Quando versi nel calice un Lambrusco, non stai semplicemente aprendo una bottiglia di vino frizzante. Stai liberando una storia millenaria che affonda le radici nella terra emiliana, un mosaico di dodici varietà che raccontano sfumature così diverse da sembrare quasi inconciliabili. Dal rosato tenue e profumato del Sorbara al rosso rubino intenso del Grasparossa, passando per le note speziate del Barghi e la tannicità vigorosa del Maestri, il Lambrusco è un universo da esplorare, non un semplice vino da etichettare.
Eppure, nonostante sia il vino rosso italiano più venduto al mondo con oltre quattrocento milioni di bottiglie prodotte nel 2016, il Lambrusco porta ancora il peso di un pregiudizio: quello di essere un “vinello” economico, dolciastro, destinato ai palati meno esigenti. Una nomea ingiusta che ignora la complessità di una famiglia viticola straordinaria, composta da dodici varietà autoctone registrate nel Registro Nazionale delle Varietà di Vite, ciascuna con una personalità distintiva e un territorio d’elezione.
Le origini di una vite ribelle
Il nome Lambrusco deriva probabilmente dai termini latini “labrum” (margine dei campi) e “ruscum” (pianta spontanea), riferendosi a una vite che cresceva incolta ai margini dei campi. Una seconda interpretazione collega il nome a “labo” (prendo) e “ruscus” (che punge il palato), evocando quella caratteristica acidità vivace tipica dei vini giovani.
Già Virgilio, nella sua quinta bucolica, parlava dell’esistenza della vitis labrusca duemila anni fa, mentre Plinio il Vecchio descriveva la pianura padana come particolarmente vocata a questa vite. Non sorprende quindi che i Romani, pur trovando difficoltosa la coltivazione di questa pianta selvatica, abbiano apprezzato le doti di un vino esuberante e conviviale.
La storia del Lambrusco è anche storia di innovazione tecnica. Nel Settecento venne introdotta una bottiglia in vetro spesso, la “borgognona”, e il tappo di sughero fermato con uno spago, essenziali per contenere la pressione dell’anidride carbonica prodotta dalla rifermentazione. Un’intuizione che permise a questo vino di conservare le sue caratteristiche frizzanti distintive.
Il Sorbara, aristocratico della famiglia
Il Lambrusco di Sorbara DOC è considerato il vino più nobile, prodotto con la varietà più elegante nel territorio più vocato, la zona di Sorbara. Coltivato nella pianura compresa fra i fiumi Secchia e Panaro, nel modenese, questo vitigno ha una particolarità unica: soffre di acinellatura, un’anomalia causata dalla sterilità del polline che fa sì che molti chicchi rimangano di pochi millimetri di diametro, provocando perdite di prodotto ma conferendo al vino una qualità eccezionale.
Il risultato è un vino dal colore rosso rubino chiaro, talvolta rosato, con spuma leggermente rosea. Al naso sprigiona profumi di violetta, fragoline di bosco, geranio e petali di rosa, con ritorni eterei e muschiati. L’acidità è spiccata e la mineralità marcata, tanto che alcuni produttori si sono specializzati nel Metodo Classico, producendo vini che possono ricordare gli Champagne. La sua eleganza lo rende perfetto come aperitivo o in abbinamento a piatti delicati di pesce e crostacei.
Il Grasparossa, forza e carattere delle colline
All’opposto dello spettro si colloca il Lambrusco Grasparossa di Castelvetro DOC, vino di collina che cresce sui terreni sciolti e ben esposti delle colline a sud di Modena. Il nome deriva dal fatto che in autunno si arrossano non solo le foglie, ma anche raspo e pedicelli, creando una colorazione particolarmente suggestiva durante la vendemmia.
Molto più tannico e corposo del Sorbara, nelle versioni migliori risulta morbido pur restando secco, ed è un vino di grandissima beva grazie all’acidità meno spigolosa. La peculiarità di questa variante è l’aroma inconfondibile di banana, accompagnato da note balsamiche che si intensificano quando i vigneti sono in posizione collinare. Il colore rosso rubino intenso con riflessi violacei e la struttura robusta lo rendono ideale per accompagnare primi piatti sostanziosi, arrosti, cacciagione e formaggi stagionati.
