Nel quartiere meridionale di Garath, alla periferia di Düsseldorf, tra i blocchi residenziali e i parcheggi, si erge qualcosa di inaspettato: una massa scultorea di cemento a vista che sfida la logica della periferia tedesca del dopoguerra, si contorce verso il cielo come una roccia affiorata dal terreno, e si impone sullo sguardo con la forza senza retorica di chi non ha bisogno di spiegarsi. È la cappella St. Hildegardis, progettata da Gottfried Böhm tra il 1962 e il 1970, e chi la vede per la prima volta non sa bene se stia guardando un’architettura sacra o una scultura abitabile. La risposta, naturalmente, è entrambe le cose.
La cappella di Garath: un edificio che si impone prima ancora di essere compreso
Arrivarci richiede una certa determinazione. Garath non è una meta turistica nel senso convenzionale del termine: è un quartiere pianificato negli anni Sessanta, costruito per rispondere alla pressione demografica della ricostruzione postbellica tedesca. Le strade sono ampie, gli spazi aperti, e il tessuto urbano porta ancora i segni di quella logica funzionalista che privilegiava il metro quadro sull’identità. Eppure, a un certo punto, il panorama cambia. La cappella St. Hildegardis emerge come un’anomalia deliberata, un’escrescenza angolosa di calcestruzzo che si staglia sopra la linea del quartiere come un promontorio medievale materializzato nel Novecento.
La prima cosa che si nota è la sua posizione: l’edificio è sollevato da terra su un possente pilastro, come se si rifiutasse di poggiare il piede nel cemento ordinario del suburbio. Questa scelta non è decorativa — è una dichiarazione di poetica. L’architettura di Böhm, anche nella sua versione più raccolta e minore come questa cappella, non scende a compromessi con la quotidianità. Si rende visibile, si impone, ma lo fa senza arroganza: con la solidità silenziosa di chi sa di avere qualcosa da dire.
Gottfried Böhm: il profeta del cemento sacro
Per capire la St. Hildegardis è necessario capire chi era Gottfried Böhm — o, meglio, da dove veniva. Nato il 23 gennaio 1920 a Offenbach-am-Main, era figlio, nipote e poi padre di architetti. Suo padre Dominikus Böhm era uno dei progettisti di chiese cattoliche più rispettati d’Europa, e il peso di quella tradizione avrebbe potuto schiacciare chiunque. Gottfried, invece, lo trasformò in trampolino. Studiò ingegneria alla Technische Hochschule di Monaco, laureandosi nel 1946, e poi trascorse un anno a studiare scultura all’Accademia di Belle Arti della stessa città — una formazione che avrebbe segnato per sempre il suo modo di pensare l’architettura come materia plasmabile.
Nel 1947 iniziò a lavorare nello studio paterno, poi nel 1951 si recò a New York, dove lavorò per lo studio di Cajetan Baumann e incontrò due figure che lo avrebbero segnato profondamente: Ludwig Mies van der Rohe e Walter Gropius. Quando tornò in Germania e prese le redini dello studio alla morte del padre, nel 1955, aveva già sviluppato una visione propria: un’architettura capace di dialogare con la storia senza imitarla, di usare il cemento armato con la stessa libertà espressiva con cui un artista usa l’argilla.
Nel 1986, Böhm divenne il primo architetto tedesco a ricevere il Premio Pritzker, il riconoscimento più prestigioso nell’architettura mondiale. La giuria lo descrisse con parole che sembrano scritte apposta per la St. Hildegardis: “il suo lavoro altamente evocativo combina molto di ciò che abbiamo ereditato dai nostri antenati con molto di ciò che abbiamo appena acquisito — un’unione straordinaria ed esaltante.” Böhm morì il 9 giugno 2021 a Colonia, all’età di 101 anni, lasciando un’eredità architettonica di oltre 70 edifici religiosi sparsi in tutto il mondo, dalla Germania al Brasile a Taiwan.
