Nel pantheon delle storie d’amore che il rock and roll ha generato negli anni Settanta, poche sono altrettanto incandescenti, stravaganti e cinematografiche come quella tra Steven Tyler e Cyrinda Foxe. Una storia che nasce nell’orbita di Max’s Kansas City, si sviluppa tra diamanti, smeraldi e Caraibi, e racconta meglio di qualsiasi saggio accademico cosa significasse vivere davvero dentro la musica rock — non ascoltarla, non seguirla, ma abitarla come se fosse l’unico modo possibile di stare al mondo.
Cyrinda Foxe: la donna che attraversò la storia del rock senza mai fermarsi
Per capire la portata di quella storia, bisogna prima capire chi fosse Cyrinda Foxe. Nata Kathleen Hetzekian il 22 febbraio 1952 a Santa Monica, California, da una famiglia di origini armene, Cyrinda arriva a New York da adolescente con la determinazione silenziosa di chi sa già di essere destinata a qualcosa di grande. E New York, alla fine degli anni Sessanta, era esattamente il posto giusto per chi voleva bruciare forte.
La sua prima vita newyorkese ha quasi del leggendario: lavora come assistente personale di Greta Garbo, la diva più enigmatica della storia del cinema, già ritiratasi dalle scene e arroccata nella sua appartata esistenza manhattaniana. Un apprendistato nell’arte del mistero, potremmo dire. Poi arriva Max’s Kansas City, il locale di Park Avenue South che negli anni Settanta era qualcosa di più di un semplice bar con musica dal vivo: era il crocevia dove il glam rock, la Factory di Warhol, il proto-punk e un’intera generazione di anime irrequiete si incontravano ogni sera.
È lì che Cyrinda diventa Cyrinda — con quel nome d’arte che suona come un verso di una canzone — e lì che inizia a frequentare Andy Warhol, che nel 1977 la sceglie come protagonista del film Bad, opera graffiante e volutamente provocatoria diretta da Jed Johnson. Sul set e fuori, Cyrinda è già una figura che catalizza attenzione: bionda, con i lineamenti affilati e quegli occhi capaci di comunicare ironia e distanza nello stesso istante.
Ma la sua biografia sentimentale è quella che più la incrocia con la grande storia del rock. Prima David Bowie: Cyrinda è la ragazza bionda nella copertina del singolo The Jean Genie del 1972, e la loro relazione, per quanto breve, lascia un segno. Poi arriva David Johansen, il carismatico frontman dei New York Dolls, la band che aveva inventato una lingua nuova nel rock americano — mascara, tacco alto, chitarre rabbiose — aprendo inconsapevolmente la strada al punk. Cyrinda e Johansen si sposano nel 1977. Sembrano fatti l’uno per l’altra, due creature dello stesso ecosistema.
Steven Tyler e gli Aerosmith: il rock americano nella sua forma più viscerale
Mentre Cyrinda costruiva la sua esistenza nell’universo della New York creativa, a Boston stava esplodendo qualcosa di potente e grezzo. Gli Aerosmith — Steven Tyler alla voce, Joe Perry e Brad Whitford alle chitarre, Tom Hamilton al basso, Joey Kramer alla batteria — avevano pubblicato il loro album di debutto nel 1973 e stavano diventando, disco dopo disco, la risposta americana ai Rolling Stones.
Tyler era un performer di razza straordinaria: quel microfono adornato con foulard colorati, quella voce capace di passare dal sussurro all’urlo in una frazione di secondo, quella presenza scenica animale e teatrale allo stesso tempo. Rocks (1976) e Draw the Line (1977) li avevano portati al vertice del rock americano, anche se già si profilavano le ombre di un consumo di sostanze che avrebbe quasi distrutto la band negli anni successivi.
Steven Tyler non era esattamente un uomo di mezze misure. In tutto. Nel rock, nelle droghe, nell’amore. Quando incontra Cyrinda Foxe nell’orbita del rock newyorkese, è come due asteroidi che si attraggono per inesorabile forza gravitazionale. Lei è già sposata con Johansen, ma Tyler non si trattiene. E Cyrinda, donna abituata a navigare tra personalità forti e magnetiche, riconosce in lui qualcosa di familiare: quella qualità particolare degli uomini che sembrano nati sul palco, quelli che portano addosso la musica come una seconda pelle.
Il braccialetto di diamanti e smeraldi: l’aneddoto caraibico che racconta un’epoca
Gli anni Settanta del rock sono stati, tra le altre cose, un’epoca in cui i gesti d’amore tendevano all’iperbole. Non bastava un mazzo di fiori. Non bastava una cena romantica. I divi del rock vivevano in una dimensione in cui la realtà quotidiana sembrava troppo piccola, troppo grigia, troppo silenziosa per contenerli.
