Quando il sole tramonta sull’oceano Indiano e l’ultimo bagliore arancione si posa sulla penisola di Bukit, succede qualcosa di straordinario. Una silhouette immensa emerge dal cielo sopra Ungasan, a sud di Bali: 122 metri di rame, ottone e acciaio che si stagliano contro le nuvole come una visione uscita da un altro tempo. È la statua di Garuda Wisnu Kencana — la più alta dell’Indonesia, la più alta al mondo dedicata a una divinità indù — e non si può fare a meno di fermarsi, di alzare lo sguardo, di sentire qualcosa stringersi nel petto.
Non è solo un monumento. È una storia lunga tremila anni raccontata in metallo, una battaglia vinta contro il tempo, la crisi economica e il dubbio. È Bali stessa che si è alzata in piedi.
La leggenda che ha dato forma alla pietra: Vishnu, Garuda e l’elisir dell’immortalità
Per capire cosa si ha di fronte, bisogna andare indietro molto più di trent’anni. Bisogna tornare ai testi sacri dell’induismo, al Mahabharata e ai Purana, dove prende forma uno dei racconti più potenti della mitologia orientale.
La storia ruota intorno a Garuda, un essere sovrannaturale dalle sembianze di aquila gigante, figlio del saggio Kashyapa e di Vinata. La madre di Garuda era caduta in schiavitù a causa di un patto perso con Kadru, madre dei Naga — i serpenti cosmici. Per liberarla, Garuda si imbarcò in un’impresa impossibile: rubare agli dèi l’amrita, il nettare dell’immortalità, custodito da guardiani divini. Dopo una battaglia feroce e spietata, Garuda risultò vittorioso. La sua forza e il suo coraggio colpirono così profondamente il potente dio Vishnu da spingerlo a chiedergli di diventare il suo vahana, il suo veicolo divino. Garuda accettò, guadagnandosi un posto illustre nella gerarchia celeste come compagno e trasporto di una delle divinità più importanti dell’induismo.
Secondo questa tradizione, Garuda accettò di essere cavalcato da Vishnu in cambio del diritto di usare l’amrita per liberare la madre ridotta in schiavitù. È questo patto antico — lealtà contro libertà, sacrificio contro immortalità — che la statua di Bali cristallizza nel metallo per sempre.
Vishnu, da parte sua, è il Preservatore dell’universo nella triade indù. È la divinità che mantiene l’ordine cosmico, che scende sulla terra in forma di avatar nei momenti di crisi, che difende la giustizia contro il caos. Vederlo seduto sulle spalle di Garuda, con la corona d’oro (kencana) che cattura ogni raggio di luce, significa vedere il potere e la fedeltà fusi in una sola immagine.
Nyoman Nuarta: lo scultore che non si è mai arreso
Dietro ogni grande monumento c’è un uomo. Nel caso del Garuda Wisnu Kencana, quell’uomo si chiama I Nyoman Nuarta, ed è impossibile separare la sua storia da quella della statua.
Nato il 14 novembre 1951 a Tabanan, Bali, Nuarta è il sesto di nove figli. Il suo spirito artistico cominciò a crescere quando fu affidato allo zio Ketut Dharma Susila, insegnante d’arte. Dopo il liceo si iscrisse all’Institut Teknologi Bandung nel 1972, dove inizialmente scelse il dipartimento di pittura, per poi passare alla scultura.
Nel 1990, Nuarta fece una promessa: costruire una delle statue più grandi della Terra. Era un uomo che conosceva Bali come si conosce la propria pelle, che aveva respirato la mitologia indù fin dall’infanzia, che credeva — con una fede che non aveva nulla di religioso e tutto di artistico — che l’Indonesia meritasse un simbolo degno della sua grandezza.
