C’è un momento, nella vita di ogni musicista diventato troppo famoso per restare una persona qualunque, in cui il proprio nome smette di appartenergli del tutto. Diventa un marchio, una parola d’ordine, una maschera che chiunque può provare a indossare. È successo anche a Peter Buck, il chitarrista che con il suo suono jangle, arpeggiato e cristallino ha costruito l’identità sonora degli R.E.M., la band che ha traghettato il rock indipendente americano dai club universitari agli stadi di tutto il mondo. La sua storia, fatta di dischi seminali e di episodi al limite del surreale, racconta qualcosa di più profondo della semplice cronaca musicale: racconta cosa succede quando un uomo e la sua leggenda cominciano a vivere vite separate.
Un negozio di dischi ad Athens, l’inizio di una leggenda
Tutto comincia nel modo più umile possibile, tra gli scaffali polverosi del Wuxtry Records, un negozio di dischi di Athens, in Georgia, dove alla fine degli anni Settanta un giovane commesso di nome Peter Buck passava le giornate a consigliare vinili ai clienti. Fu lì che conobbe Michael Stipe, allora studente all’Università della Georgia, e insieme, con Mike Mills e Bill Berry, nel 1980 diedero vita a una delle formazioni più influenti nella storia del rock. Buck, per sua stessa ammissione, non era un virtuoso: costruì il proprio stile su accordature aperte e riff arpeggiati, un approccio quasi folk che si rifaceva apertamente ai Byrds di Roger McGuinn. Fu proprio quella semplicità, paradossalmente, a diventare inconfondibile, tanto da rendere gli R.E.M. uno dei gruppi più venduti e rispettati della loro generazione, con oltre ottantacinque milioni di dischi venduti nel corso della carriera.
La chitarra rapita: quando il mito si materializza in un oggetto
Se la carriera di Buck ha un simbolo, quello è la sua Rickenbacker 360 Jetglo, lo strumento che ha suonato praticamente su ogni disco degli R.E.M. e che, nel 2008, durante un tour della band in Finlandia, gli venne letteralmente sottratta da una persona vicina all’entourage, che arrivò a chiedere un riscatto di un milione di dollari per restituirla. Buck raccontò in seguito, in un’intervista legata a un libro celebrativo del marchio Rickenbacker, di aver affidato le ricerche a un gruppo di motociclisti finlandesi, incaricati di scoprire chi fosse coinvolto nel furto. La chitarra tornò infine nelle sue mani dopo che al responsabile venne offerta la scelta tra restituirla in cambio di diecimila dollari o affrontare un’accusa formale di estorsione. Un aneddoto che sembra uscito da un film, ma che mostra quanto un oggetto, quando appartiene a un mito, smetta di essere un semplice strumento e diventi parte della narrazione stessa della band.
Il lato oscuro della celebrità: l’incidente sul volo per Londra
Non tutta la mitologia costruita attorno a un rocker è fatta di leggende affascinanti. Nel 2002 Buck si trovò coinvolto in un episodio molto più concreto e documentato: accusato di aver aggredito membri dell’equipaggio durante un volo British Airways da Seattle a Londra, finì sotto processo in un tribunale britannico con l’accusa di aggressione e danneggiamento, in quello che la stampa locale ribattezzò senza mezzi termini un caso di “air rage”. Il processo, seguito con grande attenzione dai tabloid inglesi, si concluse con l’assoluzione del chitarrista. Fu un momento in cui la distanza tra l’immagine pubblica della rockstar e la fragilità dell’uomo privato si fece improvvisamente visibile, ricordando a tutti che dietro ogni riff perfetto, anche il musicista più schivo resta comunque una persona esposta agli eccessi del mestiere.
Il doppio nell’immaginario del rock: quando qualcun altro prova a indossare la tua faccia
La musica rock, fin dalle sue origini, ha prodotto non soltanto icone ma anche le loro ombre: persone che, attratte dal potere magnetico della celebrità altrui, hanno tentato di farsi passare per i propri idoli. È un fenomeno che attraversa decenni di cronaca musicale, come dimostra il celebre caso dell’ex batterista dei Kiss, Peter Criss, che nel 1991 si trovò faccia a faccia in televisione, nel programma Donahue, con un uomo che per mesi si era spacciato per lui, raccontando a giornali scandalistici storie di degrado e povertà mai accadute. Episodi come questo raccontano una verità scomoda sulla fama: più un nome diventa importante, più diventa vulnerabile a chi vuole appropriarsene, alimentando voci, equivoci e narrazioni parallele che il diretto interessato è costretto, suo malgrado, a inseguire e smentire per anni.
La fine di un’era e l’eredità di un suono
Gli R.E.M. annunciarono lo scioglimento nel 2011, dopo un ultimo album, Collapse Into Now, che la band stessa considerò un degno saluto al pubblico. Buck raccontò in seguito a Rolling Stone che la decisione nacque da un confronto sincero tra i tre membri superstiti, dopo che Stipe espresse il bisogno di allontanarsi definitivamente da quella vita. Non ci fu dramma, solo la consapevolezza collettiva che il capitolo si era chiuso nel modo più onesto possibile. Resta, oggi, un catalogo che ha ridefinito il concetto di musica indipendente diventata mainstream, e resta anche la lezione, quasi filosofica, che ogni grande carriera artistica porta con sé: il pubblico non ama soltanto le canzoni, ama anche il racconto, vero o distorto, dell’uomo che le ha scritte. E quel racconto, una volta lanciato nel mondo, smette di appartenere soltanto a chi lo ha vissuto.

Direttore editoriale di nonewsmagazine.com | Il magazine dell’ozio e della serendipità.
Direttore responsabile di No News | La free press dell’ozio milanese.
Viaggiatore iperattivo, tenta sempre di confondersi con la popolazione indigena.
Amante della lettura, legge un po’ di tutto. Dai cupi autori russi, passando per i libertini francesi, attraverso i pessimisti tedeschi, per arrivare agli amori sofferti tra le campagne inglesi. Tra gli scrittori moderni tra i preferiti spiccano Roddy Doyle, Nick Hornby e Francesco Muzzopappa.
Melomane vecchio stampo, c’è chi lo chiama “il fondamentalista del Loggione”. Ama il dramma verdiano così come le atmosfere oniriche di Wagner. L’opera preferita, tuttavia, rimane la Tosca.






























