Venticinque mila voci, un palco gigantesco che abbraccia lo Stadio Romeo Neri come un fondale cinematografico, e un uomo di 74 anni in giacca di pelle borchiata e maglietta nera che entra in scena alle 20.47 di un sabato sera di fine maggio e fa crollare il mondo. La data zero del Vasco Live 2026 è andata in scena il 30 maggio a Rimini e ha già consegnato alla storia del rock italiano una serata destinata a essere raccontata per anni. Non un semplice concerto: una dichiarazione d’amore, una sfida al tempo e alle convenzioni, un viaggio a ritroso di oltre quarant’anni dentro il repertorio più scomodo e sorprendente del Blasco.
Rimini come casa: la città romagnola accoglie il suo Komandante
Rimini non è una tappa qualunque per Vasco Rossi. È una scelta precisa, quasi simbolica. “Rimini per me è casa, tornerei qui ogni anno”, ha detto il rocker di Zocca al sindaco della città nei giorni che hanno preceduto i concerti, e lo stadio Romeo Neri — uno degli impianti più intimi e avvolgenti d’Italia — ha risposto con l’intensità che solo le grandi occasioni riescono a generare. Già dal pomeriggio del 30 maggio le strade intorno allo stadio erano un fiume di magliette nere, bandiere e persone arrivate da ogni angolo della penisola e anche dall’estero. Centinaia di residenti hanno aperto i balconi dei palazzi affacciati sull’impianto, trasformando l’intero quartiere in un naturale prolungamento del concerto. Qualcuno ha persino affittato il proprio terrazzo ai fan più accaniti, quelli che non avrebbero rinunciato alla serata per nessuna ragione al mondo.
Il weekend riminese aveva già vissuto un momento straordinario il giorno prima, con il soundcheck aperto agli iscritti del Blasco Fan Club che aveva richiamato circa 24mila persone allo stadio: una prova generale trasformata in evento a tutti gli effetti, con la stessa energia di un concerto vero. Ma la sera del 30 è quella che conta. Quella in cui il sipario si alza davvero.
“Vado al massimo”: l’apertura che nessuno si aspettava
Vasco lo aveva anticipato con quella sprezzatura che gli è propria: “La scaletta vi stupirà. Inizia con una canzone che non si aspetta nessuno, risistemata. Sarà una bella botta.” E così è stato. Quando la band attacca gli accordi di “Vado al massimo” — brano del 1982, raramente scelto come apripista — lo stadio esplode prima ancora che lui compaia sul palco. Il Blasco sale, si ferma al centro, intona quei versi come se li stesse cantando per la prima volta, e Rimini va letteralmente giù.
È un’apertura che vale un manifesto. “Come sapete, a giugno arrivano due cose certe: il caldo e i concerti di Vasco”, dice con la sua ironia tagliente prima di lanciarsi nel resto della serata. Ma quello che segue non ha nulla di scontato. La costruzione della scaletta tradisce una riflessione profonda sul significato di fare rock in questo momento storico. Le prime tre canzoni sono, come da sua stessa dichiarazione, “pezzi forti, tirati, senza pausa”, capaci di creare un’onda di adrenalina collettiva che non lascia scampo. Poi arriva la ballata emozionante, il primo colpo basso al diaframma. Le canzoni, dice il Blasco, “devono formare un’onda mentale, sia nei testi sia nelle musiche”: e l’onda si sente eccome.
La scaletta dei pezzi mancanti: rarità e debutti assoluti
La prima parte del concerto è la vera sorpresa della serata: un’operazione di archeologia musicale che ha lasciato senza parole anche i fan più navigati. Vasco pesca negli anni Ottanta con una cura e un coraggio che raramente si vedono in un tour di questo calibro. Dopo “Vado al massimo” si susseguono “Ormai è tardi”, “Fegato spappolato” e “Una nuova canzone per lei”, quest’ultima riproposta dal vivo per la prima volta dal 1985: un ritorno che ha fatto scorrere più di qualche lacrima nelle prime file.
