C’è un momento preciso in cui si capisce che qualcosa è cambiato davvero. Non è un comunicato stampa, non è un convegno di settore. È quella bottiglia rimasta a metà sul tavolo di un ristorante, il gesto impercettibile di chi non versa il secondo calice, la scelta silenziosa di un consumatore che non sa spiegare perché, ma sa benissimo cosa non vuole più. Il vino stava diventando troppo. Troppo concentrato, troppo alcolico, troppo impegnativo. E ora, con la precisione di un ago che sposta la bussola, il mercato sta indicando una direzione diversa.
Nel 2026, il settore vitivinicolo mondiale si trova davanti a una trasformazione che ha poco di moda e molto di struttura. Il consumatore non cerca più il vino che impressiona: cerca il vino che accompagna. Quella che gli addetti ai lavori chiamano drinkability — la bevibilità, la capacità di un vino di essere goduto con naturalezza, calice dopo calice, senza che l’intensità diventi peso — è diventata il nuovo parametro di qualità. Non è un compromesso al ribasso. È, semmai, la forma più matura che il rapporto tra uomo e vino abbia mai assunto.
Il mercato del vino mondiale affronta un cambio strutturale nei consumi
I numeri raccontano una storia che non lascia spazio a interpretazioni romantiche. Secondo i dati IWSR — International Wine and Spirit Research, il principale istituto globale di analisi del settore — i volumi di vino venduti a livello mondiale sono calati di circa il 2,4% nel 2025. Non è una flessione congiunturale, figlia di crisi economica o di una vendemmia difficile. È il segnale di una riconfigurazione profonda delle abitudini di consumo che attraversa tutti i principali mercati, dagli Stati Uniti all’Europa, dal Giappone alla Cina.
Negli Stati Uniti, le vendite di vino hanno registrato un calo di circa il 6% nel 2024, il dato peggiore in decenni secondo SipSource, la piattaforma di analisi dei dati distributivi americani. In parallelo, il mercato dei vini a basso contenuto alcolico e delle alternative analcoliche di qualità ha continuato a crescere a doppia cifra, con le bevande analcoliche per adulti che, secondo Nielsen, hanno superato il miliardo di dollari di vendite annue nel solo mercato americano entro fine 2025. Non è astinenza, è consapevolezza. E la distinzione è fondamentale per capire dove sta andando il vino.
La drinkability non è semplicità: è un progetto di equilibrio
Per decenni, il sistema del vino ha costruito il suo racconto sull’intensità. Punteggi alti, grandi estrazioni, colori impenetrabili, tannini possenti, gradazioni che si avvicinavano ai 15 gradi come fossero medaglie al valore. Un modello che aveva senso in un’epoca in cui il vino si degustava più che si beveva, in cui la critica enologica dettava i canoni del desiderabile e il consumatore aspirava a competenza tecnica prima che a piacere.
Quel modello sta cedendo. Ma non perché il consumatore sia diventato meno sofisticato. È diventato più onesto. La drinkability — termine inglese che racchiude l’idea di un vino progettato per essere bevuto, non solo assaggiato — non è il contrario della complessità. È la complessità messa al servizio del piacere reale, non di quello teorico. Un vino bevibile è un vino che tiene l’acidità viva, che non eccede nell’estrazione, che mantiene il profilo aromatico pulito e che, soprattutto, invita al calice successivo senza che quel gesto costi fatica.
Uno studio commissionato dal Conseil Interprofessionnel du Vin de Bordeaux — la principale istituzione di riferimento per i vini bordolesi — e condotto da IWSR su sette mercati strategici (Germania, Belgio, Cina, Stati Uniti, Francia, Giappone e Regno Unito) ha misurato per la prima volta l’impatto del contenuto alcolico sulle decisioni d’acquisto. I risultati sono inequivocabili: per il 56% dei consumatori americani di vino fermo, il grado alcolico è un criterio importante o molto importante nella scelta di una bottiglia, con un aumento di quattro punti percentuali rispetto al 2022. Nel Regno Unito la crescita è ancora più marcata: 54% dei consumatori sensibili all’alcol, dieci punti in più rispetto a due anni prima.
