Immaginate di passeggiare lungo il Tamigi, nella zona di Waterloo, una mattina di febbraio. Il cielo londinese è grigio come sempre, l’aria frizzante odora di fiume. E poi, all’improvviso, vi ritrovate davanti a una scena che vi blocca i piedi sul selciato: una serie di statue umane piegate in due, bocche spalancate, che vomitano acqua marrone e melmosa in una fontana circolare. Sopra di loro, impassibile e trionfante, un uomo in doppiopetto con le tasche gonfie di banconote. La valigetta trabocca di denaro. Lui sorride.
Non è un’allucinazione. È la “Fountain of Filth” — la Fontana dell’Immondezza — installata per tre giorni sull’Observation Point di Southbank, a Londra, come campagna promozionale per la serie televisiva Dirty Business, andata in onda su Channel 4 tra il 23 e il 25 febbraio 2026. Ma dietro la provocazione estetica si nasconde qualcosa di molto più grande: uno dei più gravi scandali ambientali e sanitari della storia britannica recente.
Acqua sporca in un paese ricco: la storia del collasso idrico inglese
La Gran Bretagna ha privatizzato il proprio sistema idrico nel 1989, durante il governo Thatcher. Da quel momento, nove grandi aziende hanno assunto il controllo dell’approvvigionamento idrico e del trattamento delle acque reflue in Inghilterra. Per decenni, il sistema ha funzionato — almeno in apparenza. Poi, pezzo dopo pezzo, la verità ha cominciato a emergere.
Tra il 2019 e la fine del 2023, le compagnie idriche hanno scaricato oltre 12,7 milioni di ore monitorate di acque reflue non trattate nei fiumi e nelle acque costiere inglesi. Non si tratta di episodi isolati causati da piogge eccezionali: in molti casi le fuoriuscite sono avvenute in giornate asciutte, in violazione diretta dei permessi ambientali. Nel 2021, Southern Water si è dichiarata colpevole di aver deliberatamente scaricato liquami grezzi nell’oceano perché trattarli costava troppo, ricevendo una multa record di 90 milioni di sterline. Nel 2023 è stata la volta di Thames Water, multata per 3,4 milioni di sterline. E nell’agosto 2024, il regolatore Ofwat ha proposto una sanzione complessiva di 168 milioni di sterline per Thames Water, Yorkshire Water e Northumbrian Water.
Il quadro del 2024, pubblicato dall’Environment Agency, è sconfortante: 75 gravi incidenti di inquinamento, un aumento del 60% rispetto ai 47 dell’anno precedente. Thames Water da sola è responsabile di 33 di questi. Su nove aziende valutate, sette hanno ricevuto il giudizio “richiede miglioramento” e una sola — Thames Water — è stata classificata come “pessime prestazioni”. Solo Severn Trent ha ottenuto la valutazione di eccellenza.
I profitti, i debiti e la logica del saccheggio
Come è possibile che un settore che gestisce un bene essenziale come l’acqua potabile si sia ridotto in queste condizioni? La risposta, spiacevole quanto inevitabile, è nella struttura stessa del modello di business adottato dopo la privatizzazione.
Nei 34 anni trascorsi dalla privatizzazione, le compagnie idriche inglesi hanno accumulato debiti per 73 miliardi di sterline mentre distribuivano dividendi agli azionisti per 88,4 miliardi. In sostanza, hanno estratto più denaro di quanto ne abbiano investito, lasciando invecchiare infrastrutture vittoriane che avrebbero avuto bisogno di manutenzione continua. Hugo Tagholm, direttore esecutivo britannico di Oceana, definisce questa dinamica uno “scandalo finanziario”: aziende che hanno sottratto decine di miliardi al sistema, scaricando i costi degli investimenti sulle bollette dei consumatori mentre i profitti scorrevano verso i fondi di investimento globali che le controllano.
Il Water (Special Measures) Act del 2025 ha cercato di mettere un freno, introducendo nuovi poteri per Ofwat e vietando i bonus ai dirigenti delle aziende che non rispettano gli standard ambientali. Il governo laburista ha anche avviato la più grande revisione del settore dalla privatizzazione. Ma nel frattempo, nel solo 2025, Surfers Against Sewage ha registrato oltre 124.000 ore di liquami scaricati nelle acque balneari inglesi, con 1.236 persone che hanno denunciato malattie legate al contatto con quelle acque.
