Tutto inizia oggi. L’11 giugno 2026, con il fischio d’inizio all’Estadio Azteca di Città del Messico, il calcio mondiale entra in una nuova era. Una di quelle svolte che si raccontano ai figli: “Io c’ero, quando il Mondiale è diventato una cosa mai vista prima.” Quarantotto nazionali, dodici gironi, centoquattro partite, tre nazioni ospitanti. E noi italiani, ancora una volta, a guardare da casa.
Fa male. Fa sempre male. Ma questa Coppa del Mondo è talmente grande, talmente piena di storie da raccontare, di record che tremano e di leggende che si avvicinano all’epilogo, che persino il tifoso azzurro più strenuo non riuscirà a distogliere gli occhi dallo schermo.
Il torneo più grande di sempre: cosa cambia con le 48 squadre
La prima cosa da sapere è che i Mondiali del 2026 non assomigliano a nessuna edizione precedente. Per la prima volta nella storia della Coppa del Mondo, partecipano 48 nazionali — sedici in più rispetto alle ultime edizioni — suddivise in dodici gironi da quattro squadre ciascuno. Non si qualificano solo le prime due di ogni raggruppamento: passano il turno anche le otto migliori terze, per un totale di trentadue squadre che accedono ai sedicesimi di finale, fase che la FIFA ha ribattezzato “Round of 32” e che si disputa in gara secca, con supplementari e rigori in caso di parità.
Il risultato aritmetico è impressionante: 104 partite totali in 39 giorni, dal fischio d’inizio dell’11 giugno alla finale del 19 luglio al MetLife Stadium di New York/New Jersey. Le partite vengono distribuite in 16 stadi in 16 città fra Stati Uniti, Messico e Canada: undici impianti americani, tre messicani, due canadesi. Un circo planetario di proporzioni mai raggiunte.
È anche la prima Coppa del Mondo organizzata da tre Paesi contemporaneamente — e soltanto la seconda co-organizzazione nella storia, dopo il torneo nippo-coreano del 2002. Per il Messico è la terza volta da nazione ospitante (record assoluto dopo il 1970 e l’indimenticabile 1986), mentre gli Stati Uniti tornano a fare gli onori di casa trent’anni dopo l’edizione del 1994 — quella del rigore sbagliato da Roberto Baggio in finale, sì, proprio quel rigore lì. Il Canada invece debutta da organizzatore.
Il Maracanazo, la Coppa rubata da un cane e la Mano di Dio: i grandi aneddoti della storia
Prima di guardare avanti, bisogna fermarsi un momento sul passato. Perché la storia della Coppa del Mondo è una raccolta di storie straordinarie, alcune epiche, altre surreali, tutte indimenticabili.
Cominciamo dal 1950, Brasile. Al Maracanã di Rio de Janeiro, per la finale del torneo (che allora si chiamava “finale a girone”), si radunano circa 200.000 persone — la stima più alta mai registrata per una partita di calcio. Il Brasile deve solo pareggiare contro l’Uruguay per vincere il titolo. Risultato: 2-1 per gli uruguayani. Il “Maracanazo” entra nella storia come la sconfitta più traumatica nella storia del calcio brasiliano: si dice che alcune persone siano svenute sugli spalti, che altri abbiano pianto per giorni. Il capitano uruguayano Obdulio Varela, leggenda vivente, quando i compagni sentivano il boato del Maracanã tremare le gambe, entrò nello spogliatoio e disse: “Non temete, quelli là fuori non esistono.”
Poi c’è il 1966, Inghilterra. Il 20 marzo di quell’anno, la Coppa Jules Rimet viene rubata da una vetrina espositiva a Westminster. Scandalo internazionale. Scotland Yard mobilita investigatori. Il trofeo viene ritrovato una settimana dopo da un border collie di nome Pickles, che durante una passeggiata con il padrone David Corbett nel sud-est di Londra fiuta un pacco di giornali nascosto sotto una siepe: dentro c’è la Coppa del Mondo. Pickles diventa un eroe nazionale. Il Mondiale si disputa regolarmente e l’Inghilterra lo vince per la prima — e unica — volta nella storia.
