“Il senso di Hitler” è un film di Petra Epperlein e Michael Tucker incentrato sulla figura del politico tedesco e ideatore dell’Olocausto Adolf Hitler.

Proprio nella giornata della memoria, il 27 gennaio, il film-documentario uscirà nelle sale italiane grazie alla società di distribuzione Wanted Cinema. Il documentario vanta un’ampia gamma di emeriti intervistati, tra i quali: il psichiatra Peter Theiss-Abendroth, la storica e autrice del libro “Antisemitismo. Una storia di oggi e di domani” Deborah Lipstadt e, infine, il biologo forense che ha esaminato i frammenti del teschio di Hitler Mark Benecke.

Anziché realizzare l’ennesimo film d’archivio, gli autori de “Il senso di Hitler” hanno confezionato un documentario originale e diverso dai molti che lo hanno preceduto: ci aiuta a capire, infatti, il significato di Hitler partendo dalla “fonte” stessa e rispondendo alla domanda “Cosa lo ha reso Hitler?”.

Di lui si sono dette molte cose, alcune più surreali di altre. Si iscrisse a una facoltà di arte senza grande successo; amava molto il suo cane ma, poi, ha testato su di lui una pillola di cianuro; ha fatto con la moglie un patto di suicidio per poi sposarla 24 ore dopo; non trascorreva nemmeno troppo tempo con le altre persone, perché preferiva stare a contatto con gli “inferiori”, per esempio il suo autista. Chi era davvero questo strano ma pericoloso personaggio che è entrato nella Storia e, forse ancora prima, nella leggenda?

Recensione film "Il senso di Hitler", #”Il senso di Hitler” non è l’ennesimo documentario sul nazismo

Secondo lo storico Saul Friedlander, “siamo attratti dalla sua figura in modo morboso”. Se andassimo a rispolverare la filosofia nazista, i due temi più rilevanti, tanto che ancora possiedono un certo ascendente, sono il martirio e la morte: entrambi sono così vicini a un sentimento religioso che rimanda all’eternità. Infatti, lo scopo del nazismo (da Friedlander definito “fascismo affascinante”) era mettere in scena “un’opera grandiosa, un’esibizione perenne” che tutti i popoli dei secoli a venire avrebbero ricordato. Ecco perché la fama di Hitler esula dalle sue pubblicazioni od orazioni pubbliche e risiede nei retroscena (i quali, spesso, sono assenti dai testi divulgativi ma hanno un forte impatto sulle persone).

Dovremmo quindi dimenticarci della Storia e crede alle numerose leggende che circolano sulla sua figura, soprattutto quelle che ne esaltano l’operato “micidiale”? Certamente no, anche perché si rischierebbe di cadere nel revisionismo storico che molti, a partire dagli storici stessi, stanno attuando da decenni. Primo fra tutti è David Irving, storico negazionista dell’Olocausto e affiliato agli estremisti di destra che promuovono il Neo-Nazismo. Quando i registi Petra Epperlein e Michael Tucker hanno voluto incontrarlo, per ricevere anche il punto di vista di chi non crede agli orrori del nazismo, hanno ricevuto una lettera in cui Irving esprimeva il suo timore nel dover incontrare degli ebrei. Tuttavia, nonostante questa prima, sconcertante impressione, lo storico ha accettato di essere intervistato per il documentario, facendosi trovare nella cosiddetta “tana del lupo” in Polonia. Sarebbe stato questo, infatti, il luogo dove ci fu l’ultimo tentativo di assassinare di Hitler, che secondo le cronache rimase ferito in una sorta di agguato.

Hitler aveva delle “tane” ben fatte e al riparo dagli occhi di tutti. Il più celebre – rimasto quasi intatto nonostante il trascorrere del tempo – è il cosiddetto “Führerbunker“, ultimo quartier generale di Hitler che oggi si trova nel pieno centro di Berlino: sulle sue ceneri sorgono dei comunissimi condomini poco accattivanti con parcheggi per automobili. A occuparsi del suo archivio è Enno Lenze. Sulla base della sua esperienza, Lenze racconta ai registi delle molte gite scolastiche e domande che gli vengono poste dai giovani. Secondo lui, le ultime generazioni sembrano non avere mai ricevuto un’educazione sufficiente con cui confrontarsi con il passato: molti degli alunni che incontra a lavoro dubitano persino che Hitler sia morto, né sono in grado di dire con esattezza cosa sia una “guerra”.

Ma se questo fatto può sembrare tragico, l’accresciuta antipatia verso gli immigrati lo è maggiormente. Che cosa lega il razzismo e il neo-nazismo al revisionismo storico? Lo racconta alle telecamere il sociologo Klaus Theweleit, che si è espresso sulle immigrazioni avvenute nella cittadina di Braunau am Inn, sede della casa natale di Adolf Hitler. “La gente ha paura degli stranieri, soprattutto dove ce ne sono pochi: quelle persone che non hanno alcun senso del confine mettono i confini del paese come fossero propri“, ha raccontato a proposito dell’accresciuto sentimento islamofobo della città. Nel 2015, infatti, si è registrata un’impennata di migrazioni di persone provenienti dal Medio Oriente, ma non solo: a due porte dalla casa natale di Hitler c’è un negozio di alimentari arabo che, per i neo-nazisti, è il segno evidente della conquista da parte dell’Islam dell’Occidente.

Ulteriori dettagli sul nesso tra immigrazione e neo-nazismo li ha poi forniti anche lo storico Winfred Nerdinger.

È un movimento nazionalista, quindi ancora una volta un movimento per separare un paese o una comunità dall’altra. Naturalmente questo è collegato poi con il tentativo di prendere le distanze dal periodo nazista. Quella che chiamiamo revisione storica è un elemento abbastanza centrale del pensiero estremista di destra“.

Infine, uno degli altri interessanti quesiti che il documentario si pone è perché, nella rappresentazione hollywoodiana della sua ascesa e caduta, a Hitler venga dato il beneficio di una morte onorevole, allontanando puntualmente la cinepresa nelle scene in cui il suo personaggio si spara, senza quindi che gli si veda commettere il gesto suicida. Eppure, le sue vittime non vengono rappresentate così, poiché vengono fatte soffrire e mostrate nella loro vulnerabilità: in questo modo, la sua leggenda continua…