Sono le sei del mattino quando il suono mi raggiunge nel sonno, potente e solenne, capace di attraversare muri di pietra vecchi di secoli. Il Campanone del Palazzo dei Consoli — quasi venti quintali di bronzo fuso nel 1769 dal professor Giovanni Battista Donati — inizia a battere il suo “doppio” sopra i tetti di Gubbio, e in quell’istante qualcosa cambia nell’aria. Non è il suono di una semplice campana. È la voce di una città intera che si riconosce, che si ricorda di sé stessa.
Scendo in strada prima ancora di aver finito il caffè. Corso Garibaldi è già vivo: i tamburini si radunano davanti alla statua di Sant’Ubaldo, vestiti nei loro costumi, le bacchette pronte. Sono stati i loro strumenti, mezz’ora prima, a bussare alle porte dei Capitani e dei Capodieci nelle loro case, come accade ogni anno dal lontano 1160. Quel gesto — semplice, ostinato, immutato — mi dice più di qualsiasi guida turistica: questo non è uno spettacolo. È un rito che vive perché non ha mai smesso di farlo.
Ottocento anni di devozione ininterrotta
La storia della Festa dei Ceri si muove su quel confine sottile dove la cronaca diventa leggenda e la fede si fa carne viva. Tutto nasce dalla morte di Ubaldo Baldassini, vescovo di Gubbio, avvenuta il 16 maggio 1160. Uomo di pace in un’epoca di guerre, aveva difeso la città da assedi e saccheggi; alla sua scomparsa, la comunità lo pianse come un padre. Nacque prima una processione, poi un’offerta di cera portata dalle corporazioni medievali eugubine — i muratori per Sant’Ubaldo, i merciai per San Giorgio, gli asinari per Sant’Antonio — e infine, con i secoli, una corsa. Una corsa che non si è mai fermata. Nemmeno durante le guerre: il 15 maggio 1917, soldati eugubini arruolati nella Brigata “Alpi” costruirono ceri rudimentali tra le montagne del fronte, alle pendici del Col di Lana, pur di non spezzare il filo. Le uniche eccezioni moderne furono il 2020 e il 2021, quando la pandemia impose un silenzio vissuto dalla città come un lutto autentico.
Nel 1973, i tre Ceri sono diventati il simbolo ufficiale della Regione Umbria. E nel 2013, insieme alla Macchina di Santa Rosa di Viterbo, alla Varia di Palmi e alla Faradda di li Candareri di Sassari, la Festa è entrata a far parte della Rete delle Grandi Macchine a Spalla Italiane, patrimonio culturale immateriale dell’umanità UNESCO. Un riconoscimento che Gubbio porta con orgoglio ma senza stupore: qui lo sapevano già da sempre.
Tre giganti di legno e la loro anima
Prima di vederli in corsa, ho trascorso del tempo ad osservarli al riposo, dentro la sala dell’Arengo del Palazzo dei Consoli, dove erano stati portati la prima domenica di maggio. I Ceri sono tre strutture lignee di sezione ottagonale, alte quasi cinque metri, pesanti circa tre quintali ciascuna, sormontate dalle statue dei rispettivi santi. Eppure, visti da vicino, sembrano più alti, più pesanti, più impossibili di quanto qualsiasi numero possa suggerire.
Ognuno ha un colore, un’identità, una fedeltà. Il Cero di Sant’Ubaldo è giallo, come il piviale del patrono, e appartiene alla corporazione dei muratori e scalpellini — la più importante, depositaria ufficiale della Festa dal 1891. Il Cero di San Giorgio è azzurro, come il mantello del santo guerriero, e rappresenta i commercianti. Il Cero di Sant’Antonio è nero, come la veste del frate francescano, ed è legato ai contadini. Tre colori, tre storie, tre fedeltà che a Gubbio si ereditano di padre in figlio come il cognome, come la casa, come la terra.
I ceraioli che li portano si distinguono per la camicia del proprio colore, accoppiata con pantaloni bianchi, fascia e fazzoletto rossi in vita e al collo. Una divisa definita nei termini attuali nel 1928, durante il “Raduno del Costume Italico” a Venezia. Ma l’essenza di quella divisa è immutata da generazioni: chi la indossa sa perfettamente chi è e da dove viene.
L’alba rituale e il corteo dei santi
Alle sette del mattino, Gubbio compie uno dei suoi riti più intimi: i ceraioli si radunano al Cimitero Civico per la commemorazione dei compagni defunti. Non un addio, piuttosto una chiamata. Un modo di dire ai portatori di ieri che la corsa continua, che il Cero non cade, che la catena non si spezza.