Il cammino del progetto fu tutt’altro che lineare. La crisi economica asiatica del 1997-98 spazzò via in gran parte le risorse destinate al progetto, e i lavori furono sospesi per un lungo periodo. Problemi di finanziamento, difficoltà tecniche e vari ostacoli amministrativi bloccarono più volte il percorso. Nuarta e la sua famiglia dovettero affrontare quasi tre decenni di prove e tribolazioni: da un devastante incendio a una crisi finanziaria mondiale, fino a minacce di morte.
Eppure non cedette mai. Per creare la statua, furono condotti test tecnici avanzati per ottenere la configurazione esatta, inclusi test in galleria del vento a Melbourne e Toronto. La statua fu assemblata a Bali a partire da 754 moduli costruiti a Bandung, nel Giava Occidentale. Era ingegneria, scienza e arte che si intrecciavano in un’opera mai tentata prima.
Nyoman Nuarta è stato insignito dal governo francese del titolo di Chevalier dans l’Ordre des Arts et des Lettres. Un riconoscimento che arrivò mentre lui continuava a lavorare, anno dopo anno, con quella che lui stesso definiva la filosofia della sua vita: vivere come i raggi del sole, illuminare senza chiedere nulla in cambio.
Una nascita tra le polemiche: quando la fede e il commercio si scontrano
Non tutti a Bali accolsero il progetto con entusiasmo. Anzi, per molti anni la statua fu al centro di un dibattito acceso, che rivela quanto profonda sia ancora oggi la relazione tra gli isolani e la loro spiritualità.
Le autorità locali si lamentarono del fatto che la statua avrebbe potuto interrompere l’equilibrio spirituale dell’isola e che il suo scopo commerciale era inappropriato. Secondo i principi religiosi indù, Vishnu avrebbe dovuto essere collocato a nord-est e non nel sud dell’isola. Il sud, già congestionato da decenni di sviluppo turistico massivo, sembrava un luogo sbagliato per una divinità tanto venerata.
Molti balinesi inizialmente non approvarono questa costruzione, sostenendo che occorreva rispettare i valori dell’induismo e l’identità culturale di Bali. Asserivano inoltre che il mega-progetto avrebbe peggiorato ulteriormente lo sviluppo già estremo del sud di Bali, dove la maggior parte degli hotel e delle strutture turistiche sono concentrati.
Fu una tensione reale, vissuta con dolore da entrambe le parti. Da un lato, chi vedeva nella statua un’opportunità per proiettare la cultura indonesiana sul palcoscenico mondiale. Dall’altro, chi temeva che il sacro venisse ridotto a scenografia per turisti. Alla fine, la statua fu costruita — ma il dibattito ha lasciato un segno, e forse ha reso il monumento ancora più ricco di significati stratificati, più umano nella sua complessità.
Il giorno in cui Garuda si alzò in volo: il completamento nel 2018
Dopo 28 anni di un percorso discontinuo segnato da crisi economiche, dibattiti culturali e prodigi ingegneristici, la statua di Garuda Wisnu Kencana fu ufficialmente inaugurata il 22 settembre 2018 dal presidente indonesiano Joko Widodo.
Era la mattina di un venerdì di settembre. Migliaia di persone si erano radunate sul pianoro calcareo di Ungasan. La statua, completata il 31 luglio 2018, è realizzata in lamiera di rame e ottone su un’intelaiatura d’acciaio e un nucleo in cemento armato. Alta 75 metri nella sola figura scultorea, con un’apertura alare di 64 metri, poggia su un piedistallo di 46 metri che porta il totale a 121 metri.
Per dare un’idea della scala: la statua supera la Statua della Libertà di circa 30 metri. Chi si avvicina al parco culturale percepisce la presenza del monumento molto prima di raggiungerlo, come se l’orizzonte stesso avesse deciso di cambiare forma.
Il parco culturale: un mondo dentro un mondo
La statua non esiste da sola. Attorno a essa si è sviluppato il Garuda Wisnu Kencana Cultural Park, un’area che si estende sulla penisola di Bukit e che ospita molto più di un semplice monumento.
