La seconda stagione di Una serie di sfortunati eventi lanciata dalla piattaforma Netflix è disponibile dal 30 marzo. Non cambiare nulla, ma con gusto e tecnica, è un gran bel traguardo.

Tornano i ragazzini più sfortunati, perseguitati e coraggiosi della tv on demand: i Baudelaire.

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Con loro anche l’immancabile signor Poe delle finanze truffaldine che puntualmente, ancora e ancora, non sarà mai in grado di riconoscere e smascherare il conte Olaf. In quest’ultima stagione il villain più trasformista di sempre vestirà i panni di un docente di atletica, un battitore d’asta russo, tanto In e poco Out, un chirurgo sadico e un presentatore di spettacoli circensi.

Esclusi i soliti noti, nuovissimi visi a rimpolpare il cast e la trama della serie tv che continua a seguire fedelmente i libri (questa volta partendo dal quinto libro per poi chiudersi sul nono), tra cui i fratelli Pantano, la perfida Esmé e tanti individui la cui presenza nella prima stagione è motivata e spiegata poco meglio. Inutile dire che di tutti i segreti che le vicende dei Baudelaire portano alla luce, solo alcuni in questa seconda stagione vengono svelati. Tutto si contorce, tanta è ancora la confusione, ma qualcosina cominciamo a capirla. Capiamo che tutto è collegato, che nessun personaggio che gravita attorno la vicenda compare per caso. Capiamo che c’è una grande organizzazione, un po’ come quell’ordine della fenice nel mondo potteriano, al cui interno scismi e prese di posizione hanno stravolto la storia e portato a numerosissimi eventi sfortunati di cui i Baudelaire sono solo la punta dell’iceberg. Capiamo anche che la serie tv si articola sempre sulla stessa dinamica. Ogni due episodi i Baudelaire si spostano di luogo in luogo. Cambia la scenografia, gli abiti, i colori ed il contesto. Il conte Olaf giunge mascherato tutte le volte ed è sempre inutile fare luce sull’identità stravagante e poco credibile della sua copertura. Come per il malaticcio e tonto signor Poe tuttavia, neanche l’evidenza è sufficiente. Ad essere necessaria è l’evidenza dell’evidenza.

Totalmente lasciato al gusto personale il giudizio su questo solito movimento. Potete annoiarvi o restare incollati sul vostro piccolo schermo con la curiosità di vedere quali nuovi trucchi e costumi utilizzerà il conte Olaf per raggiungere il proprio scopo. Non ci sono grandi sorprese, non c’è un cambio netto; al massimo a cambiare è solo il look.

Soliti sono anche i pesanti colori pastello calcati “alla Wes Anderson” che dalla tetra accademia strampalata che fa del “memento mori” il proprio motto, fino al coloratissimo circo, prendono in carico il potere e il dovere di stravolgere l’intero contesto nella sua forma estetica.

A colmare l’essenza poi, a dar luce ad un filone interminabile e ripetitivo (seppure in senso non negativo) è la presenza di Neil Patrick Harris, da sempre nei suoi panni in ogni tipo di travestimento, show musicale e musical. Cattivo ma non troppo, goffo quando serve, buffo oltremodo. Chiaro è che senza di lui difficilmente “Una serie di sfortunati eventi” avrebbe ancora un cuore pulsante.

Ad incorniciare spostamenti, racconti quasi fiabeschi, mascheramenti e ottime scenografie c’è la parola e il suo ruolo sfaccettato. I soliti interventi di Lemony Snicket (Patrick Warburton), avvertimenti per il pubblico che è invitato a spegnere lo schermo più che veri chiarimenti, incastonano spiegazioni dettagliate di frasari quotidiani, modi di dire ed espressioni metaforiche ripetute più e più volte come in una cantilena. Tra il significato letterario e quello figurato i confini si aprono come una fisarmonica. Giocare con le parole dunque come fosse il gioco più semplice del mondo, ma farlo con precisione e puntualità. Maneggiare termini e periodi come manufatti, aggeggi o attrezzi, al pari di un costume ed una maschera.

Insomma dalla prima stagione tutto è rimasto invariato e al tempo stesso tutto è cambiato più volte.

Lontanissima dal poter raggiungere ogni tipo di spettatore, concia del suo poterne perdere qualcuno strada facendo, Una serie di sfortunati eventi continua a piacere contro ogni aspettativa.

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