Un gioco da tavolo italiano trasforma i veri tentativi di assassinio di Mussolini in un’esperienza ludica e storica. Si chiama Attento al dvce! e mette i giocatori nei panni degli attentatrici e degli attentatori che, tra il 1925 e il 1932, provarono davvero a fermare il regime.

Cosa sarebbe accaduto se Mussolini fosse stato assassinato prima del 1945

C’è una domanda che serpeggia tra le pagine più inquiete della storia italiana, una domanda che nessuno storico può rispondere con certezza ma che tutti, almeno una volta, si sono posti: cosa sarebbe stata l’Italia se qualcuno, tra il 1925 e il 1932, fosse riuscito ad assassinare Benito Mussolini? Avremmo evitato le leggi razziali del 1938? Avremmo scelto la neutralità nel secondo conflitto mondiale? Avremmo risparmiato al Paese la stagione dei bombardamenti, delle deportazioni, della guerra civile? La risposta non esiste, ovviamente. Ma il solo fatto di porsela dice qualcosa di fondamentale: l’Italia fascista non fu un monolite inattaccabile. Fu, invece, un regime attraversato da incrinature, paure, resistenze silenziose e gesti di coraggio estremo che la storiografia ufficiale ha spesso relegato ai margini.

Il gioco da tavolo che trasforma la storia in missione

È proprio in questo spazio — tra la memoria storica e l’immaginazione — che nasce Attento al dvce!, un gioco da tavolo realizzato dalla casa editrice italiana Cronache Ribelli in collaborazione con No Board Games. La premessa è tanto semplice quanto audace: i giocatori incarnano personaggi storicamente documentati che, in epoche e con modalità diverse, tentarono di eliminare il Duce. Non è fantascienza e non è provocazione gratuita. È, piuttosto, un atto di memoria ludica: dare un volto, una voce e una seconda chance a chi la storia ha condannato all’oblio o alla sconfitta.

Il meccanismo di gioco prevede squadre contrapposte: da un lato chi deve proteggere Mussolini durante un comizio — accompagnarlo sul luogo dell’evento, farlo salire sul palco, riportarlo a casa incolume — dall’altro chi deve organizzare e portare a termine l’attentato, evitando perquisizioni e le guardie del regime. È un gioco a ruoli nascosti, con personaggi a poteri variabili, dado e una plancia modulare pensata per partite brevi, dai dieci ai trenta minuti, ideale per tre o sei partecipanti. Insieme al gioco viene consegnato un libretto intitolato Uccidere Mussolini, che racconta — con rigore storico — le vicende reali di chi quelle missioni le visse davvero, in carne e ossa, spesso pagandone il prezzo con la vita.

Gli attentatori dimenticati: storie vere di tirannicidio fallito

Per capire il peso culturale di Attento al dvce! bisogna conoscere le storie che vi stanno dietro. Almeno sei tentativi documentati furono compiuti contro la vita di Mussolini tra il 1925 e il 1932. Sei momenti in cui la storia del Novecento avrebbe potuto prendere una piega radicalmente diversa.

Il primo fu quello di Tito Zaniboni, ex deputato socialista, che il 4 novembre 1925 si appostò in una stanza dell’albergo Dragoni a Roma con un fucile di precisione austriaco, pronto a colpire il Duce dal balcone di Palazzo Chigi. Fu arrestato prima di poter premere il grilletto, grazie a una soffiata. Il secondo e il più sorprendente fu quello di Violet Gibson, nobildonna irlandese che il 7 aprile 1926 sparò a Mussolini mentre usciva da un congresso di chirurgia al Campidoglio: il proiettile lo sfiorò al naso. Fu dichiarata inferma di mente e rimpatriata in Gran Bretagna, dove trascorse il resto della vita rinchiusa in un ospedale psichiatrico di Northampton fino alla morte nel 1956. Ancora oggi, un cippo commemorativo a Dublino la ricorda come «Un’antifascista ha vissuto qui».

Il terzo tentativo fu dell’anarchico carrarese Gino Lucetti, che l’11 settembre 1926 lanciò un ordigno esplosivo contro l’automobile del Duce nei pressi di Porta Pia: mancò il bersaglio e fu arrestato. Il quarto, il più enigmatico di tutti, fu quello del quindicenne Anteo Zamboni, che il 31 ottobre 1926 a Bologna sparò sull’auto scoperta di Mussolini bucandone la giacca senza ferirlo. Il ragazzo fu immediatamente linciato dalla folla di camicie nere — una scena di brutalità inaudita che vide coinvolto, tra gli altri, il tenente Pasolini, padre del poeta Pier Paolo — e il mistero su chi lo avesse davvero armato non è mai stato del tutto risolto. Infine, tra il 1931 e il 1932, ci furono i falliti tentativi degli anarchici Michele Schirru e Angelo Pellegrino Sbardellotto, entrambi condannati a morte e fucilati dal Tribunale Speciale.

Attento al dvce!

Come il regime trasformò i propri carnefici in propaganda

C’è un paradosso amaro al cuore di questa storia: ogni attentato fallito rafforzò Mussolini invece di indebolirlo. Il regime era maestro nell’arte della strumentalizzazione. Ogni proiettile mancato diventava prova della protezione divina del Duce, ogni attentatore arrestato diventava il volto del nemico interno, ogni complotto sventato diventava pretesto per stringere ulteriormente il cappio attorno alle libertà civili. Lo storico Mimmo Franzinelli, nel suo saggio Colpire Mussolini (Mondadori), documenta con precisione questa dinamica: il fascismo «utilizza l’emozione popolare dello scampato pericolo per rafforzare con massiccia operazione propagandistica e repressiva il proprio sistema di potere, alimentando il culto del duce».

È in questo senso che la vicenda degli attentati è anche la vicenda della costruzione della dittatura: le cosiddette leggi fascistissime del 1926, che abolirono definitivamente le garanzie democratiche e istituirono il Tribunale Speciale per la difesa dello Stato, furono promulgate esattamente sull’onda emotiva degli attentati falliti. Il pericolo reale — quello di essere assassinato — fu convertito in risorsa politica di straordinaria efficacia.

Il valore della storia giocata: quando il ludico diventa pedagogia

Attento al dvce! si inserisce in un filone sempre più vivace della game design a vocazione storica e politica, una tendenza che negli ultimi anni ha prodotto titoli capaci di affrontare la Shoah, le guerre coloniali, i totalitarismi, con una leggerezza che non è mai superficialità ma strumento di avvicinamento. Giocare alla storia — specialmente alla storia scomoda — ha un effetto che i libri di testo faticano a produrre: costringe il giocatore a immedesimarsi, a scegliere, a fallire. E nel fallimento, a capire meglio quanto fosse difficile resistere.

Chi siede al tavolo con Attento al dvce! non sta semplicemente giocando: sta ripercorrendo il coraggio di persone reali, sole, spesso male armate e peggio organizzate, che decisero di alzarsi contro qualcosa di enormemente più grande di loro. La speranza, come recita la scatola del gioco, in «un mondo nuovo libero dal fascismo». Un mondo che, alla fine, arrivò — ma troppo tardi, e a un costo devastante. Oggi, in una scatola di cartone, si può almeno provare a immaginare che sarebbe potuta andare diversamente.