Ma la sorpresa più clamorosa è “Bolle di sapone”, tratto dall’album Cosa succede in città del 1985 — recentemente ristampato per il quarantennale — che entra per la prima volta nella storia nelle scalette di Vasco Rossi. Stesso discorso per “Marea”, dall’album Nessun pericolo per te del 1996, che non era mai stata eseguita dal vivo in nessuna occasione precedente. Due debutti assoluti che avrebbero già reso memorabile la serata da soli.
Tornano anche “Domani sì adesso no” del 1985 e il “Tango della gelosia” dall’album Liberi… Liberi del 1987, brani quasi mai eseguiti live e dedicati, con quella sensibilità tutta vasca, all’universo femminile. La prima parte si chiude con “Lunedì”, l’ultimo brano degli anni Ottanta della scaletta, prima che Vasco si fermi un momento e annunci: “E adesso basta, vado fuori.”
Il blasco politico: ironia feroce contro i tempi bui
Non ci sono dubbi: questo tour nasce con una coscienza precisa del momento storico. Vasco stesso ha definito lo spettacolo “un tour all’insegna della provocazione ironica e feroce per esorcizzare questo momento storico buio”. E lo si sente in ogni scelta del repertorio, in ogni parola pronunciata tra un brano e l’altro. Il rocker di Zocca torna ad essere il “provoca(u)tore” — neologismo che lui stesso ha coniato negli anni — che non si limita a cantare ma usa la musica come strumento di pensiero critico.
Il caso più emblematico è “(Per quello che ho da fare) Faccio il militare” del 1982, in cui il verso “Non siamo mica gli americani che loro possono sparare agli indiani” risuona nel 2026 con una forza profetica che lascia attoniti. Quarantaquattro anni fa Vasco Rossi cantava qualcosa che oggi suona come un commento al presente. Lo stadio ascolta, reagisce, ride e si ferma a pensare. È questa la magia del Blasco: il suo rock non invecchia perché non è mai stato solo intrattenimento. È stata sempre e soprattutto lettura del reale.
Gli spari sopra e i classici che non tradiscono
Senza soluzione di continuità, lo show vira e prende velocità. La seconda parte decolla con una sequenza di brani che rappresentano il lato più potente e adrenalinico del repertorio: “Gli spari sopra”, “C’è chi dice no”, “Stupendo”, “Rewind” e “Un mondo migliore” si susseguono come bordate di un’artiglieria sonora gestita con precisione dalla band. Non c’è tregua, non c’è respiro — e il pubblico non ne vuole. Ed è qui che la formazione al completo mostra tutta la propria statura.
Sul palco con Vasco c’è una squadra di musicisti di primissimo livello: Vince Pastano alla direzione musicale e chitarra, Stef Burns — chitarrista di lungo corso e pilastro sonoro del live del Blasco — Andrea Torresani, Alberto Rocchetti, Donald Renda, Antonello D’Urso, Roberta Montanari, Andrea Ferrario, Tiziano Bianchi e Roberto Solimando. Ogni nota al suo posto, ogni entrata perfettamente calibrata. Un suono che riempie lo stadio senza mai sopraffare, che lascia al microfono di Vasco lo spazio che merita.
La penultima sequenza vede il ritorno di “La noia”, assente da anni dalle scalette, che apre la strada a “Sally” e a “Siamo solo noi”, inno generazionale che da Rimini sale verso il cielo insieme a ventimila gole aperte. Poi arriva “Vita spericolata” in una versione insolita e raccolta, piano e voce, che riduce lo stadio al silenzio prima di riempirlo di nuovo di lacrime. “Canzone” viene eseguita integralmente, senza tagli, come si fa con le cose a cui si tiene davvero.