Ma il momento che più di tutti ha segnato la memoria collettiva del calcio mondiale rimane quello del 22 giugno 1986, allo Stadio Azteca di Città del Messico. Argentina contro Inghilterra, quarti di finale. Sullo sfondo, la guerra delle Falkland combattuta pochi anni prima. Diego Armando Maradona segna due gol in quattro minuti che la storia non ha mai smesso di raccontare. Il primo, al minuto 51, è il più discusso di sempre: Maradona tocca il pallone con la mano sinistra, il portiere inglese Peter Shilton non riesce a intercettarlo, la palla entra in rete. L’arbitro convalida. Maradona, interrogato in conferenza stampa, risponde che quel gol lo ha segnato “un po’ con la testa di Diego e un po’ con la mano di Dios”. La Mano de Dios è nata. Tre minuti dopo, lo stesso Maradona raccoglie palla nella propria metà campo e ne dribbla cinque (più il portiere) in una corsa di sessanta metri che la FIFA ha eletto come gol del secolo.
I record che tremano: Messi, Mbappé e il trono di Klose
Se c’è un filo narrativo che attraverserà ogni singola partita di questo Mondiale, è la caccia a un numero: 16. È il record storico di gol segnati nella Coppa del Mondo, appartenente al tedesco Miroslav Klose, bomber polacco-tedesco della Lazio e della Germania, che in quattro edizioni (2002, 2006, 2010, 2014) ha realizzato sedici reti in ventiquattro presenze. Klose è l’unico giocatore della storia a segnare almeno quattro gol in tre edizioni consecutive del torneo. Il suo primato sembrava destinato a resistere per decenni.
Poi sono arrivati loro.
Lionel Messi si presenta a questo Mondiale con 13 gol all time. Tre sole reti lo separano dal record di Klose. A 38 anni, al suo sesto e presumibilmente ultimo Mondiale, la Pulga può diventare il miglior marcatore di sempre nella storia della Coppa del Mondo. Non solo: Messi è già il giocatore con più partecipazioni gol in assoluto nella storia del torneo, con 21 contributi (13 gol e 8 assist) in 26 partite, davanti a Gerd Müller e Pelé.
Dall’altra parte c’è Kylian Mbappé, che ha 27 anni e 12 gol all time in soli due Mondiali. Ha già realizzato una tripletta in finale nel 2022 — secondo nella storia a farlo dopo Geoff Hurst nel 1966 — e con quattro gol sorpasserebbe Klose. Con un torneo da protagonista, potrebbe non solo battere il record ma farlo con anni e anni di Mondiali ancora davanti a sé.
E poi c’è Cristiano Ronaldo, che arriva a questa competizione a 41 anni come il giocatore di movimento più anziano dell’intero torneo. Lui, che nel 2022 è diventato il primo calciatore della storia a segnare in cinque Mondiali diversi, punta ora a segnare in sei edizioni consecutive — un primato che nessun uomo ha mai raggiunto. Il suo Portogallo è incluso nel Gruppo K con RD Congo, Uzbekistan e Colombia, e le proiezioni lo danno almeno ai quarti.
Per chi ama i numeri astronomici, c’è un altro record teoricamente in bilico: quello di Just Fontaine, che nel 1958 in Svezia segnò 13 gol in sei partite. Una media di 2,2 reti a match che nessuno, nell’era moderna, è mai riuscito ad avvicinarsi minimamente. Con le partite che nel nuovo formato possono arrivare fino a otto per un singolo giocatore, matematicamente qualcuno potrebbe tentarci. Ma sarebbe un miracolo di proporzioni storiche.
Le favorite: Francia e Spagna davanti a tutti, l’Argentina del re Messi difende la corona
Parliamo delle squadre. Chi vincerà?
Francia e Spagna sono le nazionali più quotate dai bookmaker, seguite da Inghilterra, Brasile, Portogallo e Argentina. I Bleus di Kylian Mbappé arrivano a questo Mondiale con quella fame feroce di chi ha sfiorato il titolo due volte di fila: campioni nel 2018, finalisti sconfitti ai rigori nel 2022. La rosa francese è tecnicamente senza eguali, profonda in ogni reparto, con una generazione di talenti — Mbappé, Dembélé, Camavinga, Olise, Cherki, Doué — che è all’apice fisico e atletico.