Poco dopo, nella chiesa di San Francesco della Pace — chiamata dai gugliesi “dei Muratori” — si celebra la messa dei ceraioli e si estrae il bussolo, che assegna le posizioni per la giornata. È alle nove, poi, che il corteo dei Santi muove dalla stessa chiesa verso Piazza Grande, attraversando il centro storico di Gubbio tra una folla che cresce a ogni isolato. I tamburi scandiscono il passo. Le bandiere sventolano. I bambini si arrampicano sulle balaustre dei palazzi medievali per vedere meglio. L’aria ha già quel sapore di resina e pietra scaldata che riconosco come il profumo specifico di questo giorno.
Alle dieci, la sfilata dei ceraioli da Porta Castello a Piazza Grande trasforma le strade in un corridoio di colori. Migliaia di persone arrivate da tutta Italia — e da molti angoli d’Europa — si stringono ai lati, lasciando passare gli uomini delle tre famiglie in un silenzio carico di rispetto. Sono centinaia, per ogni Cero. Si alternano nella corsa senza mai fermarsi, organizzati in “mute”, guidati dai Capodieci con gesti minimi e precisi che regolano equilibrio e traiettoria.
L’alzata: il momento in cui la piazza trattiene il respiro
Sono le undici e trenta quando accade. Il grande portone del Palazzo dei Consoli si apre, e i Ceri vengono portati di corsa in Piazza Grande, dove vengono assemblati e fissati sulle barelle a forma di H. Poi, al suono del Campanone, avviene l’Alzata: i tre Capodieci, in piedi sulla barella sopra la folla, lanciano una brocca di ceramica che si frantuma al suolo — i frammenti vengono raccolti come amuleti — e si gettano in avanti. I ceraioli sollevano i Ceri in verticale con un movimento rapido e coordinato che sembra sfidare la fisica.
Ho visto molte cose nei miei anni di reportage in giro per il mondo. Ma quel momento — tre torri di legno che si alzano all’improvviso nel cielo di una piazza medievale, tra urla che salgono sempre più alte — resta uno di quelli che si depositano nel corpo prima ancora che nella mente.
Subito dopo, i tre Ceri compiono tre giri di corsa attorno al pennone centrale della piazza — le “birate”, le chiamano — in mezzo alla folla che si apre appena in tempo per farli passare. Il rumore è assordante. Le camicie colorate lampeggiano tra le pietre grigie. Poi, altrettanto improvvisamente, i Ceri si fermano. Inizia la “Mostra”.
La mostra e la tavola bona: il respiro prima della corsa
Durante la Mostra, i tre Ceri si separano e attraversano la città per proprio conto, fermandosi davanti alle dimore delle antiche famiglie ceraiole, rendendo omaggio ai portatori più anziani, visitando i luoghi della memoria collettiva. È un momento lento, quasi meditativo, che contrasta con l’intensità dell’Alzata. Gubbio, per qualche ora, torna a respirare.
Nel frattempo, all’interno del Palazzo dei Consoli, si svolge la “Tavola Bona”: il tradizionale pranzo dei ceraioli a cui partecipano anche le autorità e gli ospiti d’onore. Fuori, sotto gli Arconi della stessa piazza, il pranzo si allarga alla città intera. Ho mangiato quella mattina la crescia umbra — una focaccia senza lievito cotta sulla pietra — e gli strangozzi al tartufo, mentre intorno a me uomini di ogni età si raccontavano storie di corse passate, di cadute evitate per miracolo, di Ceri che avevano tenuto anche sotto la pioggia battente.
Perché il 15 maggio 2026 la pioggia è arrivata davvero, nel pomeriggio, proprio quando la corsa si avvicinava. Gubbio non si è fermata. Non si ferma mai.
La corsa: quattro chilometri di storia verticale
Alle cinque del pomeriggio, la Processione con la statua di Sant’Ubaldo scende dalla Cattedrale verso Piazza Grande, accolta dal suono a distesa del Campanone. Le mute dei ceraioli si sono già disposte lungo tutto il tracciato, pronte. La tensione è palpabile come il lastricato bagnato sotto i piedi.
Poi, il Sindaco di Gubbio sventola la “mappa” — il fazzoletto bianco — e i tre Ceri iniziano la corsa vera. Sant’Ubaldo parte per primo — è sempre così, per tradizione immutabile — seguito da San Giorgio e Sant’Antonio. L’ordine non cambia mai: non è una gara di velocità, è un rito. La vera vittoria sta nel come si corre, nel tenere il Cero in verticale, nel non lasciarlo sbattere contro i muri delle case mentre sfreccia nei vicoli più stretti.