Spettacoli culturali ed eventi di livello internazionale si svolgono regolarmente a Plaza Wisnu, il punto più elevato del parco. Si trova qui anche il Parahyangan Somaka Giri, una sorgente naturale che, secondo la tradizione locale, possiede proprietà curative grazie alla sua ricchezza di minerali.
Il Lotus Pond, la più grande area all’aperto del parco, è stato ricavato da enormi blocchi di calcare estratti localmente. La superficie di 4.400 metri quadrati può ospitare fino a 7.500 persone per eventi di grande scala, come concerti e sfilate di moda. L’anfiteatro del GWK accoglie fino a 800 persone e vanta un’acustica di alta qualità. Ogni sera alle 18.30 è possibile assistere alla celebre danza Kecak balinese.
È questo il vero carattere del luogo: non un museo statico, ma uno spazio vivo, dove la tradizione balinese si incontra con il mondo contemporaneo, dove i turisti camminano accanto ai devoti, dove la pietra calcarea millenaria della collina di Ungasan diventa il fondale naturale di storie antiche e nuovissime.
Costruire un’identità: il significato politico e culturale di un colosso
Garuda Wisnu Kencana non è solo Bali. È l’Indonesia.
L’uccello Garuda è già l’emblema nazionale indonesiano, impresso sullo stemma della Repubblica. Costruire a Bali la statua più alta del paese dedicata a questa creatura mitica aveva dunque un significato che andava ben al di là del turismo. Era un atto di affermazione identitaria, un modo per dire al mondo — e a se stessi — chi si è e da dove si viene.
La genesi del GWK risale al 1989, quando Nuarta concepì per la prima volta l’idea di un monumento colossale che servisse come icona culturale per l’Indonesia. La visione ottenne rapidamente l’attenzione e il sostegno dell’allora Ministro del Turismo Joop Ave, che ne intuì il potenziale per proiettare l’Indonesia sulla mappa del turismo culturale globale.
In questo senso, la statua porta con sé anche una riflessione sull’identità di un arcipelago di 17.000 isole che ancora oggi cerca di narrare se stesso al mondo con una voce sola, coerente, riconoscibile. Garuda Wisnu Kencana è quella voce fatta di metallo, fissata per sempre nel cielo sopra Bali.
Quello che il silenzio dice, quando ci si ferma davanti a lui
Ci sono posti nel mondo che chiedono di essere osservati in silenzio. Il Garuda Wisnu Kencana è uno di questi.
Non perché metta soggezione — anche se 121 metri di scultura hanno un effetto innegabile sul sistema nervoso. Ma perché porta con sé troppe storie insieme: quella di una madre liberata dalla schiavitù, quella di un artista che ha rifiutato di smettere di sognare, quella di un’isola che ha litigato con se stessa per poi scegliere di alzarsi.
Quando il vento soffia dalla costa e i corvi planano intorno alle ali dorate di Garuda, qualcosa in quel momento sembra sospeso — tra mito e realtà, tra antico e moderno, tra cielo e terra. È la sensazione rara che solo le opere umane davvero grandi sanno dare: quella di avere davanti a sé qualcosa che sopravviverà a tutti noi, e che per questo ci fa sentire, stranamente, meno soli.
Giornalista appassionata di enogastronomia, lifestyle e tempo libero, racconto storie autentiche che uniscono sapori, culture e tendenze. Con un occhio attento alle eccellenze culinarie e alle novità del mondo del food, esploro territori e tradizioni per offrire ai lettori esperienze autentiche, consigli di viaggio e approfondimenti sul lifestyle contemporaneo. Amo valorizzare la convivialità e il piacere di scoprire, raccontando vini, piatti e luoghi che fanno della qualità e dell’innovazione il loro punto di forza. Nel tempo libero, mi dedico a esplorare nuove destinazioni e sperimentare nuovi trend, condividendo storie e ispirazioni che arricchiscono la vita quotidiana in modo semplice e coinvolgente. Con un linguaggio fresco e coinvolgente, cerco di trasformare ogni articolo in un viaggio sensoriale che stimola curiosità e voglia di vivere.