Il Salamino, rusticità dalla spuma viola
Il Lambrusco Salamino di Santa Croce DOC è il più rustico della famiglia dei lambruschi modenesi, semplice ma di buona beva, è il più ricco di colore, con la sua caratteristica spuma violacea. Il nome deriva dalla forma allungata dei grappoli che ricordano piccoli salami. Prodotto nella bassa modenese, in particolare nel territorio comunale di Carpi e nella località di Santa Croce, questo vitigno deve costituire almeno l’ottantacinque percento del vino.
Il Salamino presenta un colore rosso rubino carico, profumi floreali con sentori di fieno appena tagliato e frutta matura. Al palato è sapido, armonico, delicatamente acidulo, fresco e vinoso, di corpo medio. Si sposa perfettamente con i salumi tipici emiliani, i primi piatti della tradizione e i bolliti misti.
Il Marani, delicatezza e leggerezza
Il Lambrusco Marani è povero di antociani, quindi di colore, adatto a vini più leggeri e beverini. Caratterizzato da leggeri tannini e delicati profumi di frutti di bosco e fiori come rosa e viola, il Marani rientra nella categoria dei “Lambruschi Soft”. Diffuso nel reggiano e nel modenese, viene spesso vinificato in uvaggio con altre varietà per creare vini freschi e immediati, perfetti per il consumo quotidiano.
Il Marani produce vini dal colore rosato più o meno intenso, con una spuma vivace ed evanescente. L’aroma è gradevole, caratteristico, che spazia dal floreale al fruttato. Al gusto risulta dal secco al dolce, sempre fresco e piacevole, ideale per aperitivi e antipasti.
Il Maestri, potenza del Parmense
Il Lambrusco Maestri viene coltivato in particolare nelle province di Parma e Reggio Emilia e il nome sembrerebbe derivare dalla “Villa Maestri”, nel comune di San Pancrazio in provincia di Parma. Questo vitigno ha vigoria elevata, epoca di maturazione tardiva e produzione abbondante e regolare. Non richiede terreni particolarmente fertili e necessita di potature lunghe.
Produce un vino di colore rosso violaceo intenso, asciutto e tannico. Spesso è vinificato in uvaggio con altre varietà di Lambrusco ed è apprezzato per la sua capacità di dare colore, tannicità e corpo al vino. Il Maestri rientra nella categoria dei “Lambruschi Hard”, caratterizzati da tannini e acidità più marcati e sentori che virano verso la ciliegia scura e l’amarena. I vini dal color rubino intenso ottenuti da questa varietà sono noti come “Lambruschi scuri” e sono particolarmente apprezzati nel Reggiano e nel Parmense.
Il Montericco, eleganza delle colline reggiane
Il Lambrusco Montericco è protagonista della DOC Colli di Scandiano e di Canossa, dove deve rappresentare almeno l’ottantacinque percento dell’uvaggio. Caratterizzato da leggeri tannini e delicati profumi di frutti di bosco e fiori, il Montericco appartiene alla categoria dei “Lambruschi Soft”. Coltivato sulle colline reggiane, questo vitigno beneficia di terreni particolarmente vocati che conferiscono al vino finezza ed equilibrio.
Produce vini dal colore che varia dal rosato più o meno intenso al rosso, con spuma vivace ed evanescente. L’odore è gradevole e caratteristico, spaziando dal floreale al fruttato. Il sapore va dal secco al dolce, sempre fresco, gradevole e caratteristico.
Il Viadanese, tra Emilia e Lombardia
Il Lambrusco Viadanese deriva il suo nome dal comune di Viadana, nel Mantovano, ed è conosciuto anche come “Groppello Ruberti”, dal nome dell’enologo Ugo Ruberti che lo decretò miglior vitigno della provincia. La sua diffusione è maggiormente localizzata nella zona delimitata dai fiumi Oglio e Po, ed è alla base dell’uvaggio della DOC Lambrusco Mantovano. Si ritrova anche nel Cremonese e, in misura minore, nelle province di Reggio Emilia e Modena.