Il punto di equilibrio preferito? Attorno agli 11,5 gradi alcolici, con variazioni regionali: la Francia accetta qualcosa di più, intorno ai 12,5%, mentre i mercati export, in particolare quelli con una base più giovane, premiano gradazioni ancora più contenute.
I produttori che hanno capito prima degli altri
C’è una regione italiana che questo cambiamento l’ha vissuto sulla propria pelle prima ancora che diventasse tendenza globale. Il Friuli Venezia Giulia, con la sua tradizione di vini bianchi freschi, dotati di acidità naturale e profili aromatici netti, ha sempre incarnato un’estetica del vino lontana dagli eccessi estrattivi. Oggi, viticoltori di quella generazione di mezzo — quarantenni che hanno studiato in Francia e poi sono tornati a lavorare le vigne di famiglia — raccontano di aver modificato le epoche di vendemmia, anticipando la raccolta per preservare acidità e freschezza, rinunciando a qualche grado alcolico in cambio di tensione e dinamismo nel bicchiere.
Non è una scelta di nicchia. È una risposta razionale a un mercato che ha smesso di premiare la concentrazione per se stessa. In California, patria dei celebri “California Bombs” — rossi dal colore scuro come l’inchiostro, dal tasso alcolico vicino ai 15 gradi, capaci di impressionare nelle degustazioni singole ma di stancare in abbinamento a tavola — produttori come Broc Cellars e Edmunds St. John hanno da anni costruito la propria identità attorno a vini freschi, leggeri, piantati su varietà considerate “minori” dalla critica tradizionale, come il Valdiguié o il Carignan di vecchie vigne. Oggi vengono citati come esempi da seguire.
In Borgogna, la pressione del cambiamento climatico ha reso il tema ancora più urgente. Le vendemmie sempre più calde hanno spinto i gradi alcolici verso livelli che, dieci anni fa, sarebbero stati impensabili per Pinot Noir o Chardonnay. Alcuni produttori hanno risposto con tecniche di riduzione alcolica in cantina; altri — i più coraggiosi e coerenti — hanno cominciato a ragionare sull’altitudine, sull’esposizione, su varietà complementari capaci di conservare freschezza anche con temperature in crescita.
I giovani consumatori ridefiniscono il rapporto con il vino
I Millennials rappresentano oggi il 31% dei consumatori di vino negli Stati Uniti, superando i Baby Boomers fermi al 26%, secondo il Wine Market Council 2025 U.S. Consumer Benchmark Segmentation Survey. Ma il loro ingresso nel mercato non assomiglia a quello delle generazioni precedenti. Non c’è il rito dell’iniziazione, la cantina curata come biblioteca, la collezione di annate. C’è invece curiosità, pragmatismo, e un’attenzione alla coerenza che non ammette contraddizioni.
Il consumatore giovane non vuole essere messo alla prova. Non è disposto a sentirsi inadeguato perché non riesce a identificare la terza componente aromatica di un Barolo. Vuole bere bene, con naturalezza, in un contesto sociale. Vuole che il vino stia al suo posto: accompagnare la conversazione, non interromperla. E vuole sapere cosa c’è nella bottiglia: trasparenza sulle pratiche agricole, leggibilità dell’etichetta, contenuto alcolico chiaramente indicato.
Questa generazione ha anche meno dipendenza dalla marca storica, meno fedeltà alla denominazione di origine come criterio di qualità automatica. Compra per l’occasione, non per il pedigree. Ed è disposta a spendere — ma su qualcosa che abbia senso, che racconti una storia credibile, che non tradisca le aspettative al secondo sorso.
La ristorazione come laboratorio del gusto contemporaneo
Se il consumatore a casa sta cambiando, è nella ristorazione che il cambiamento diventa più visibile e più veloce. Le carte dei vini si stanno trasformando: meno verticali su un unico stile, più trasversali per approccio, più attente all’abbinamento reale con i piatti. I sommelier delle grandi maison — non solo quelle d’avanguardia, ma anche ristoranti di fascia media con una clientela abitudinaria — raccontano tutti la stessa cosa: i commensali bevono meno ma meglio, scelgono con più attenzione, preferiscono bottiglie che reggano l’intero pasto senza sovrastare i sapori del piatto.