Il finale e la sorpresa del Gallo: Albachiara e un abbraccio lungo quarant’anni
A chiudere la serata, come da tradizione ormai inscalfibile, “Albachiara”. C’è chi la conosce a memoria da quando aveva vent’anni, chi la sente per la prima volta dal vivo. Ma tutti la cantano, tutti insieme, con quella forza collettiva che solo la grande musica sa evocare. È il momento in cui il confine tra artista e pubblico si dissolve completamente, in cui Vasco smette di essere solo un cantante e diventa qualcosa di più difficile da definire: un punto di riferimento, una presenza, una certezza in tempi incerti.
Ma prima del congedo definitivo, lo stadio riceve un regalo inatteso. Claudio Golinelli, detto il Gallo, storico bassista del Blasco con cui ha condiviso decenni di concerti e di storia musicale italiana, sale sul palco nel finale sotto una ovazione che si sente fino al mare. Un abbraccio che vale più di mille parole, la testimonianza viva di un’amicizia e di un sodalizio artistico che attraversa il tempo senza perdere calore.
Il sogno del 2027: cinquant’anni di carriera e oltre 500mila persone
Mentre Rimini ancora vibra, Vasco guarda già oltre. Il concerto del Romeo Neri si inserisce in un orizzonte che va ben al di là dell’estate 2026. Già il 17 aprile scorso, con un post sui social destinato a far tremare il mondo del live italiano, il Blasco aveva lanciato la bomba: per il 50° anniversario dell’inizio della sua carriera, nel 2027, vuole organizzare una festa per oltre 500mila persone, che duri più di una notte. Un progetto che supera qualunque precedente, incluso il leggendario Modena Park del 1° luglio 2017 — 230mila spettatori, record mondiale per un artista solista — che Vasco ha escluso categoricamente di voler replicare. “Non mi chiedete di rifarlo”, ha scritto. “Voglio fare una festa diversa. Stiamo cercando il locale.”
L’annuncio ha immediatamente scatenato l’immaginazione dei fan e la corsa delle città a candidarsi come sede. Modena si è fatta avanti con forza: il sindaco ha confermato che i contatti sono già in corso da tempo, rivendicando il legame storico e geografico con il rocker di Zocca. La forma dell’evento — un unico raduno monumentale o più date distribuite — è ancora da definire. Ma la direzione è chiara: il 2027 sarà l’anno in cui Vasco Rossi proverà a riscrivere ancora una volta i confini di ciò che è possibile fare dal vivo in Italia. E chi è rimasto senza biglietto per il tour 2026 — tutte le date sold out da mesi — ha già una promessa a cui aggrapparsi: “Chi non ce l’ha fatta quest’anno, potrà rifarsi l’anno prossimo. Vasco ci sarà.”
Vasco Live 2026: il tour che attraversa l’Italia
La data zero di Rimini è solo l’inizio. Il Vasco Live 2026 porterà il Blasco in altri cinque stadi italiani: Ferrara (Parco Urbano Bassani), Olbia, Bari, Ancona e Udine. Una scelta geografica consapevole, lontana dalle grandi metropoli, costruita per portare lo spettacolo in città che non accoglievano il tour da anni. Undici appuntamenti complessivi, centinaia di migliaia di spettatori attesi, biglietti già esauriti in molte date. Il Blasco corre ancora al massimo, e l’Italia corre con lui.

Direttore editoriale di nonewsmagazine.com | Il magazine dell’ozio e della serendipità.
Direttore responsabile di No News | La free press dell’ozio milanese.
Viaggiatore iperattivo, tenta sempre di confondersi con la popolazione indigena.
Amante della lettura, legge un po’ di tutto. Dai cupi autori russi, passando per i libertini francesi, attraverso i pessimisti tedeschi, per arrivare agli amori sofferti tra le campagne inglesi. Tra gli scrittori moderni tra i preferiti spiccano Roddy Doyle, Nick Hornby e Francesco Muzzopappa.
Melomane vecchio stampo, c’è chi lo chiama “il fondamentalista del Loggione”. Ama il dramma verdiano così come le atmosfere oniriche di Wagner. L’opera preferita, tuttavia, rimane la Tosca.


































