Giovedì 12 novembre, alle 21, il Teatro Dal Verme di Milano si prepara ad accogliere una delle ultime volte in cui gli Uriah Heep passeranno da queste parti. Il tour si chiama The Magician’s Farewell, il saluto del mago, e un titolo così, per una band che ha costruito la sua leggenda su maghi, stregoni e mattine di luglio, è già un piccolo addio in forma di canzone. A tenere a battesimo la serata ci sarà un gruppo di apertura, che al momento degli annunci non era ancora stato svelato. Il 13 novembre la carovana si sposta a Bologna. Mancano pochi giorni, e per chi è cresciuto con questi dischi sembra di sentire già il fruscio dell’organo Hammond che si accende.
Da spice a uriah heep: un nome rubato a dickens
Tutto comincia a Londra, nel 1969, quando il chitarrista Mick Box fonda gli Spice. Il nome definitivo arriva poco dopo e viene dalla letteratura: Uriah Heep è il viscido, falsamente umile impiegato di David Copperfield di Charles Dickens, quello che ripete a ogni occasione di essere «molto umile». Il debutto del giugno 1970, …Very ‘Eavy …Very ‘Umble, ne è la parodia: il titolo scimmiotta la cantilena del personaggio, la copertina è un incubo gotico. Dentro c’è già l’impasto che farà la fortuna del gruppo, con chitarra graffiante, vocalità teatrali e un’ombra di progressive. Poco prima, quando la registrazione era a metà, era arrivato il tastierista Ken Hensley. Fu lui a convincere tutti che un organo potente avrebbe dato al suono una profondità da cattedrale.
La recensione che giurava sventura
Qui c’è un aneddoto che ci riguarda da vicino. Nell’ottobre 1970 Rolling Stone, nella sua edizione americana, dedicò al disco una stroncatura rimasta nella storia. La recensora, Melissa Mills, scrisse che se quel gruppo avesse avuto successo non le sarebbe rimasto che togliersi la vita. Il gruppo ebbe successo, e la leggenda dice che lei si sia dovuta accontentare di essere ricordata soprattutto per quella frase. Noi, che di errori di valutazione dei critici sappiamo parecchio, la raccontiamo con un sorriso. Per i fan degli Heep è diventata una specie di medaglia: la prova che spesso i critici scrivono con l’orecchio e il pubblico ascolta con la pancia.
Gli anni d’oro: hammond, cori e voli pindarici
Nei primi anni Settanta la band trova la sua forma migliore. Escono Salisbury (1971), con la sinfonica Lady in Black, e Look at Yourself (1971), che contiene July Morning, un viaggio di oltre dieci minuti che ancora oggi mette i brividi. Nel 1972 arrivano Demons and Wizards e The Magician’s Birthday, con Easy Livin’, pezzo velocissimo e travolgente. L’assetto classico è quello con David Byron alla voce, un frontman dall’estensione quasi lirica, Mick Box e Ken Hensley alla guida del suono, il batterista Lee Kerslake e il bassista Gary Thain. Con Led Zeppelin, Deep Purple e Black Sabbath, gli Heep sono tra i gruppi che hanno disegnato la mappa dell’hard rock europeo. E Demons and Wizards resta il loro disco di maggior successo nella classifica americana.
Cadute, addii e rinascite
La gloria, però, presenta sempre il conto. Gary Thain fu allontanato all’inizio del 1975 per i suoi problemi di droga e morì nello stesso anno, a soli 27 anni. Nel 1976 David Byron fu congedato a causa dell’alcol e si spense nel 1985, a 38 anni. Arrivarono nuovi musicisti, tra cui John Wetton, poi con King Crimson e Asia, e Trevor Bolder. Nel 1980 se ne andò anche Hensley, e nell’aprile 1981 Box si ritrovò da solo. Un altro sarebbe sparito. Lui ricostruì la band pezzo dopo pezzo, richiamando Kerslake, e non si fermò più. Secondo i dati di Louder, gli Heep hanno suonato oltre 3.600 concerti, saltando soltanto il 1981 come anno senza tournée.
Mosca, dicembre 1987: dieci notti sotto la neve
Il capitolo più incredibile si apre nel dicembre 1987. Dall’altra parte della cortina di ferro, July Morning era diventata un inno, nonostante il gruppo non avesse mai potuto suonare lì. Il manager Steve Parker, a quanto racconta, rispose di sì all’invito a Mosca senza nemmeno chiedere ai musicisti. Il risultato: dieci serate consecutive all’Olympic Stadium, davanti a circa 180.000 spettatori. Non furono i primi occidentali a esibirsi lì, ma furono i primi a portare l’hard rock. Il cantante Bernie Shaw, arrivato da poco, ricorda un’accoglienza da Beatlemania. L’ultimo concerto prima di partire era stato in un club tedesco da 2.000 posti. Quelle notti diventarono il disco e il film Live in Moscow, e fecero entrare gli Heep in un pezzo di storia che va ben oltre la musica.
Mick box, l’ultimo mago rimasto
Oggi della formazione originale resta soltanto Mick Box, insieme a Bernie Shaw alla voce, Phil Lanzon alle tastiere, Russell Gilbrook alla batteria e Dave Rimmer al basso. L’addio ai grandi tour fu annunciato da Box in un videomessaggio del 19 settembre 2024, tra le ragioni i costi alle stelle dei viaggi e «non siamo più giovanissimi». Lui stesso ha precisato che il gruppo non smetterà di suonare per sempre. Quest’anno, a gennaio, un malanno lo ha costretto a saltare alcune date della tournée scandinava: per la prima volta dal 1969 un concerto degli Heep è partito senza di lui. A fine febbraio è tornato sul palco, durante la Rock Legends Cruise, tra gli applausi dei compagni.
Perché andarci
Milano ha un legame con questa band. Nel novembre 2008 gli Heep suonarono al Rolling Stone, il locale storico che portava lo stesso nome della nostra testata, presentando Wake the Sleeper. Nel 2022 tornarono proprio al Dal Verme per celebrare i cinquant’anni di carriera. Giovedì sera sarà un’altra storia, perché si saluta davvero. Possiamo aspettarci i classici, Easy Livin’, Lady in Black, July Morning, e quel muro di cori che nessuno è mai riuscito a imitare. Chiudete gli occhi quando parte l’organo: il mago ha ancora qualche trucco da mostrarci.

Appassionata di musica, racconto storie, emozioni e tendenze che vibrano nel mondo sonoro di oggi. Attraverso interviste, recensioni e approfondimenti, esploro generi diversi, dal mainstream alle scene indipendenti, con uno sguardo attento ai talenti emergenti e alle icone della musica internazionale. Amo immergermi nelle note e nei testi per offrirne una lettura originale e coinvolgente, capace di raccontare non solo i brani, ma anche le storie dietro gli artisti e le influenze che plasmano le loro opere. Con uno stile fresco e appassionato, cerco di trasmettere al pubblico l’energia e la magia della musica, strumento di cultura, emozione e condivisione universale.




























