A Montréal un esperimento ha trasformato un film da 100 a 66 minuti. La reazione del pubblico divide critici e spettatori, ma soprattutto rivela qualcosa di più profondo: una crisi dell’attenzione che il grande schermo non può più ignorare.

Un festival sfida il tempo: nasce “Les Moins Longs Métrages”

C’è un momento preciso in cui il cinema ha guardato negli occhi la propria fragilità. È accaduto al Rendez-vous Québec Cinéma, uno dei festival più longevi del Canada — fondato nel 1982 e interamente dedicato alla cinematografia québécoise — quando, durante una proiezione speciale, Amour Apocalypse della regista Anne Émond è stato mostrato al pubblico a velocità 1,5x: cento minuti compressi in sessantasei, dialoghi più veloci, silenzi ridotti, emozioni tagliate di netto.

L’iniziativa, battezzata con ironia “Les Moins Longs Métrages” — i meno lunghi tra i lungometraggi — non era un errore tecnico né una provocazione fine a se stessa. Era un tentativo deliberato di parlare alla Generazione Z, quella fascia di giovani nati tra il 1997 e il 2012, cresciuta a pane e TikTok, abituata a consumare contenuti in modalità frenetica, spesso su più schermi contemporaneamente, con la velocità di riproduzione aumentata come default e non come eccezione.

L’attenzione come valuta: quanto vale un secondo nel 2025

Per capire perché un festival cinematografico si sia spinto a tanto, è necessario guardare i numeri. Secondo ricerche recenti sull’attenzione digitale, la durata media dell’attenzione attiva di un utente sui social media è scesa a circa 8 secondi, contro i 12 del 2015. I teenager oggi alternano app ogni 44 secondi, rispetto ai 2,5 minuti di un decennio fa. E tra il 2014 e il 2024, le abitudini di lettura approfondita sono calate del 39%.

Ma la questione è più sottile di quanto sembri. Come sottolineano diversi ricercatori, l’attenzione della Gen Z non è assente: è selettiva. Entro pochi secondi, i giovani spettatori decidono se un contenuto “vale” il loro tempo. Se lo ritengono rilevante, possono restare incollati allo schermo per ore. Il problema, per il cinema tradizionale, è che quella soglia di giudizio si è abbassata drasticamente.

Nel frattempo, lo speed watching — guardare video, serie e persino podcast a velocità aumentata — è diventato una pratica consolidata tra i giovani. Non è percepita come una perdita, ma come ottimizzazione. Il tempo è la risorsa più scarsa, e accelerare è il modo per non sprecarla.

La sala buia perde pubblico: i dati di un’industria sotto pressione

Il contesto in cui nasce l’esperimento canadese è quello di un’industria che arranca. Nel 2024, le vendite globali di biglietti cinematografici sono calate dell’8,8% rispetto all’anno precedente — il primo calo annuale dopo la ripresa post-pandemia — con 4,8 miliardi di ticket venduti e ricavi stimati intorno ai 28 miliardi di euro, secondo i dati dell’Osservatorio Audiovisivo Europeo. Negli Stati Uniti, le presenze in sala restano circa il 40% al di sotto dei livelli di un decennio fa, mentre il prezzo medio del biglietto è aumentato di circa il 35%.

Nel 2025, solo il 53% degli adulti americani ha dichiarato di aver visto almeno un film in sala nell’anno precedente, secondo la Pew Research Center. Il pubblico esiste ancora, ma è mutato nella composizione e nelle aspettative. E la generazione che dovrebbe garantire il futuro della sala — la Gen Z, appunto — è anche quella più distante dalla sua logica temporale.

In Europa la situazione non è uniforme: nel 2025 le presenze sono calate del 5,5% a livello continentale, con Francia e Spagna tra i mercati più colpiti. Il cinema non è morto, ma sta cercando un nuovo patto con il suo pubblico.

L’opera d’arte sotto pressione: la regista tra arte e mercato

Al centro di tutto c’è una domanda che tocca l’essenza stessa del linguaggio cinematografico: un film accelerato è ancora lo stesso film?

La risposta, per chiunque abbia studiato o amato il cinema d’autore, è no. Il ritmo di un film non è un parametro tecnico accessorio: è parte integrante del significato. I silenzi di Ingmar Bergman, le lente panoramiche di Andrei Tarkovsky, le pause di Sofia Coppola — tutto questo è narrazione, non rempimento. Toglierlo significa alterare non solo l’esperienza, ma l’opera stessa.

Anne Émond, la regista di Amour Apocalypse, ha espresso sentimenti ambivalenti di fronte all’esperimento. Da un lato la comprensione verso un’iniziativa che cercava di avvicinare nuovi spettatori al cinema québécois; dall’altro la consapevolezza di una distanza profonda tra la sua visione artistica e la versione accelerata che il pubblico ha visto in sala. Una tensione che riassume perfettamente il dilemma dell’intero settore.

Adattarsi o resistere: il grande nodo culturale del nostro tempo

L’esperimento di Montréal ha scatenato un dibattito che va ben oltre i confini di un festival. Da un lato c’è chi lo vede come un atto necessario di adattamento culturale: se il cinema non parla la lingua delle nuove generazioni, rischia di perderle definitivamente in quel flusso infinito di contenuti digitali che non conosce orari, sale buie né silenzi.

Dall’altro c’è chi teme qualcosa di più irreversibile: la trasformazione del cinema in un semplice prodotto da consumare, privato di quella lentezza che è, in fondo, la sua ragione d’essere. Il cinema è nato come esperienza immersiva, costruita sull’idea che lo spettatore accettasse di fermarsi, di cedere il proprio tempo a qualcun altro, di abitare per due ore una realtà alternativa. Accelerarlo significa ridefinire il patto tra chi racconta e chi ascolta.

Non è un problema solo cinematografico. È il sintomo di una trasformazione culturale più ampia, in cui la velocità è diventata un valore in sé, e la lentezza — quella della lettura profonda, della contemplazione, dell’ascolto attento — è percepita come un lusso o, peggio, uno spreco.

Forse la vera domanda non riguarda la velocità

L’esperimento canadese non offre risposte definitive, ma pone una domanda che merita di restare aperta. In un’epoca in cui i contenuti si moltiplicano a velocità esponenziale — si stima che oggi ciascuno di noi sia esposto a oltre 5.000 stimoli di contenuto al giorno, contro i 1.400 del 2012 — la capacità di scegliere quando rallentare potrebbe essere la competenza più preziosa che possiamo coltivare.

Il cinema, forse, non ha bisogno di inseguire i ritmi della Gen Z. Ha bisogno di convincerla che vale la pena fermarsi. Che esistono storie che richiedono tempo, e che quel tempo non è perso, ma trasformato in qualcosa di diverso dall’esperienza quotidiana. Il grande schermo ha sempre chiesto agli spettatori di abbandonare il proprio ritmo per entrare in quello del film. È sempre stato così. La domanda è se c’è ancora abbastanza silenzio, nella vita di un giovane del 2025, per sentire quella chiamata.

E se non c’è, forse il problema non è il cinema. È tutto il resto.