Nelle sale il 9 10 e 11 maggio il nuovo film di Michael Moore, l’ennesima pellicola del regista americano che da anni urla gli scandali degli USA, facendo della sua patria una pittoresca icona del male.
Solito berretto e bandiera stellata sulle spalle. Moore invade l’Europa per derubare quei sistemi e quelle strutture assenti sul suolo americano e ottenute nel tempo negli stati del vecchio continente.
Approda in Italia, terra in cui scopre le ferie pagate, la tredicesima e il clima familiare che si cerca di mantenere nelle aziende. Si vola poi in Francia per mostrare cosa viene servito in mensa ai bambini di una scuola elementare. A seguire Slovenia, Portogallo, Germania, Tunisia, Norvegia e Islanda. Dal sistema carcerario che non animalizza i detenuti all’università gratuita, dalle banche gestite dalle donne che pensano in grande per la comunità al lavoro poco pesante che basta per vivere sereni ed andare in vacanza.
Moore è un esterofilo e questo ormai non sconvolge più nessuno. Sorprende, invece, come il regista sia costantemente in grado di trovare materia nera sulla sua terra natia. Tralasciando il fatto che viene mostrata la visione di un “turista” a cui si mostrano solo gli aspetti più lucenti di tutte queste belle nazioni, il documentario di Moore non riesce a mascherare una certa ipocrisia di fondo che libera durante la visione una quantità spropositata di “non c’è bisogno di essere più ricchi”, “ci preoccupa la felicità dei nostri dipendenti” e ancora felicità, felicità, felicità. Una nenia troppo semplice da spiattellare sullo schermo per due ore, mostrando gente che si rilassa di continuo.
Michael Moore sa mettere bene i suoi interlocutori sulla scena, sa usare bene l’ironia e tecnicamente, per quanto le difficoltà dei suoi film siano minime, non ha mai perso un colpo. Tuttavia, tolte le mancanze dell’America, i complotti e il marciume della casa bianca cosa resta al signor Moore? Possiamo davvero aspettarci solo questo o con quello che ormai è il settimo film sull’America( in questo caso su ciò che l’America non è) possiamo cominciare a dirci un po’ annoiati dalla solita solfa? Certamente diverte vederlo andare in giro a piantare la bandiera americana, sorprendersi di continuo per ciò che non riconosce nei paesi considerati “più avanti”, ma probabilmente tutto ciò non è abbastanza per permettergli di proseguire su questa scia.
Ci auguriamo di sentire il suo nome, famigerato ormai in ogni festival di rilevo del mondo, accostato a nuove idee e nuovi progetti.

































