Venezia sa nascondere i suoi capolavori. Li dissimula tra calli tortuose, li cela dietro portali che sembrano sbarrare ogni accesso, li custodisce in silenzi che il turismo di massa non è ancora riuscito a spezzare del tutto. Palazzo Grimani di Santa Maria Formosa è uno di quei luoghi decantati in passato da viaggiatori, artisti e diplomatici, eppure ancora sorprendentemente fuori dai circuiti più affollati. Chi lo raggiunge, svoltando nel sestiere di Castello a pochi passi dal campo omonimo, avverte quasi fisicamente lo scatto temporale: un salto di cinquecento anni compiuto in pochi metri.
Un doge, una famiglia, un’ambizione architettonica
La storia di Palazzo Grimani è inseparabile da quella di una delle famiglie più potenti e spregiudicate della Repubblica di Venezia. Acquistato sul finire del Quattrocento dal patrizio Antonio Grimani, protagonista della vita politica e militare della Serenissima ed eletto doge nel 1521, il palazzo fu in seguito donato ai quattro figli di Antonio, diventando la dimora stabile di questo ramo della casata, da allora battezzato appunto “di Santa Maria Formosa”.
Ma fu il nipote Giovanni, Patriarca di Aquileia e collezionista instancabile, a trasformare quello che era un tradizionale fondaco medievale in qualcosa di radicalmente nuovo. Nel corso del Cinquecento vennero effettuate ristrutturazioni durate trent’anni a spese di Vettore e poi di Giovanni: due nuove ali furono aggiunte all’edificio, raddoppiandone le dimensioni e creando un cortile interno in stile romano con logge di colonnati in marmo, un caso del tutto insolito nella Venezia del XVI secolo. Era un’affermazione culturale oltre che architettonica: Giovanni Grimani stava dichiarando la sua appartenenza all’umanesimo romano e fiorentino, rifiutando il gotico veneziano come cifra identitaria.
Lo scalone di Federico Zuccari e il linguaggio del potere
Entrare oggi nel palazzo significa percorrere gli stessi gradini che calpestavano i potenti del Cinquecento. Tra il 1563 e il 1565 la volta a botte dello scalone monumentale, che conduce al piano nobile, fu decorata da Federico Zuccari, giovane artista di formazione romana, con affreschi allegorici che rimandano alle virtù del suo committente, completati da grottesche e rilievi a stucco con creature mitologiche. Il risultato è uno dei percorsi ascensionali più scenografici di tutta Venezia, secondo per grandiosità soltanto alla celebre Scala d’Oro del Palazzo Ducale.
L’intera decorazione del palazzo fu affidata ai nomi più importanti dell’epoca. Nelle sale del piano nobile e lungo lo scalone lavorarono artisti come Francesco Salviati, Giovanni da Udine, Lambert Sustris e Camillo Mantovano, ciascuno con il proprio linguaggio, ciascuno a comporre un tassello di quello che Giovanni Grimani concepiva come il più raffinato elogio della cultura classica mai realizzato a Venezia.
La Tribuna: una stanza delle meraviglie ispirata al Pantheon
Il cuore pulsante del palazzo è però uno spazio unico, che non ha equivalenti nell’architettura privata veneziana: la Tribuna Grimani. Giovanni Grimani volle che la sua collezione di capolavori dell’arte antica — una delle più importanti d’Europa per l’alto numero di originali greci — avesse una collocazione scenografica. Nacque così la mitica Tribuna, un tempo nota come Antiquarium, illuminata dall’alto e ispirata al Pantheon di Roma.
L’Antiquarium, in origine, custodiva più di centotrent a sculture antiche tra le più pregiate della raccolta, sormontato da un lucernario con lanterna che assicurava una costante illuminazione naturale. La luce cadeva dall’alto sulle statue come in un teatro sacro. Le sculture erano disposte in modo da creare un movimento ascensionale: in basso le statue a figura intera, sopra i ritratti, posti a generare un gioco di rimandi e di sguardi. Era un museo prima che il museo come istituzione fosse inventato.
La fama di questo spazio travalicava i confini della Serenissima. Alfonso, Duca di Ferrara, e Arrigo III di Francia, ospitati dalla Repubblica a Venezia nel 1572, si trattennero un giorno intero a visitare le preziosità che decoravano il palazzo. La Tribuna era già allora un luogo di pellegrinaggio per chi volesse comprendere il Rinascimento nella sua forma più compiuta.
Il restauro e il ritorno alla luce
Dopo secoli di abbandono, di dispersione delle collezioni e di uso improprio degli spazi, nel 1981 il palazzo è stato acquistato dallo Stato italiano. Un lungo restauro ha permesso di ricostituire per quanto possibile lo stato originario dell’edificio e di riportare alla luce la bellezza delle sue decorazioni. Il Museo di Palazzo Grimani è stato quindi aperto al pubblico nel dicembre del 2008.
Ma la storia più recente riserva un altro capitolo straordinario. Nel 2019, con l’iniziativa Domus Grimani, le sculture che erano state custodite al palazzo fino al 1593 vi sono state riportate, ricostruendo l’aspetto della Tribuna e della Sala del Doge così come dovevano apparire ai contemporanei di Giovanni Grimani. Nelle nicchie e sui basamenti sono state inserite oltre ottanta sculture tra quelle conservate al Museo Archeologico di Venezia, con un riallestimento basato sull’inventario redatto nel 1593 dai segretari della Repubblica. Una ricostruzione filologica rarissima nel panorama museale italiano, capace di restituire al visitatore non solo gli oggetti ma il loro senso originario.
Un museo vivo, tra arte e contemporaneità
Palazzo Grimani non è un reliquiario immobile. Il secondo piano nobile ospita mostre temporanee ed eventi culturali, e il dialogo tra l’antico e il contemporaneo è una delle vocazioni più riuscite del museo. Le stesse sale che videro nascere una delle più grandi collezioni d’antichità del Rinascimento accolgono oggi artisti del presente, in un cortocircuito temporale che raramente risulta forzato.
Ciò che rende Palazzo Grimani davvero irripetibile è la stratificazione: ogni stanza racconta non solo un’opera ma una visione del mondo, l’ambizione di una famiglia che volle fare di Venezia una nuova Roma. Quella visione sopravvive nei soffitti affrescati, nelle scale dove la pietra parla ancora il linguaggio di Zuccari, nella luce che filtra dalla Tribuna come se il Pantheon avesse trovato, per una volta, una casa lagunare.

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