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Quarant’anni di resistenza artistica tra Milano e Anversa

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In via Mac Mahon 16, nel cuore pulsante di Milano, si consuma da quarant’anni una storia d’amore particolare. Non è quella tra due persone, ma tra due anime che hanno fatto dell’arte teatrale la loro religione: Jan Fabre, visionario belga di Anversa, e Mino Bertoldo, instancabile direttore del Teatro Out Off. Dal 3 al 30 ottobre, questa liaison artistica diventa protagonista del Festival Fabre, un evento che celebra quattro decenni di complicità creativa attraverso sei spettacoli, di cui due prime mondiali assolute.

L’incontro che cambiò tutto

Era il 1985 quando il giovanissimo Fabre, appena ventisettenne, mise piede per la prima volta su un palco milanese. Bertoldo, già allora cacciatore di talenti visionari, lo aveva invitato nella rassegna “Sussurri o grida” con “Il potere della follia teatrale”. Quell’incontro scatenò una complicità destinata a durare: nel 1987 Fabre tornò per il Simposio “Teatro e Comunicazione”, nel 2004 inaugurò la nuova sede di via Mac Mahon con “The crying body”, fino al 2023 con l’imponente performance di otto ore “Peak Mytikas”.

Due prime mondiali per festeggiare

Il festival si apre il 3 ottobre con “La poésie de la résistance”, manifesto poetico interpretato da Annabelle Chambon e Cédric Charron. Sul palco, i due performer si trasformano in membri di un movimento di resistenza artistica, che combatte la censura a colpi di bellezza e creatività. Vengono “giustiziati” più volte da revolver e mitragliatrici, ma si rialzano sempre, trasformando la violenza in danza. Sul loro corpo, come su una tela vivente, tatuano una sola parola: Libertà.

Il 10 ottobre arriva la seconda prima mondiale: “Una tribù, ecco quello che sono” con Irene Urciuoli, omaggio poetico ad Antonin Artaud e al suo Teatro della Crudeltà. Qui Fabre indaga la malattia spirituale dell’umanità, incapace di affrontare la natura selvaggia che la abita. “Mi spoglio del mio corpo fino all’osso”, recita il testo: un viaggio verso uno stato primordiale dove il linguaggio torna a essere grido, anche alla morte.

Il re che plagia per creare

Tra i momenti più attesi, “Il re del plagio” con Roberto Trifirò (14-15 ottobre) svela uno dei manifesti più provocatori di Fabre. L’artista-ciarlatano difende l’imitazione come strumento di bellezza, rigettando il mito dell’originalità. È un angelo che vuole diventare uomo, che ha imparato a “parlare con le parole degli altri” per essere accettato dall’olimpo dell’umanità, popolato da “scimmie chiacchierine”.

Il festival si conclude con “Giornale notturno (1978-2012)” (29-30 ottobre), viaggio intimo attraverso i diari dell’artista belga. Durante la notte, leggendo le sue pagine più segrete, Fabre si “spella fino all’anima” per trovare dentro di sé una crisalide che, all’alba, si trasforma in insetto e al sorgere del sole diventa cervo d’oro: opera d’arte vivente.

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