C’è un aneddoto, ambientato sull’isola di Saint Martin — quella piccola perla franco-olandese disseminata di baie turchesi nei Caraibi — che racconta questa mentalità meglio di qualsiasi analisi sociologica. Steven Tyler vuole fare un regalo a Cyrinda. Non un regalo qualunque: un braccialetto tempestato di diamanti e smeraldi, il tipo di oggetto che nei Settanta i rocker compravano con la stessa naturalezza con cui gli altri mortali compravano un libro. Ma Tyler non è il tipo che consegna una scatola con un fiocco. Deve esserci la scena. Deve esserci il gesto.
Così si spoglia completamente, allaccia il braccialetto alla base del suo corpo, entra nella stanza dove c’è Cyrinda e le dice, con quella voce che aveva incendiato migliaia di palchi: «È per te, dolcezza. Ma vieni a prenderlo. E senza usare le mani».
È una storia che fa ridere, che fa alzare un sopracciglio, che fa scuotere la testa — e che allo stesso tempo cattura in modo quasi perfetto l’atmosfera di quegli anni. Un mix esplosivo di erotismo, umorismo, stravaganza e tenerezza ai limiti del grottesco. Il rock come stile di vita totale, senza confini tra il pubblico e il privato, tra il serio e il ridicolo, tra il romantico e il teatro dell’assurdo. Tyler era follemente innamorato di Cyrinda — al punto, raccontano le cronache di quell’epoca, da considerarla certi giorni più importante persino delle sostanze che stavano lentamente consumando lui e la sua band. E questo, venendo da Steven Tyler di quegli anni, era forse il complimento più grande che potesse esistere.
Cyrinda e Steven si sposano nel 1978. Hanno una figlia, Mia Tyler, che diventerà modella e attrice. Ma il matrimonio brucia velocemente, come quasi tutto in quella stagione del rock. Le dipendenze di Tyler, la vita on the road, le tensioni che la musica porta sempre con sé: tutto contribuisce a erodere ciò che sembrava indistruttibile. Si separano nel 1987.
Max’s Kansas City: il locale che inventò un’epoca
Non si può raccontare Cyrinda Foxe senza raccontare Max’s Kansas City. Aperto nel 1965 da Mickey Ruskin sulla diciassettesima strada a Manhattan, Max’s era il luogo dove la scena artistica della Factory di Warhol si mescolava con i musicisti, i poeti, i drag queen, i runaway e i visionari di ogni tipo. È qui che i New York Dolls suonarono alcune delle loro prime date. È qui che Patti Smith e Television cominciarono a costruire quello che sarebbe diventato il punk americano.
Cyrinda Foxe era parte integrante di questo ecosistema. Non come comparsa, ma come presenza attiva, capace di muoversi con naturalezza tra mondi diversi: la Factory warholliana, il glam rock, il proto-punk, il rock mainstream degli Aerosmith. La sua traiettoria è in questo senso unica nel panorama musicale dell’epoca — nessun’altra figura femminile attraversò così tanti territori del rock anni Settanta mantenendo sempre una propria identità distinta.
L’eredità di un’epoca che non tornerà
Cyrinda Foxe muore il 28 settembre 2002 a New York, a soli cinquant’anni, per un tumore al cervello. La sua scomparsa passa quasi inosservata rispetto alla vastità della sua presenza nel panorama culturale degli anni Settanta. Eppure la sua storia — dalla collaborazione con Garbo alle notti al Max’s Kansas City, da Bowie ai Dolls fino agli Aerosmith — è uno dei prismi più nitidi attraverso cui guardare un’epoca irripetibile.
Quell’epoca in cui il rock non era ancora diventato industry, in cui le storie d’amore tra rockstar e muse sembravano scritte da un romanziere visionario, in cui un braccialetto di diamanti e smeraldi poteva essere consegnato in modo così assurdo e così umano allo stesso tempo — perché quella stravaganza era l’unico linguaggio che quella stagione conoscesse davvero.
Il rock di quegli anni era esagerazione elevata a sistema. Era vivere come se il domani fosse un concetto puramente teorico. Era bruciare forte, sapendo perfettamente di bruciare. Cyrinda Foxe, in questo senso, non fu mai solo la compagna di qualcuno. Fu, a pieno titolo, una delle protagoniste di quella stagione straordinaria — e la sua storia merita di essere raccontata, senza filtri e senza nostalgia zuccherata, esattamente com’era.
Appassionata di musica, racconto storie, emozioni e tendenze che vibrano nel mondo sonoro di oggi. Attraverso interviste, recensioni e approfondimenti, esploro generi diversi, dal mainstream alle scene indipendenti, con uno sguardo attento ai talenti emergenti e alle icone della musica internazionale. Amo immergermi nelle note e nei testi per offrirne una lettura originale e coinvolgente, capace di raccontare non solo i brani, ma anche le storie dietro gli artisti e le influenze che plasmano le loro opere. Con uno stile fresco e appassionato, cerco di trasmettere al pubblico l’energia e la magia della musica, strumento di cultura, emozione e condivisione universale.
