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Posso entrare nel tuo cuore?: l’altra mamma è l’horror più inquietante degli ultimi anni

C’è una domanda che rimane appiccicata alle pareti della mente molto dopo che si è chiuso il libro. Sette parole, pronunciate sempre con la stessa cadenza ossessiva, ogni notte, accanto all’armadio di una bambina di otto anni: «Posso entrare nel tuo cuore?» È su questa domanda che Josh Malerman costruisce tutto l’edificio narrativo di L’altra mamma (titolo originale Incidents Around the House), un romanzo horror che non si accontenta di spaventare il lettore, ma ambisce a qualcosa di molto più raro e difficile: farlo sentire visto, esposto, vulnerabile nelle sue stesse certezze sul mondo familiare.

Malerman non è uno scrittore qualunque. Autore bestseller del New York Times, musicista rock con i The High Strung, è diventato un punto di riferimento del terrore contemporaneo grazie a Bird Box (Piemme, 2019), il romanzo da cui Netflix ha tratto l’omonimo film di successo. Con L’altra mamma compie però un passo ulteriore, formalmente e tematicamente più audace, che ha già attirato l’attenzione di Hollywood: il film è in produzione con Jessica Chastain protagonista, per la regia di Rob Savage, regista che ha saputo reinventare il found footage con Host (2020).

La scelta più coraggiosa: raccontare tutto attraverso gli occhi di Bela

Il primo elemento che colpisce — e che distingue questo libro nella produzione horror recente — è la scelta della voce narrante. Bela ha otto anni. Vede il mondo con la logica semplice e assoluta dell’infanzia: mamma, papà, la nonna Ruth, l’amica Deb, il babysitter Kelvin. E poi lei, l’altra mamma, che esce dall’armadio ogni sera dopo che i genitori hanno spento la luce e dato la buonanotte.

Malerman ha una nota introduttiva nel romanzo in cui spiega che il formato tipografico insolito — giustificato a sinistra per la narrazione, rientrato per i dialoghi, inframmezzato da spazi bianchi — è una scelta deliberata, «in nome della prospettiva: questa storia è narrata da una bambina». Non è un dettaglio estetico, è una dichiarazione di poetica. La pagina stessa si conforma alla mente di Bela, discontinua, piena di pause, con quel respiro irregolare di chi percepisce il mondo come qualcosa di ancora in costruzione.

Adottare la prospettiva di un bambino nell’horror è una mossa ad alto rischio. Può scivolare nel sentimentalismo, può diventare meccanismo da scuola creativa. Malerman la governa con mano sicura perché non cede mai alla tentazione di render Bela più saggia o più eloquente di quanto non sia. La bambina capisce tutto in modo storto, come capita a chi è ancora bambino, e proprio in quello storto si annida il terrore più autentico.

Il mostro nell’armadio e la grammatica dell’attesa

L’altra mamma — così la chiama Bela, così impariamo a conoscerla noi — non è un fantasma nel senso tradizionale. Non ha una storia di vendetta, non è un’anima in pena. È qualcosa di molto più indefinito e per questo molto più inquietante: un’entità che si presenta come amica, che pettina i capelli a Bela, che le tappa le orecchie quando di notte dai piani inferiori arrivano suoni spaventosi dai film che guardano i genitori. Era, in qualche modo, protettiva. Era, in qualche passato impreciso, quasi una compagna di giochi.

Poi qualcosa è cambiato. Adesso vuole entrare nel cuore di Bela. Vuole scambiare posto con lei. Si è fatta più insistente, più presente, più audace. Esce dall’armadio anche di giorno. Appare al parco giochi. Sbircia dal soffitto nello studio dove il padre lavora. Il mondo conosciuto di Bela — quella piccola geometria di affetti che è la sua intera esistenza — comincia a deformarsi.

Malerman costruisce la tensione con una tecnica che si potrebbe chiamare horror della prossimità crescente: l’altra mamma non fa un salto nel vuoto dall’inizio, non irrompe con violenza. Avanza per millimetri, occupa spazi sempre più prossimi, fa domande con pazienza da entomologa. Il lettore partecipa all’escalation in tempo reale, nella mente di una bambina che non ha ancora gli strumenti per classificare quella minaccia, e questa asimmetria cognitiva tra Bela e il lettore adulto è il motore principale del terrore del libro.

Le carnazioni: il nucleo filosofico che trasforma l’horror in qualcosa di più grande

C’è una parola che ritorna come un mantra nel romanzo: le carnazioni. Bela usa questo termine — deformazione infantile di “reincarnazione” — per indicare qualcosa che l’altra mamma le ha spiegato: il meccanismo con cui gli amici si aiutano a tornare in vita. Uno scambio. Una condivisione. Tu mi fai entrare nel tuo corpo, io ti do il mio posto nel luogo da cui provengo. Come fanno gli amici.