Gli acini sono medio-piccoli, sferici, con buccia spessa e di colore blu-nero intenso, ricca di antociani. Dal Viadanese si ottengono vini di colore rosso rubino intenso con riflessi violacei, rotondi e leggermente tannici, freschi e scorrevoli. Il Viadanese rientra nella categoria dei “Lambruschi Hard”, con tannini e acidità più marcati.
L’Oliva, forma inconfondibile
Il Lambrusco Oliva è noto per la forma ellittica degli acini che ricordano olive, mentre è conosciuto come “Lambrusco Mazzone” nel Reggiano e “Olivone” nel Mantovano. È un vitigno abbastanza vigoroso, con produzione non sempre regolare, che si adatta bene alla potatura corta.
Produce un vino ben colorato, dall’aroma intenso ma particolare, delicato, fruttato, mediamente alcoolico, acidulo, leggermente tannico. Viene vinificato spesso in uvaggio con altri Lambruschi, di cui contribuisce a migliorare la struttura o il colore. L’Oliva appartiene alla categoria dei “Lambruschi Speziati”, caratterizzati da note di pepe, cardamomo e caffè all’olfatto. È un vino da consumare giovane, specialmente nelle tipologie amabile e frizzante.
Il Barghi, eredità nobiliare
Il Lambrusco Barghi ha origine incerta, probabilmente toscana, ed era coltivato estesamente fino agli anni Sessanta nelle tenute del conte Corbelli sia a Castelnovo di Sotto che a Rivalta, in provincia di Reggio Emilia. Ha vigore medio-elevato e produttività media.
Produce un vino di colore rosso rubino intenso con profumi eleganti e note fruttate. Al palato è di media acidità e sapidità, caratterizzato da persistenza gusto-olfattiva medio-alta. Il Barghi rientra nella categoria dei “Lambruschi Speziati”, con note distinctive di pepe, cardamomo e caffè. Richiede una gestione attenta della chioma per garantire una buona esposizione solare e aerazione dei grappoli.
Il Benetti, varietà riscoperta
Il Lambrusco Benetti è una varietà registrata nel Registro Nazionale delle Varietà di Vite nel 2011, proposta dall’Università di Bologna. Si tratta di una selezione locale recuperata grazie al lavoro di valorizzazione dei vitigni autoctoni emiliani. Il Benetti appartiene alla categoria dei “Lambruschi Hard”, caratterizzati da tannini e acidità più marcati.
Questa varietà contribuisce alla biodiversità viticola della regione e viene utilizzata principalmente in uvaggio per conferire struttura e carattere ai vini. La sua riscoperta rappresenta un importante esempio di salvaguardia del patrimonio ampelografico locale.
La foglia frastagliata, l’antenato del Trentino
Il Lambrusco a foglia frastagliata è conosciuto come Enantio, un vitigno a bacca nera autoctono della Valdadige profondamente legato alla tradizione vitivinicola della valle compresa tra Avio, Ala e Brentino Belluno. Pur condividendo la denominazione “Lambrusco” con le varietà emiliane, si tratta di un vitigno geneticamente distinto e molto più antico.
Studi di biologia molecolare hanno portato alla certezza che almeno due varietà di lambrusco, la foglia frastagliata e il Sorbara, hanno una maggiore affinità genetica con le viti selvatiche che con quelle coltivate. Questa varietà produce vini caratterizzati da leggeri tannini e delicati profumi di frutti di bosco e fiori, rientrando nella categoria dei “Lambruschi Soft”.
Il Montù, confine tra tradizioni
Sebbene meno conosciuto e non sempre incluso nelle classificazioni ufficiali del Lambrusco, il Montù rappresenta un importante vitigno a bacca bianca della tradizione emiliana. Storicamente, questo vitigno segnava il confine geografico e culturale tra i territori: attraversando il fiume Panaro da Modena verso Bologna, i vigneti di Lambrusco lasciavano spazio ai vigneti con il Montù e altri vitigni a bacca bianca.