I volti umani della crisi: chi vomita nella fontana
Le statue della Fontana dell’Immondezza non sono figure anonime. Rappresentano persone reali, in carne e ossa, le cui vite sono state segnate dall’esposizione alle acque inquinate. Tra loro, la campionessa nazionale di surf Sophie Hellyer e la giornalista e guida al nuoto in acque libere Ella Foote.
La serie Dirty Business racconta anche la storia di Reuben Santer, insegnante e surfista che ha contratto il Morbo di Ménière — una malattia incurabile dell’orecchio interno — dopo aver praticato surf in acque contaminate. “Sviluppare una malattia cronica dopo aver fatto surf in acqua inquinata ha cambiato la mia vita”, ha dichiarato. “Come è possibile che succeda in un paese ricco nel 2026? Non è sfortuna. È il risultato prevedibile di fornitori monopolisti che mettono i rendimenti degli azionisti sopra la salute pubblica.”
La serie include anche la storia straziante di Julie Maughan, madre di Heather Preen, morta nel 1999 all’età di otto anni, due settimane dopo aver contratto l’E. coli durante una vacanza in famiglia nel Devon. Un caso che risale a quasi trent’anni fa, ma che ancora oggi risuona come un monito inascoltato.
Arte e indignazione: quando la provocazione diventa necessaria
La Fontana dell’Immondezza non è la prima opera d’arte a fare della crisi idrica britannica il proprio soggetto, ma è senza dubbio tra le più efficaci per impatto visivo e capacità di sintesi simbolica. Il contrasto tra le figure che vomitano e l’uomo d’affari impassibile sopra di esse condensa in un’unica immagine anni di dibattito politico, rapporti parlamentari, inchieste regolamentari e testimonianze di vittime.
In un’epoca in cui l’attenzione del pubblico è frammentata e i dati statistici scivolano via senza lasciare traccia, le installazioni come questa svolgono una funzione che i comunicati stampa non riescono a compiere: rendono visibile e fisico ciò che altrimenti rimane astratto. Chi ha visto quelle statue sul Tamigi difficilmente dimenticherà il colore marrone dell’acqua che ne fuoriusciva.
L’installazione era accompagnata da un punto informativo con un codice QR che rimandava a video e testimonianze dirette delle persone rappresentate. Un’operazione che unisce la forza dell’arte pubblica alla profondità del giornalismo d’inchiesta — nel tentativo di tradurre uno scandalo sistemico in qualcosa che tocchi le persone nel profondo.
Un problema britannico, una lezione globale
Lo scandalo britannico non è solo una storia nazionale. È, come hanno scritto ricercatori pubblicati sulla rivista Nature Water, uno specchio di come le grandi industrie inquinanti riescano a prolungare i danni ambientali attraverso strategie di greenwashing, deviazione delle responsabilità e produzione del dubbio. Le stesse tattiche già viste nell’industria del tabacco, del petrolio, dei pesticidi.
Il modello inglese avverte il mondo: privatizzare un’infrastruttura essenziale senza meccanismi di controllo robusti e permanenti può trasformare un bene comune in un pozzo di profitti a spese della salute collettiva. La risposta — ancora incompleta, ancora in corso — richiede investimenti colossali (46 miliardi di sterline previsti tra il 2025 e il 2030 solo per le acque reflue), riforme regolamentari strutturali e, soprattutto, una classe dirigente disposta a mettere la salute pubblica prima dei dividendi.
Nel frattempo, sul Tamigi, l’acqua scorreva marrone nella fontana. E la gente si fermava a guardare.

Direttore editoriale di nonewsmagazine.com | Il magazine dell’ozio e della serendipità.
Direttore responsabile di No News | La free press dell’ozio milanese.
Viaggiatore iperattivo, tenta sempre di confondersi con la popolazione indigena.
Amante della lettura, legge un po’ di tutto. Dai cupi autori russi, passando per i libertini francesi, attraverso i pessimisti tedeschi, per arrivare agli amori sofferti tra le campagne inglesi. Tra gli scrittori moderni tra i preferiti spiccano Roddy Doyle, Nick Hornby e Francesco Muzzopappa.
Melomane vecchio stampo, c’è chi lo chiama “il fondamentalista del Loggione”. Ama il dramma verdiano così come le atmosfere oniriche di Wagner. L’opera preferita, tuttavia, rimane la Tosca.



































