C’è un sorriso che non consola, non rassicura, non promette nulla di buono. È un sorriso che paralizza i muscoli del viso, distorce i lineamenti in una smorfia innaturale e accompagna l’uomo verso la morte. Gli antichi lo chiamavano risus sardonicus, e la sua origine affonda le radici in uno dei rituali più inquietanti che la storia del Mediterraneo ricordi: il geronticidio praticato nell’isola di Sardegna, dove — secondo le testimonianze di storici greci e latini — gli anziani venivano uccisi dai propri figli nel momento in cui superavano i settant’anni di vita.
Il rito che cancellava i vecchi: fonti storiche e testimonianze classiche
Non si tratta di una leggenda metropolitana né di una suggestione folcloristica. A documentare questa pratica sono autori di straordinaria attendibilità accademica: Timeo di Tauromenio, storico greco del IV-III secolo a.C., e Demone ed Eliano da Palestrina, che nelle loro opere descrivono con dovizia di particolari il rituale sardo dell’uccisione degli anziani. Le cerimonie avvenivano, secondo questi autori, in onore di Kronos, la divinità greca del tempo divoratore, corrispondente al Saturno latino — non a caso ancora oggi in Sardegna sopravvive il culto di un misterioso “Santu Sadurru”, privo di riscontri nell’agiografia cristiana ufficiale, che gli studiosi ritengono una cristianizzazione di questa antichissima figura divina.
Il rituale prevedeva che il figlio maggiore, colui che avrebbe ereditato il ruolo del padre nella comunità, accompagnasse il genitore settantenne fino al ciglio di una rupe o di un dirupo. Raggiunto il luogo, l’anziano veniva percosso e scaraventato nel vuoto. Luoghi precisi hanno conservato la memoria di questa pratica: a Ovodda esiste ancora una roccia chiamata “Su nodu de lupene”, nel sassarese si tramanda il ricordo di “Su Mammuscone”, e nei pressi di Macomer si trovano i dirupi del Monte Muradu, teatro — secondo la tradizione locale — di innumerevoli geronticidi. A Gairo, nel cuore della Barbagia, si dice ancora “is beccius a sa babaiecca”, i vecchi alla babaiecca, riferimento a una gola profonda considerata dalla memoria collettiva il luogo dell’antico rito.
L’erba del diavolo e il veleno che trasformava l’agonia in ghigno
Ma ciò che rende questo rituale davvero perturbante non è la violenza in sé, già di per sé agghiacciante, quanto il dettaglio di quella risata. Secondo Demone ed Eliano, prima di essere gettati nel precipizio, sia gli anziani sia i loro stessi carnefici assumevano un’erba tossica diffusa sull’isola, la cosiddetta “erba sardonica”, che contraeva i muscoli facciali producendo un ghigno involontario e allucinante. Una maschera di dolore che imitava il riso. Una morte che sembrava una festa.
L’identificazione botanica di questa pianta è rimasta a lungo avvolta nel mistero. Pausania la ricollega alla cicuta, notandone la somiglianza con il prezzemolo. Nel 2009, un’équipe congiunta delle Università di Piemonte Orientale, Napoli e Cagliari ha pubblicato su Journal of Natural Products uno studio che individua nell’Oenanthe crocata — il cosiddetto “prezzemolo del diavolo” o finocchio d’acqua — il possibile candidato botanico: una pianta altamente tossica le cui sostanze avrebbero effettivamente la capacità di contrarre i muscoli facciali e provocare convulsioni simili a una risata, accelerando al tempo stesso la morte. Una scoperta che trasforma quello che sembrava un mito in una realtà farmacologicamente plausibile.
Le maschere fenicio-puniche e il sorriso pietrificato nell’archeologia
Questo ghigno rituale non è scomparso con le vittime che lo portavano in volto. Si è cristallizzato nella pietra, nella terracotta, nell’argilla. Le maschere fittili fenicio-puniche rinvenute in Sardegna — ma anche in Sicilia, nel nord Africa e nelle isole Baleari — mostrano un sorriso fortemente accentuato, con la dentatura esposta, gli occhi stirati a mezzaluna, la fronte decorata da rosette, soli e lune. Maschere ghignanti risalenti al VI-V secolo a.C., come quella custodita oggi al Museo Archeologico Nazionale di Cagliari, proveniente da San Sperate, sembrano voler immortalare proprio quella smorfia soprannaturale.
Il dibattito accademico su chi abbia introdotto questa pratica nell’isola è ancora aperto: furono i Fenici, approdati sulle coste sarde attorno all’VIII secolo a.C., a portare con sé il rito? O al contrario furono loro ad assorbire una consuetudine già radicata nelle comunità nuragiche preesistenti? Le prime attestazioni delle maschere risalgono al VII-VI secolo a.C. in Sardegna e Sicilia, e considerando che le prime città fenicie nell’isola si datano alla metà dell’VIII secolo, appare improbabile che una pratica tanto peculiare si fosse diffusa e consolidata in così poco tempo.
Dalla rupe al linguaggio: come un rituale preistorico è entrato nel vocabolario globale
Ciò che colpisce di più, guardando questa vicenda da una prospettiva contemporanea, è la sua straordinaria longevità culturale. Il “riso sardonico” è oggi un’espressione universalmente riconosciuta, usata in medicina per descrivere lo spasmo dei muscoli facciali tipico del tetano o dell’avvelenamento da stricnina, e nel linguaggio comune come sinonimo di riso amaro, tagliente, sarcastico. Lo usarono Omero, Platone, Cicerone, Virgilio. Lo usiamo noi, ogni giorno, senza sapere che quella parola porta con sé il peso di uomini scaraventati nel vuoto da una rupe sarda, millenni fa.
La Sardegna, terra di longevità record e di centenari celebrati in tutto il mondo, custodisce dunque nel suo passato più remoto anche l’ombra di questo paradosso: quella stessa isola che oggi è studiata dai gerontologi come un “Blue Zone”, una delle poche aree geografiche dove vivere oltre i cento anni è statisticamente più probabile che altrove, fu — almeno secondo la tradizione classica — teatro di un rito che eliminava gli anziani nel pieno della loro settima decade. Un’ironia della storia che farebbe quasi venire voglia di ridere. Con qualche cautela, però, sul tipo di riso da esibire.

Direttore editoriale di nonewsmagazine.com | Il magazine dell’ozio e della serendipità.
Direttore responsabile di No News | La free press dell’ozio milanese.
Viaggiatore iperattivo, tenta sempre di confondersi con la popolazione indigena.
Amante della lettura, legge un po’ di tutto. Dai cupi autori russi, passando per i libertini francesi, attraverso i pessimisti tedeschi, per arrivare agli amori sofferti tra le campagne inglesi. Tra gli scrittori moderni tra i preferiti spiccano Roddy Doyle, Nick Hornby e Francesco Muzzopappa.
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