C’è un angolo di Napoli dove il tempo sembra essersi fermato nel 1545, dove le volte affrescate parlano ancora della grande stagione rinascimentale italiana con una voce potente e sorprendente. È la Sacrestia Vasari, all’interno della chiesa di Sant’Anna dei Lombardi a piazza Monteoliveto, nel cuore pulsante del centro storico partenopeo. Un luogo che i napoletani spesso ignorano, nascosto com’è tra le pieghe di una città traboccante di storia, eppure capace di lasciare senza fiato chiunque varca quella soglia.

Un artista aretino nel regno dei vicerè

Giorgio Vasari giunse a Napoli nel 1544 al servizio del viceré don Pedro da Toledo, portando con sé la sua bottega e, soprattutto, quella corrente artistica rivoluzionaria che era il manierismo toscano, fino ad allora rimasto confinato entro i confini dello Stato Pontificio. La sua permanenza in città fu breve — appena due anni — ma intensa e decisiva per l’intera cultura artistica meridionale. Come un seme gettato su un terreno fertile, la sua presenza produsse frutti che avrebbero cambiato per sempre il volto artistico della città.

L’ordine degli olivetani gli commissionò la decorazione di quello che allora era il refettorio del loro monastero, uno spazio che secoli dopo sarebbe diventato sacrestia, noto ancora oggi come “Sacrestia del Vasari”. Non fu un’impresa semplice. L’artista, di fronte alla mancanza di luce diffusa all’interno dell’ambiente, pretese di poter effettuare un imbiancamento dell’intera superficie delle pareti prima di accettare il lavoro, ricoprendo di stucco tutte le volte del refettorio e incorniciando il tutto con luminose e geometriche decorazioni.

Una Sistina nel cuore del Meridione

Il risultato è straordinario. Vasari realizzò un ciclo pittorico suddiviso in tre campate, ciascuna corrispondente a un preciso programma iconografico e didascalico. La volta, decorata a grottesche, divenne una straordinaria sfera celeste in cui furono raffigurate le 48 costellazioni tolemaiche, alternate a personificazioni di virtù distribuite intorno a un ottagono centrale. La campata d’ingresso evoca il tema della Religione, quella centrale dell’Eternità, quella di fondo della Fede: un percorso simbolico pensato per guidare lo sguardo e l’animo del fedele.

Grande estimatore di Michelangelo, Vasari si ispirò all’arte del maestro fiorentino realizzando, a Napoli, quella che potremmo definire una piccola Cappella Sistina: gli straordinari affreschi di questa Sacrestia rappresentano una significativa e rara testimonianza dell’armonia rinascimentale, in cui sapienza ed eleganza si fondono perfettamente.

Il dialogo impossibile tra gotico e manierismo

Ciò che rende questo luogo unico non è soltanto la qualità pittorica degli affreschi, ma la tensione creativa tra stili diversi che si percepisce nell’aria. Il tardo gotico e il manierismo fiorentino dialogano magnificamente sulla base di una struttura geometrica, presente sia nelle architetture sia negli affreschi, mentre il gusto tardogotico napoletano sopravvive nell’arco a sesto ribassato e nelle finestre laterali. Non una sopraffazione, dunque, ma un dialogo tra civiltà artistiche differenti.

Vasari fu affiancato da Raffaellino del Colle, che eseguì alcune figure su disegno del maestro aretino, e da Stefano Veltroni, cui spettarono le parti puramente decorative. La bottega vasariana si muoveva come un organismo collettivo ben oliato, capace di produrre risultati di altissimo livello anche in tempi relativamente brevi.

Un’eredità che sopravvive al tempo

Accanto agli affreschi, la Sacrestia conserva un altro tesoro spesso trascurato: gli intarsi lignei di Fra’ Giovanni da Verona, monaco olivetano ricordato per la sua attività di scultore, intagliatore e miniatore, in cui l’abile uso della prospettiva crea una straordinaria tridimensionalità delle scene. Legno e intonaco, pittura e scultura: la Sacrestia Vasari è un microcosmo dell’arte italiana del Cinquecento.

Nel corso della stessa permanenza napoletana, Vasari realizzò anche la Crocifissione nella chiesa di San Giovanni a Carbonara, commissionata dal cardinale Gerolamo Seripando nel 1545, con un Cristo dalle proporzioni anatomiche classicheggianti e un teschio ai piedi della croce che rimanda al topos del memento mori. E poi i trittici con la Caduta della manna e la Cena in casa di Simone, oggi conservati rispettivamente al Museo di Capodimonte e al Museo Diocesano di Napoli.

Ma è a Sant’Anna dei Lombardi che il genio di Vasari si esprime nella sua forma più compiuta e ambiziosa. Una piccola rivelazione nascosta tra i vicoli della città, dove il Nord e il Sud della penisola si incontrano sulla volta di un refettorio e danno vita a qualcosa di inaspettato e meraviglioso. Una di quelle esperienze che riconciliano con la grandezza dell’arte italiana.