A Chicago, al ristorante Indienne, la head sommelier Tia Polite ha dichiarato pubblicamente che l’abbinamento analcolico — costruito con kombucha invecchiati, fermentati di frutta, estratti di erbe — è diventato popolare non solo tra chi non beve alcolici, ma tra clienti che consumano vino normalmente e scelgono il percorso alternativo per curiosità o per equilibrio. Il confine tra bevitore di vino e non bevitore si sta sfumando: quello che resta fermo è la domanda di qualità e coerenza.
In questo contesto, il vino non ha smesso di essere rilevante. Ha smesso di essere il protagonista assoluto e ha ricominciato a fare ciò che sa fare meglio: dialogare con il cibo, amplificare il gusto, rendere la tavola un luogo di piacere condiviso. È un ritorno alle origini che ha tutto il sapore di una conquista.
Un atto di lucidità in un mercato che ha confuso intensità e grandezza
Per anni, la critica enologica ha premiato i vini che stupivano nel calice da degustazione, in un contesto asettico, fuori dal pasto, fuori dalla conversazione. I punteggi alti — i famosi 100 di Robert Parker o i 97 di Wine Spectator — si conquistavano con concentrazione, con potenza, con un impatto immediato che schiacciava ogni altro parametro. Ma un vino pensato per la degustazione tecnica non è necessariamente un vino pensato per essere bevuto. E il mercato, con la sua lentezza democratica, ha cominciato a dirlo ad alta voce.
La drinkability è, in fondo, un atto di onestà intellettuale. Riconosce che il vino non è un oggetto da contemplare ma un alimento da consumare, che la sua grandezza non si misura nell’intensità del primo sorso ma nella capacità di reggere la seconda ora, il secondo calice, il secondo piatto. È la stessa logica che distingue un abito sartoriale da indossare ogni giorno da uno che si conserva nell’armadio aspettando l’occasione che non arriva mai.
Il cambio di rotta non è indolore. Produttori che hanno costruito la propria identità sull’estrazione e sulla potenza si trovano davanti a scelte difficili: cambiare il profilo dei vini rischia di alienare la clientela storica; non cambiarlo rischia di restare fuori da un mercato che si sta rapidamente ridefinendo. Chi riesce a compiere questa transizione con coerenza e senza tradire la propria identità territoriale è destinato a guadagnare rilevanza. Chi la subisce passivamente, o chi continua a produrre vini per la critica invece che per la tavola, rischia l’irrilevanza.
Nel 2026, il vino che conta non chiede attenzione. Sta nel bicchiere, accompagna, resta. E in un’epoca di eccesso comunicativo, di sovrastimolazione continua, di prodotti che urlano per farsi sentire, forse è proprio questo silenzio controllato — quella capacità di essere presente senza sovrastare — la forma più alta di qualità che un vino possa esprimere.

Direttore editoriale di nonewsmagazine.com | Il magazine dell’ozio e della serendipità.
Direttore responsabile di No News | La free press dell’ozio milanese.
Viaggiatore iperattivo, tenta sempre di confondersi con la popolazione indigena.
Amante della lettura, legge un po’ di tutto. Dai cupi autori russi, passando per i libertini francesi, attraverso i pessimisti tedeschi, per arrivare agli amori sofferti tra le campagne inglesi. Tra gli scrittori moderni tra i preferiti spiccano Roddy Doyle, Nick Hornby e Francesco Muzzopappa.
Melomane vecchio stampo, c’è chi lo chiama “il fondamentalista del Loggione”. Ama il dramma verdiano così come le atmosfere oniriche di Wagner. L’opera preferita, tuttavia, rimane la Tosca.



































