biomuseo è, forse tra tutti i lavori di Gehry, quello che più apertamente celebra la vita stessa: non come contenitore di arte, ma come racconto dell’ecosistema che rende possibile ogni forma di esistenza.
Un’eredità che non si misura in metri quadrati
Frank Gehry ha trascorso oltre sei decenni a trasformare il modo in cui l’umanità abita e percepisce lo spazio costruito. Il suo studio — fondato nel 1962 a Santa Monica come Frank O. Gehry and Associates, oggi Gehry Partners LLP — ha consegnato al mondo edifici che sfidano la gravità, interrogano la storia, dialogano con la natura. Il suo metodo di lavoro, che prevedeva l’uso di software aeronautici per modellare geometrie impossibili, ha aperto la strada a una nuova generazione di architetti digitali che lo ha preso come punto di riferimento ineludibile.
Ma più di ogni innovazione tecnologica, ciò che rende unico il lascito di Gehry è la sua convinzione radicale che l’architettura debba emozionare, che uno spazio costruito possa cambiare la vita di una città e dei suoi abitanti, che la materia abbia il dovere di mettersi in moto. «Non stiamo soltanto costruendo edifici — disse una volta — stiamo costruendo luoghi». È questa la sua eredità più autentica: non acciaio, non vetro, non titanio, ma luoghi dove il tempo rallenta, lo sguardo si allarga, e il quotidiano si trasforma in meraviglia.

Curioso per natura, vivo la vita come se non ci fosse un domani.
Appassionato di enogastronomia e viaggi, racconto storie di sapori, tradizioni e culture attraverso itinerari culinari e destinazioni autentiche. Esploro territori, scopro vini, piatti e prodotti locali, condividendo esperienze sensoriali e consigli pratici per viaggiatori enogastronomici. Amo immergermi nelle tradizioni di ogni luogo, catturando l’essenza di culture diverse e facendo emergere il legame tra territorio e gastronomia. Con uno stile vivace e coinvolgente, trasformo ogni racconto in un’esperienza da gustare e vivere, ispirando chi desidera scoprire il mondo attraverso i suoi sapori autentici. Per me, viaggio e cucina sono strumenti di conoscenza e confronto, capaci di unire le persone e arricchire l’anima.

































