C’è qualcosa di quasi commovente nel gesto. Una mano che fruga in fondo a uno zaino, che aggroviglia e poi svela un cavo bianco, che lo stende con pazienza prima di infilarlo nel telefono. Niente accoppiamento. Niente custodia da ricaricare. Niente app da aggiornare. Solo suono, immediato e fedele, come una promessa mantenuta. In un’epoca in cui anche lo spazzolino da denti invia notifiche push, questo gesto quasi anacronistico ha acquisito la forza silenziosa di una piccola dichiarazione d’indipendenza.
Il mercato lo conferma con i numeri. Secondo i dati di Circana, società specializzata in ricerche di mercato sui beni di consumo, dopo cinque anni consecutivi di declino le cuffie cablate hanno segnato una crescita del 3% nel 2025, con un’accelerazione significativa nella seconda metà dell’anno. Nelle prime sei settimane del 2026 i ricavi sono aumentati del 20% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Non si tratta di nostalgia da retrofront di nicchia: è un cambio di rotta che ha radici concrete, economiche, ambientali e persino filosofiche.
Dal jack abolito al cavo riscoperto: un decennio di svolta tecnologica
Per capire questo ritorno bisogna tornare al 2016, l’anno in cui Apple eliminò il jack audio da 3,5 mm da iPhone 7 e presentò gli AirPods come il futuro inevitabile dell’ascolto personale. Era una scommessa coraggiosa, e funzionò. Gli auricolari true wireless diventarono in pochi anni uno dei segmenti più dinamici dell’elettronica di consumo, trainati da cancellazione attiva del rumore, integrazione con gli assistenti vocali e design sempre più miniaturizzato.
Ma ogni scommessa ha un costo nascosto. A furia di aggiungere sensori, firmware, batterie sigillate e funzioni intelligenti, questi dispositivi hanno guadagnato in potenza e perso in semplicità. Ci si è ritrovati a dover gestire custodie di ricarica scariche nel momento sbagliato, auricolari sinistri smarriti, problemi di abbinamento Bluetooth con computer o televisori, latenza percepibile durante l’editing video o il gaming. La tecnologia aveva promesso un’esperienza senza attrito, ma l’attrito si era spostato altrove: nei dettagli operativi, nella dipendenza energetica, nell’inevitabile decadimento delle batterie.
Il problema delle batterie non sostituibili e il nodo della sostenibilità
Uno dei fattori che ha alimentato la riscoperta del cavo riguarda la durata di vita degli auricolari wireless e il loro impatto ambientale. iFixit, la piattaforma indipendente che da anni smonta dispositivi elettronici per valutarne la riparabilità, ha assegnato agli AirPods Pro di terza generazione un punteggio di riparabilità pari a zero, segnalando batterie incollate sotto strati di adesivo e una struttura che rende l’intero prodotto sostanzialmente non riparabile quando la batteria degrada.
Non è un caso isolato: è la logica di un settore che ha costruito il proprio modello attorno alla sostituzione periodica piuttosto che alla riparazione. Il Parlamento europeo, con il regolamento sull’ecodesign entrato in vigore nel 2024, ha iniziato ad affrontare il problema imponendo requisiti di durabilità e riparabilità a un numero crescente di categorie di prodotti. Il Joint Research Centre della Commissione europea ha più volte ribadito che estendere la vita utile dei dispositivi elettronici è uno degli interventi più efficaci per ridurre le emissioni di CO₂ legate all’industria tecnologica.
Le cuffie cablate, con la loro architettura elementare — driver, cavo, connettore — hanno meno componenti soggetti a usura irreversibile. Si rompono anche loro, certo. Ma si rompono in modo comprensibile, a volte riparabile, comunque più lento rispetto a una batteria ai polimeri di litio destinata a perdere capacità dopo poche centinaia di cicli.