Questo dettaglio — apparentemente un errore lessicale comico di una bambina — è in realtà la chiave di tutto il romanzo. Malerman sta parlando di possessione, ma attraverso il vocabolario dell’amicizia e della reciprocità. L’altra mamma non si presenta come un demone che vuole possedere una vittima: si presenta come chi vuole uno scambio equo tra pari. E Bela, che conosce solo la logica degli amici che si aiutano, non ha un sistema di difesa concettuale contro questa richiesta.

Il momento in cui il padre di Bela, sentendo per caso la parola “carnazioni”, capisce che la figlia intende “reincarnazione” e commenta con un sorriso è uno di quelli in cui il libro rivela tutta la sua ambizione: il malinteso linguistico di una bambina nasconde la verità più precisa del romanzo. La reincarnazione è, per la narrativa dell’altra mamma, esattamente quello che sta cercando di ottenere. Non c’è differenza tra la parola sbagliata e quella giusta. Solo Bela, senza saperlo, l’ha capita davvero.

Una famiglia che si sgretola in silenzio: l’orrore del quotidiano

L’altra mamma non è un horror ambientato in una casa isolata nel bosco, né in un edificio infestato con una storia sanguinosa. È ambientato in una casa normale, nel Michigan, con un open space in cucina, un puzzle del Michigan sul divano, un padre che lavora da casa al telefono con clienti sull’Himalaya e una madre dai “orari incasinati” che torna tardi dal lavoro.

Ed è questa normalità, questa quotidianità descritta con un realismo quasi documentaristico nello sguardo di Bela, a rendere il terrore così efficace. Perché la bambina registra tutto senza gerarchizzare: il porridge d’avena della mamma al mattino, il modo in cui il padre lavora anche mentre guarda i film, il fatto che la mamma abbia tornata a casa con “l’odore di un’altra persona”.

La famiglia di Bela si sta sgretolando — tra tradimenti intuiti, stanchezze non dette, silenzi che parlano — e l’altra mamma si insinua in questo spazio di fragilità come un’erbaccia nelle crepe di un muro. Malerman suggerisce, con una sottigliezza che solo i lettori più attenti coglieranno nei primi capitoli, che le crepe nell’istituzione familiare rendono possibile l’ingresso dell’entità. Non si tratta di una casa infestata perché qualcuno è morto lì: si tratta di una casa che ospita un’entità perché dentro di essa qualcosa di umano e ordinario sta morendo lentamente.

La tecnica narrativa: come Malerman usa il punto di vista per amplificare il terrore

Dal punto di vista tecnico, la scelta di Malerman di non uscire mai dalla prospettiva di Bela è insieme il limite e il punto di forza del romanzo. Limite: ci sono momenti in cui il lettore adulto percepisce con chiarezza cose che Bela non capisce, e questa asimmetria può creare una certa frustrazione, quasi un desiderio di scuoterla e dirle la verità su ciò che la circonda. Punto di forza: è proprio questa frustrazione a generare l’ansia più profonda del libro.

Il narratore inaffidabile per eccellenza non è chi mente deliberatamente, ma chi non ha ancora gli strumenti per vedere. Bela non mente mai. Bela non capisce mai del tutto. E noi, che capiamo, non possiamo fare niente per lei: siamo prigionieri della sua prospettiva come lei è prigioniera della sua età.

C’è un episodio che sintetizza questa meccanica con perfetta chiarezza: al parco giochi, Bela gioca sull’altalena con l’amica Deb e le chiede cosa farebbe se ci fosse una donna nell’armadio della sua camera. Le chiede come la salverebbe. Deb, turbata, scappa dentro una stanza di legno della struttura per arrampicarsi. Bela la segue. Dal buio, sente la voce di Deb che dice: «Posso entrare nel tuo cuore?» Poi vede le mani aggrapparsi ai bordi dell’apertura — mani con i peli. Bela urla e cade dallo scivolo.

L’altra mamma è uscita di casa per la prima volta. E lo ha fatto usando la voce e la forma dell’amica più cara. Questo momento — in cui la minaccia viola uno spazio considerato sicuro e si camuffa con un volto familiare — è probabilmente la sequenza più potente dell’intero romanzo, un momento di horror puro che non richiede effetti speciali letterari, solo la precisione chirurgica di un punto di vista.