Il progetto di Garath: quando una cappella diventa un centro civico
La St. Hildegardis non nasce come edificio isolato. È parte di un progetto urbano più ampio che Böhm concepì per il quartiere di Garath, un insieme che comprende anche la chiesa parrocchiale di St. Matthäus e una residenza per anziani: un vero e proprio “centro civico” che nella sua totalità è oggi considerato, dalle fonti di architettura specializzata, una delle “mete di pellegrinaggio” per gli studenti di architettura europei.
Il modo in cui Böhm tratta questi tre elementi — cappella, chiesa, casa di riposo — rivela la sua concezione dello spazio urbano come narrazione continua. La residenza per anziani si dispone intorno alla chiesa e alla cappella come le mura di un castello, con le sue protuberanze arrotondate e le merlature che citano esplicitamente l’architettura medievale difensiva. La chiesa St. Matthäus si eleva sugli edifici perimetrali con le sue torri simili a torrioni. E la cappella St. Hildegardis, collegata fisicamente alla residenza, si offre come il fulcro espressivo dell’intero complesso: più piccola, più intensa, più concentrata.
Il materiale usato è un mix di cemento a vista, mattoni rossi e metallo — una combinazione che in mano ad altri avrebbe potuto risultare pesante e anonima, ma che Böhm orchestra con una sicurezza compositiva assoluta. I mattoni rossi portano calore e scala umana; il cemento trasmette permanenza e forza plastica; il metallo introduce un accento contemporaneo. L’ensemble è sottoposto a tutela patrimoniale dal 1999, riconoscimento della sua eccezionale qualità architettonica.
La “roccia di cemento” e il suo archetipo: il Mariendom di Neviges
Chi conosce l’opera di Böhm riconoscerà immediatamente nella St. Hildegardis un’eco potente di quella che è universalmente considerata la sua opera maestra: il Mariendom di Neviges, la chiesa di pellegrinaggio Maria Königin des Friedens, costruita tra il 1963 e il 1972. La St. Hildegardis è descritta dagli studiosi come una versione in scala minore della “roccia di cemento” di Böhm, il motivo formale più caratteristico del suo vocabolario architettonico: una massa che si erge in modo informale e scultoreo, come una cappella arroccata su un colle, evocando la potenza delle architetture alpine o delle fortezze medievali, pur trovandosi nel piatto suburbio della periferia renana.
Questa analogia non è casuale né superficiale. Entrambi gli edifici condividono la stessa filosofia: il luogo sacro non deve mimetizzarsi con l’ordinario, ma deve emergerne con la forza di un monolite naturale, qualcosa che sembra sempre essere stato lì e che tuttavia stupisce ogni volta. L’ispirazione medievale è dichiarata e trasformata: Böhm non imita, reinterpreta. I merli non sono decorazione antiquaria ma ritmo compositivo; le torri non sono nostalgia ma verticalità necessaria.
Il campanile che rompe il profilo: leggere l’edificio dall’esterno
Avvicinandosi alla St. Hildegardis, si scopre progressivamente la sua complessità. L’edificio è descritto dalla critica architettonica come “angoloso all’esterno, sorretto da un pesante pilastro”: questa asciuttezza tecnica non rende giustizia all’esperienza visiva reale. Il volume principale si impone con la sua massa irregolare, tagliente, non simmetrica — un blocco che sembra aver trovato la propria forma attraverso pressioni interne piuttosto che attraverso un disegno imposto dall’esterno.
L’elemento che rompe e arricchisce questo profilo è il campanile a bovindo, una struttura che sporge dalla sagoma principale e introduce una nota verticale nella composizione orizzontale del quartiere. Non è un campanile nel senso tradizionale — non è una torre separata che punta il cielo con geometrica separatezza — ma un’appendice organica della massa principale, quasi come se il cemento avesse deciso, in quel punto, di alzarsi e cantare.
Il sito elevato su pilastro conferisce all’edificio una presenza quasi ieratica: sembra guardare il quartiere dall’alto, non per arroganza, ma per necessità — come se il sacro avesse bisogno di una soglia fisica per separarsi dal profano circostante. Chi percorre la Ricarda-Huch-Straße e alza gli occhi si trova davanti a qualcosa che non assomiglia a nessun altra costruzione del quartiere, e questa alterità — questa ostinata singolarità — è la prima forma di sacralità che Böhm offre a chi si avvicina.