Latenza, fedeltà del suono e usi professionali: dove il cavo resta insostituibile
Sul piano tecnico, il cavo ha mantenuto vantaggi reali che il Bluetooth, pur migliorato enormemente, non ha ancora colmato del tutto. La latenza — il ritardo tra il segnale audio e la sua riproduzione — è virtualmente nulla nelle cuffie cablate, mentre anche i codec wireless più avanzati come aptX Low Latency o LC3 introdotto con Bluetooth LE Audio introducono ritardi misurabili, rilevanti in contesti come il gaming, la produzione musicale, il montaggio video o la registrazione di strumenti.
Per questo motivo, nello studio di registrazione e negli ambienti di post-produzione professionale le cuffie cablate non sono mai uscite di scena. Modelli come i Beyerdynamic DT 770 Pro o i Sony MDR-7506 continuano a essere strumenti di lavoro standard in radio, televisione e studi discografici di tutto il mondo. La stabilità del segnale, l’assenza di interferenze e la piatta curva di risposta in frequenza li rendono preferibili in qualsiasi contesto in cui l’accuratezza conta più della comodità.
La dimensione culturale: il cavo come scelta estetica e generazionale
Accanto alle ragioni pratiche, ne esiste una più difficile da quantificare ma altrettanto reale. Parte del ritorno delle cuffie con il filo appartiene a una dinamica culturale che ha investito negli ultimi anni diversi oggetti tecnologici del passato recente: le fotocamere digitali compatte, i lettori MP3 come il vecchio iPod, i telefoni a conchiglia, i vinili. La Generazione Z, cresciuta in un ambiente già saturo di connettività, ha sviluppato un rapporto selettivo e in parte ironico con la tecnologia. Non è nostalgia in senso stretto — chi ha vent’anni oggi non ha ricordi personali del cavo bianco Apple come simbolo culturale degli anni Duemila. È piuttosto una riappropriazione estetica: quegli oggetti vengono riletti come linguaggio visivo, come scelta deliberata in un panorama in cui tutti hanno gli stessi auricolari bianchi in ogni orecchio.
Il cavo, a differenza degli auricolari true wireless che tendono a scomparire nel corpo, disegna una linea visibile. Scende dal collo, finisce in una tasca, attraversa la felpa. Diventa parte dell’outfit, non accessorio nascosto. Alcune figure di spicco del mondo dello spettacolo e della moda hanno contribuito a normalizzare questo look, inserendosi in un’estetica anti-patinata che funziona proprio perché sembra poco costruita.
Il mercato del wireless non arretra, ma si biforca
Sarebbe semplicistico leggere la riscoperta del cavo come un rifiuto della tecnologia wireless. Il mercato degli auricolari Bluetooth continua a crescere e a innovare: Apple ha portato sugli AirPods Pro di ultima generazione sensori per il monitoraggio della frequenza cardiaca durante l’attività fisica, con integrazione nell’ecosistema di salute di iOS. I codec lossless stanno progressivamente migliorando la qualità audio senza fili. Le funzioni di traduzione simultanea, l’audio spaziale e la cancellazione adattiva del rumore restano vantaggi reali che nessun cavo può replicare.
Quello che sta cambiando è il modello mentale del consumatore. Sempre meno persone cercano un unico dispositivo universale che risolva ogni situazione. Cresce invece la propensione a usare strumenti diversi per contesti diversi: gli auricolari con cancellazione del rumore per il treno o l’aereo, le cuffie cablate per la scrivania, il lavoro audio, o semplicemente per le giornate in cui gestire un’altra batteria sembra una fatica inutile.
Il cavo è tornato perché risponde a un bisogno reale: quello di un oggetto che non chiede nulla, che non si aggiorna, che non si disconnette, che non si dimentica di ricaricare. In un ecosistema tecnologico sempre più esigente, la semplicità ha smesso di essere un limite. È diventata, a modo suo, una forma di lusso accessibile.

No#News Magazine è il periodico dell’ozio, non nell’accezione oblomoviana del temine, ma piuttosto in quella dell’Antica Roma dell’otium, ovvero del tempo (libero) da impiegare in attività di accrescimento personale. L’ozio, quale uso ponderato del tempo.
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