Il Montù è protagonista della DOC Reno nella tipologia “Montuni”, dove deve rappresentare almeno l’ottantacinque percento dell’uvaggio. Produce vini bianchi dal colore giallo paglierino, di media struttura e buona acidità, con evidenze floreali e fruttate. Testimonianza della sua importanza storica sono le citazioni dell’Acerbi che nel 1823 lo descriveva con il sinonimo di “Montonego” come vitigno presente nei dintorni di Bologna.
Un mosaico di denominazioni
Esistono otto DOC che comprendono vari tipi di vino lambrusco, distribuite tra Emilia-Romagna e Lombardia. In provincia di Modena si distinguono il Lambrusco di Sorbara DOC, il Lambrusco Grasparossa di Castelvetro DOC e il Lambrusco Salamino di Santa Croce DOC. In provincia di Reggio Emilia troviamo il Lambrusco Reggiano DOC e la DOC Colli di Scandiano e di Canossa nelle tipologie Lambrusco Montericco e Lambrusco Grasparossa. In provincia di Mantova, in Lombardia, si produce il Lambrusco Mantovano DOC, mentre in provincia di Parma si trova la DOC Colli di Parma nella tipologia Lambrusco.
Ogni denominazione ha disciplinari specifici che regolano percentuali di uvaggio, zone di produzione, rese per ettaro e caratteristiche organolettiche. Questa complessità normativa testimonia la ricchezza e la diversità del patrimonio viticolo lambrusco.
Rinascita di un vino contemporaneo
Oggi il Lambrusco sta vivendo una fase di rinascita qualitativa. Piccoli produttori hanno continuato a lavorare con metodi artigianali, alcuni recuperando persino il metodo ancestrale con rifermentazione in bottiglia, altri sperimentando il Metodo Classico per produzioni di alta gamma. La maggior parte della produzione avviene con il Metodo Charmat, che esalta la freschezza e la vivacità delle bollicine.
Le caratteristiche comuni a tutte le varietà sono le note di fragola e frutti di bosco, l’alta acidità, il gusto sapido, il basso tannino e lo scarso contenuto zuccherino che porta a produrre poco alcol. Queste qualità, unite alla caratteristica spuma, rendono i Lambruschi vini estremamente freschi, piacevoli e “beverini”.
Il Lambrusco moderno sfida i pregiudizi presentandosi in versioni cristalline e stilizzate, oppure in interpretazioni più tradizionali con il fondo. Può essere secco, amabile o dolce; frizzante, spumante o fermo; rosso, rosato o persino bianco. Questa versatilità lo rende adatto ad accompagnare un intero pasto, dall’aperitivo al dessert, abbinandosi perfettamente ai prodotti tipici della cucina emiliana ma anche a cucine internazionali sorprendenti.
Le dodici varietà di Lambrusco rappresentano un patrimonio viticolo straordinario, un caleidoscopio di sfumature che va dal rosa tenue al viola intenso, dalla delicatezza floreale alla potenza tannica. Conoscerle significa scoprire che dietro quel nome apparentemente semplice si nasconde un universo di tradizione, territorio e passione che merita di essere esplorato con mente aperta e palato curioso.

Direttore editoriale di nonewsmagazine.com | Il magazine dell’ozio e della serendipità.
Direttore responsabile di No News | La free press dell’ozio milanese.
Viaggiatore iperattivo, tenta sempre di confondersi con la popolazione indigena.
Amante della lettura, legge un po’ di tutto. Dai cupi autori russi, passando per i libertini francesi, attraverso i pessimisti tedeschi, per arrivare agli amori sofferti tra le campagne inglesi. Tra gli scrittori moderni tra i preferiti spiccano Roddy Doyle, Nick Hornby e Francesco Muzzopappa.
Melomane vecchio stampo, c’è chi lo chiama “il fondamentalista del Loggione”. Ama il dramma verdiano così come le atmosfere oniriche di Wagner. L’opera preferita, tuttavia, rimane la Tosca.
