Un patrimonio vivente: la tutela monumentale e le sfide del futuro
La storia della St. Hildegardis non si ferma al 1970, anno del completamento. L’edificio ha vissuto decenni come parte attiva di una comunità — anziani, fedeli, studenti di architettura in visita — e ha accumulato nel tempo quella patina di vissuto che è il vero banco di prova per ogni architettura. Nel 1999, il complesso di Garath — cappella, chiesa e residenza — è stato formalmente riconosciuto come patrimonio architettonico tutelato, sigillo di un valore che la comunità architettonica aveva già da tempo riconosciuto.
Nel 2015, è stato indetto un concorso per la progettazione di una nuova canonica come ampliamento del complesso: a vincerlo è stato lo stesso Büro Gottfried Böhm, lo studio fondato dall’architetto e poi continuato dai suoi figli, garantendo così una continuità stilistica e familiare che ha qualcosa di commovente nella sua coerenza. La forza scultorea del complesso rimane intatta, anche se le sfide della vita contemporanea — gli standard abitativi moderni per le strutture per anziani, la difficile conciliazione tra tutela monumentale e adattabilità funzionale — pongono interrogativi seri sul futuro della residenza annessa.
Ma la cappella in sé, piccola e radicata, continua a essere un riferimento. Gli studenti di architettura la visitano come si visita una fonte: per bere qualcosa di essenziale sul rapporto tra materia, forma e significato. E chi si ferma davanti alla sua sagoma irregolare, in una qualsiasi mattina di nebbia renana, capisce che certe architetture non invecchiano — si approfondiscono.
Cemento e spiritualità: l’eredità di Böhm oltre la St. Hildegardis
Gottfried Böhm ha progettato oltre settanta edifici religiosi nel corso della sua carriera — un numero che pone la St. Hildegardis in una costellazione straordinaria di chiese, cappelle e luoghi di culto sparsi dal Brasile a Taiwan. Eppure ogni singolo progetto porta il segno di una riflessione autentica, non seriale: Böhm non aveva un “tipo” di chiesa da replicare, ma un vocabolario formale che modulava caso per caso, contesto per contesto.
Il segreto, se di segreto si può parlare, stava nella sua formazione da scultore: Böhm usava modelli in argilla nel processo di progettazione, toccando letteralmente la forma prima di disegnarla. Questo rendeva la sua architettura tattile in un senso profondo — edifici che sembrano plasmati da mani, non tracciati da una matita. La St. Hildegardis, con la sua massa irregolare che evoca una collina o una roccia scolpita dall’erosione, è la sintesi più compatta di questa filosofia.
Il cemento grezzo, il Sichtbeton, è il materiale dell’onestà strutturale: non nasconde nulla, non abbellisce artificialmente, mostra le proprie texture e cicatrici. In un edificio religioso, questa scelta ha una valenza quasi teologica: il sacro non ha bisogno di ornamento, ha bisogno di presenza. Böhm lo sapeva, e la St. Hildegardis ne è la testimonianza più raccolta e forse più commovente.

Giornalista appassionata di enogastronomia, lifestyle e tempo libero, racconto storie autentiche che uniscono sapori, culture e tendenze. Con un occhio attento alle eccellenze culinarie e alle novità del mondo del food, esploro territori e tradizioni per offrire ai lettori esperienze autentiche, consigli di viaggio e approfondimenti sul lifestyle contemporaneo. Amo valorizzare la convivialità e il piacere di scoprire, raccontando vini, piatti e luoghi che fanno della qualità e dell’innovazione il loro punto di forza. Nel tempo libero, mi dedico a esplorare nuove destinazioni e sperimentare nuovi trend, condividendo storie e ispirazioni che arricchiscono la vita quotidiana in modo semplice e coinvolgente. Con un linguaggio fresco e coinvolgente, cerco di trasformare ogni articolo in un viaggio sensoriale che stimola curiosità e voglia di vivere.
