La Spagna di Lamine Yamal, rivelazione della scorsa estate all’Europeo, è l’altra grande candidata. Il talento blaugrana è ancora diciottenne e si presenta al suo primo Mondiale da stella assoluta, con una qualità tecnica che ricorda i migliori anni del tiqui-taca.
L’Argentina di Messi è campione in carica e proverà a difendere il titolo conquistato in Qatar: impresa rara, nel recente passato, visto che nelle ultime cinque edizioni hanno vinto quattro nazionali diverse. Al fianco di Leo gioca Lautaro Martínez, che con l’Inter ha dimostrato di saper essere decisivo nei momenti cruciali.
Il Brasile di Carlo Ancelotti — il tecnico emiliano ha preso le redini della Seleção — torna in campo con una missione storica: il sesto titolo mondiale manca dal 2002. Con Vinícius Júnior, Rodrygo e persino il ritorno a sorpresa di Neymar nella lista dei convocati, la squadra ha il talento per arrivare in fondo. Ma i verdeoro nelle ultime edizioni hanno tradito le attese nelle fasi decisive, e il peso della storia si fa sentire.
I grandi recordman italiani: Vieri, Baggio e Paolo Rossi, il nostro pantheon iridato
L’Italia non c’è. Eliminata nei playoff dalla Bosnia, gli Azzurri mancano per la terza volta nelle ultime quattro edizioni — una crisi strutturale che il calcio italiano fatica ancora a elaborare. Ma la storia azzurra ai Mondiali è gloriosa, e vale la pena ricordarla.
L’Italia ha vinto quattro Coppe del Mondo: 1934, 1938, 1982 e 2006. Nessuna nazionale europea ha fatto meglio. Solo il Brasile (cinque titoli) e la Germania (quattro, come noi) ci contendono il podio dell’albo d’oro.
Sul fronte marcatori, nessun azzurro è mai entrato nella top 10 dei bomber di sempre. I nostri migliori sono Paolo Rossi, Roberto Baggio e Christian Vieri, tutti fermi a nove gol nella storia del torneo. Pablito Rossi, però, ha un record che resta unico: nella Coppa del Mondo del 1982 in Spagna, segnò sei reti in cinque partite — inclusa la tripletta al Brasile e la doppietta in semifinale contro la Polonia — e vinse il titolo di capocannoniere. Poi alzò la Coppa. Era il luglio di quarantaquattro anni fa, e quel grido di Nando Martellini — “Campioni del mondo! Campioni del mondo! Campioni del mondo!” — continua a risuonare ogni volta che ci si ricorda di cosa siamo stati.
Il 2006 in Germania fu l’ultima gioia. Lippi portò a Berlino una squadra che sembrava finita, decimata dal caso Calciopoli. Invece Cannavaro, Totti, Del Piero, Pirlo, Gattuso e Buffon si resero protagonisti di uno dei tornei più belli della storia azzurra. La finale contro la Francia, vinta ai rigori dopo l’assurda testata di Zidane su Materazzi, è entrata nella cultura popolare mondiale. Fabio Cannavaro sollevò la Coppa quella notte a Berlino: quattro stelle sul petto, orgoglio incrollabile.
Il grande assente e la speranza: l’Italia guarda avanti
Manca l’Italia, dunque. E manca da far male. Ma questa Coppa del Mondo è, paradossalmente, anche un’occasione. Un’occasione per osservare, studiare, capire dove si è rimasti indietro e dove si può tornare a competere. La nuova generazione azzurra — Tonali, Cambiaso, Pellegrini, Scamacca, Retegui, Frattesi — ha già dimostrato qualcosa agli ultimi Europei. Il cantiere è aperto.
Nel frattempo, quello che inizia oggi è lo spettacolo calcistico più grande che il pianeta abbia mai visto. 104 partite, 48 nazioni, decine di storie che aspettano di essere scritte. I record di Klose che tremano sotto i piedi di Messi e Mbappé. L’ultimo ballo di Ronaldo. La prima Coppa del Mondo a 48 squadre, con outsider che nessuno si aspetta e campioni che aspettano solo di confermarsi.
Il calcio non è solo un gioco. È la lingua comune di quasi otto miliardi di persone. E stasera, in tutto il mondo, quella lingua parlerà all’unisono.





