Il percorso attraversa il centro storico e poi si lancia verso il basso e poi verso l’alto, con una ferocia topografica che ho capito soltanto quando l’ho seguito a piedi: quattro chilometri e trecento metri con un dislivello brutale, nove stradoni e otto tornanti in pendenza tra Porta dell’Angelo e la Basilica di Sant’Ubaldo sul Monte Ingino. I ceraioli corrono. Si danno il cambio senza fermarsi. Il Capodieci guida con gesti che sembrano segnali in codice, calibrando equilibrio e velocità su ogni curva.
Il fotografo Steve McCurry, che aveva documentato la festa, disse una volta: “Pensavo di vedere tre Santi e ho visto tre Ceri. Pensavo di vedere una città e ho visto un popolo.” Quella frase, che ho riletto mentre salivo ansimando verso la Basilica, mi è sembrata la definizione più precisa di quello che stava accadendo intorno a me.
L’arrivo alla basilica e il silenzio che vale più di qualsiasi applauso
La Basilica di Sant’Ubaldo domina il Monte Ingino come una sentinella, visibile da ogni punto di Gubbio. Dentro si conservano le spoglie del patrono. Quando i Ceri arrivano — ansanti, perfetti, verticali — le porte si chiudono dietro di loro nell’ordine esatto in cui sono arrivati. Non c’è una cerimonia. Non c’è un discorso. C’è soltanto quel suono della porta che si chiude, e poi, per un istante brevissimo, un silenzio.
Poi esplode tutto il resto: le urla, le lacrime, gli abbracci tra uomini che si conoscono da una vita, i bambini issati sulle spalle dei padri, le donne che cantano. Ho visto uomini anziani piangere senza imbarazzo. Ho visto ragazzini di dieci anni già vestiti con la camicia colorata del proprio Cero, già dentro quella storia fino al collo, già pronti a ereditarla.
Gubbio oltre la festa: una città che vale un viaggio a sé
Chi arriva a Gubbio il 15 maggio e si ferma soltanto per la corsa perde metà della città. Piazza Grande — dove si svolge l’Alzata — è uno dei salotti urbani più belli d’Italia, sospesa su arconi che si affacciano sulla valle come un balcone naturale. Il Palazzo dei Consoli, capolavoro gotico del XIV secolo che la sovrasta, custodisce nel suo museo le Tavole Eugubine: sette tavole di bronzo del III-I secolo avanti Cristo, la più importante testimonianza della lingua umbra antica, scritta in alfabeto etrusco e latino.
A pochi passi, il Palazzo Ducale di Federico da Montefeltro con i suoi affreschi, il Teatro Romano tra i meglio conservati d’Italia, e la funivia delle botti — unica nel suo genere — che sale verso la Basilica di Sant’Ubaldo con cabine ricavate da botti di vino. Gubbio è una di quelle città che richiedono lentezza, che premiano chi si perde nei vicoli senza fretta, che rivelano qualcosa di nuovo a ogni curva.
Un rito che appartiene all’umanità intera
Torno a casa con la pioggia ancora negli occhi e il suono del Campanone ancora nelle orecchie. La presidente della Regione Umbria, Stefania Proietti, aveva definito la Festa dei Ceri «il simbolo identitario dell’Umbria» e aveva ricordato come i tre Ceri siano nel simbolo regionale da oltre cinquant’anni. Ma quello che ho visto il 15 maggio 2026 a Gubbio va oltre qualsiasi confine regionale o nazionale.
La Festa dei Ceri è una delle prove più convincenti che l’umanità sa custodire il proprio passato senza imbalsamarlo. Non è una rievocazione. Non è un museo vivente. È qualcosa di più raro: una tradizione che ha continuato a esistere perché ogni generazione ha scelto di farlo, liberamente, con passione vera. Ogni ceraiolo che corre porta sulle spalle non solo il peso del legno, ma il peso di ottocento anni di fedeltà collettiva.
E quando i Ceri entrano nella Basilica e le porte si chiudono, per quel brevissimo istante prima dell’esplosione di gioia, si capisce che certe cose non appartengono a Gubbio. Appartengono a tutti.

Curioso per natura, vivo la vita come se non ci fosse un domani.
Appassionato di enogastronomia e viaggi, racconto storie di sapori, tradizioni e culture attraverso itinerari culinari e destinazioni autentiche. Esploro territori, scopro vini, piatti e prodotti locali, condividendo esperienze sensoriali e consigli pratici per viaggiatori enogastronomici. Amo immergermi nelle tradizioni di ogni luogo, catturando l’essenza di culture diverse e facendo emergere il legame tra territorio e gastronomia. Con uno stile vivace e coinvolgente, trasformo ogni racconto in un’esperienza da gustare e vivere, ispirando chi desidera scoprire il mondo attraverso i suoi sapori autentici. Per me, viaggio e cucina sono strumenti di conoscenza e confronto, capaci di unire le persone e arricchire l’anima.






























