“Non mi ricordo neanche chi ero prima. Penso alla donna che ero e non saprei descriverla.”

Le parole di questo libro danno voce a un’esperienza molto diffusa tra le donne, più di quanto siamo abituati a pensare: l’aborto spontaneo. A imporle alla nostra attenzione è Erica Isotta che attraverso la sua esperienza racconta una realtà dolorosa di cui si fa ancora fatica a parlare.

“Il venticinque per cento delle gravidanze termina con un aborto spontaneo. Una donna su quattro insomma. Non si tratta quindi di un caso isolato, ma di milioni di donne che si trovano di fronte a quello che ad oggi resta uno dei più grandi tabù”

“25%. Una donna su quattro” è infatti il titolo del libro. Un numero e una percentuale che senza tanti giri di parole chiamano il lettore a prendere atto di una condizione spesso silente ma che fa parte delle possibilità nei primi mesi di gravidanza.

L’aborto spontaneo, dichiara l’autrice, viene percepito come un tabù e le motivazioni sono tante. La prima, paradossalmente, va ricercata nel femminismo. La poca elasticità di pensiero sul definire “feto” o “bambino” la vita ai primi mesi di gestazione, incatena la libertà della donna di poter nominare quello che sente creando una barriera che impedisce poi di vivere il lutto.

Altri tabù vanno ricercati nella cultura, nelle religioni e nel ruolo della donna all’interno della società, dove spesso tutto ciò che riguarda gli organi genitali e ciò che a essi è correlato risulta essere impuro (esempio efficacie è quello del sangue mestruale). In un contesto simile va da sé che le donne ne usciranno sempre penalizzate. E se a tutto questo si aggiunge che l’infertilità diventa essa stessa motivo di vergogna, è ben spiegato come anche l’esperienza di un aborto spontaneo sia così difficile da esternare. La donna in quanto tale diventa un tabù.

A rendere ancora più difficile il parlare della propria sofferenza dopo un aborto spontaneo contribuisce l’usanza di non dichiarare la gravidanza almeno per i primi tre mesi, ancorandosi a una sorta di rituale scaramantico ormai diventato abituale.

“Se una donna ha un aborto spontaneo nelle prime dodici settimane e non ha detto a nessuno della sua gravidanza, non deve nemmeno annunciarne la perdita, corretto? Pensateci, le donne si preparano per tempo a soffrire in silenzio.”

L’aborto spontaneo, quindi, è un’esperienza molto più frequente di quanto venga effettivamente dichiarata, e investe la donna di un dolore fisico e psicologico che se non esternato ed elaborato come merita può portare alla depressione. Perché oltre al dolore per la perdita si aggiungono il senso di inadeguatezza e la vergogna, sentimenti autodistruttivi se non trovano libero sfogo.

Secondo l’autrice, inoltre, la difficoltà nel parlarne, oltre ai fattori sopra citati, è spesso frenata dalle reazioni degli altri, che siano persone care o conoscenti non tutti riescono a fornire un supporto empatico. Forse per la superficialità con cui si tende a minimizzare, o ancora per l’imbarazzo verso un argomento poco piacevole e che non si sa bene come affrontare.

È evidente come in questa condizione il supporto costituisca una parte fondamentale. Ma come chiederlo se la donna stessa, sovente, non si sente legittimata nel suo dolore?

La parola quindi è essenziale, un primo passo per spezzare questo circolo vizioso che rendendo l’argomento un tabù porta chi vive l’esperienza a chiudersi, fino a farsi annientare dallo stesso dolore che non ha modo di uscire dalla sua gabbia.

In tutto questo un ruolo da non sottovalutare è quello dei medici. Erica racconta dell’approccio puramente fisico che al momento del suo aborto hanno avuto con lei, escludendo qualsiasi implicazione psicologica. È possibile che il personale medico che dovrebbe rappresentare il primo momento di supporto, ignori questo tipo di implicazioni? La risposta è sì, se la società stessa non considera questa come una vera perdita.

“A mio parere questa terapia dell’ignorare le conseguenze emotive di un aborto spontaneo costituisce un esempio di opportunità dove potremmo fare di più per le donne che ne sono colpite”

Se non c’è conoscenza dell’argomento non ci può essere neanche una “cultura del supporto” che andrebbe creata ad hoc per tutte le donne che hanno vissuto un aborto spontaneo.

Il libro si chiude con una riflessione sulla figura femminile e suoi ruoli della donna nella società, perché è da lì che nasce tutto. A partire dalla scelta di essere madre o meno, alla definizione dei generi attraverso la lingua e il linguaggio (una questione molto dibattuta oggi), fino ai luoghi comuni sfociati in modi di dire, di cui difficilmente ci libereremo, un esempio fra tutti è l’ “auguri e figli maschi”.

Ancora una volta le donne si trovano ad essere vittime della loro stessa natura, impotenti di fronte a una sofferenza che dovrebbe essere supportata e non nascosta. Erica Isotta si è presa la responsabilità di rompere il primo tabù, quello della parola. Ed è l’unico modo, forse, per iniziare a portare alla luce una verità, il primo tassello per costruire un nuovo modo di pensare che renda alla donna la libertà che le spetta.