Il finale: quando la gentilezza non basta e il sì ha un prezzo cosmico

Il romanzo di Malerman avanza verso una conclusione che non tradisce la sua premessa, ma la porta alle ultime conseguenze con una logica inesorabile. Bela alla fine dice sì. Non per paura, non per cedimento: lo dice perché vuole proteggere i genitori, vuole che rimangano felici, vuole sentirli ridere come quando guardano i film scacciapensieri sul divano. Lo dice per amore, che è la forma più devastante con cui un bambino può essere manipolato.

Il finale è scritto con una bellezza inquietante: Bela si accorge di stare cedendo il suo posto, di sentire intorno a sé qualcosa che cresce come un armadio che si chiude, di spostarsi in uno spazio di cui non conosce ancora le pareti. E l’altra mamma, ora nel suo posto, ha gli occhi bagnati di lacrime. Si asciuga il naso con la coperta di Bela. È nel letto di Bela. E da qualche parte, in un altrove senza nome, Bela cerca un’amica che si reincarni per lei.

Il padre aveva detto qualcosa di importante — una di quelle cose che dice solo quando pensa che Bela stia dormendo: la crudeltà si può fermare sulla soglia di chi è gentile. Non bisogna lasciarla entrare. Qualunque cosa tu faccia, non permettere alla cattiveria di qualcun altro di entrare dentro di te. Bela ha ascoltato. Ha capito. E alla fine non ha avuto la forza di difendersi, perché la gentilezza di un bambino non ha il linguaggio per negoziare con chi chiede di occuparne il posto.

Josh Malerman e il terrore contemporaneo: dove si colloca L’altra mamma

Nel panorama dell’horror letterario contemporaneo, L’altra mamma si inserisce in una tradizione precisa ma la porta altrove. Si pensi a Shirley Jackson — la casa infestata come specchio di una psicologia familiare in crisi — o al Stephen King dei romanzi con protagonisti bambini, dove l’infanzia è al tempo stesso scudo e punto di massima vulnerabilità. Ma Malerman aggiunge qualcosa che appartiene più al nostro tempo: una meditazione sull’identità, sulla possessione consensuale, sull’amicizia come vettore di sopraffazione.

L’altra mamma non usa la forza. Non terrorizza nel senso classico del termine. Chiede. Aspetta. Ripete. È la logica del grooming — quella lenta costruzione di fiducia che precede la violazione — trasformata in macchina narrativa horror. Non è un caso che Malerman abbia collocato questa storia dentro una famiglia già fragile, già percorsa da crepe: la vulnerabilità non è mai un caso nel terrore più efficace, è sempre la porta d’ingresso.

Il romanzo ha una qualità che pochi horror contemporanei possiedono: rimane fedele alla propria voce dall’inizio alla fine. Non cede alla spettacolarità, non gonfia il climax con scene di violenza esplicita, non svela troppo del suo mostro. L’altra mamma rimane definitivamente altra: non ne conosciamo l’origine, non ne comprendiamo i confini, non sappiamo quante ce ne sono nel mondo. E questo non sapere — questa resistenza alla spiegazione — è la cifra più matura e più coraggiosa del libro.

Traduzione e edizione italiana: qualche nota

L’edizione italiana, pubblicata da Giunti nell’aprile 2026, mantiene con efficacia la struttura formale voluta dall’autore. La traduzione preserva il ritmo sincopato del testo originale e la voce inconfondibile di Bela, restituendo in italiano quella qualità di sguardo infantile che è il cuore dell’intera operazione narrativa. Il termine “carnazioni” — che nella versione originale inglese è “reincarnations” deformato dalla pronuncia di una bambina — è una delle soluzioni più riuscite: suona autentico, suona infantile, suona giusto.

Un libro che torna a bussare di notte

L’altra mamma non è un romanzo che si legge e si dimentica. È un libro che torna. Torna la notte, quando si sente scricchiolare un asse del pavimento. Torna quando si ha un figlio che dorme nell’altra stanza e si spengono le luci. Torna quando si ricorda quella domanda, sempre quella domanda, pronunciata con una pazienza che è la cosa più terrificante di tutte: «Posso entrare nel tuo cuore?»

La grandezza di Josh Malerman sta nell’aver capito che la paura più profonda non è quella del mostro che arriva, ma quella del momento in cui si smette di dire no.

recensione L'altra mamma Josh Malerman Giunti 2026 horror Incidents Around the House, Posso entrare nel tuo cuore?: l’altra mamma è l’horror più inquietante degli ultimi anni

L’altra mamma
di Josh Malerman
Giunti, 2026 (432 pag.)

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