Il 18 aprile 2026 Napoli ha vissuto una delle riaperture più attese dai suoi cittadini e dai turisti di tutto il mondo. Non era l’inaugurazione di un museo patinato, né il taglio del nastro di un edificio appena costruito. Era qualcosa di più antico, di più viscerale: la restituzione di un luogo sottratto alla luce da cinque anni di chiusura, di cantieri, di attese e di silenzi. Il Cimitero delle Fontanelle, nel cuore del Rione Sanità a Napoli, ha riaperto i suoi cancelli di ferro con una cerimonia che aveva il sapore di un rito collettivo: la comunità si è messa in cammino da Largo Totò alle nove del mattino, in una vera e propria marcia di quartiere, con le scuole, le parrocchie, le associazioni del terzo settore, per andare simbolicamente ad aprire il bene tanto atteso. Non un taglio del nastro, dunque, ma una processione laica — o forse sacra, come tutto ciò che riguarda questo luogo.

Un ossario scavato nel tufo: la storia millenaria del cimitero delle Fontanelle

Il Cimitero delle Fontanelle è un antico ossario della città di Napoli, situato in via Fontanelle, che custodisce circa 40.000 resti di persone, vittime della grande peste del 1656 e del colera del 1836. Il nome non evoca la morte: viene dall’acqua, dalle sorgenti che un tempo sgorgavano abbondanti in questa zona della collina di Materdei. Ma l’acqua e la morte, a Napoli, hanno sempre convissuto sotto la stessa roccia tufacea.

L’antico ossario si sviluppa per circa 3.000 metri quadrati, mentre le dimensioni della cavità sono stimate attorno ai 30.000 metri cubi. È formato da tre grandi gallerie a sezione trapezoidale, in direzione nord-sud, con un’altezza variabile tra i dieci e i quindici metri e lunghe un centinaio di metri ciascuna, collegate da corridoi laterali. Gallerie così enormi da essere chiamate navate, come quelle di una cattedrale. E in fondo, la metafora regge: questo è un luogo di culto, anche se di un culto che la Chiesa ufficiale ha faticato ad accettare.

La navata sinistra è detta «dei preti», perché vi sono depositati i resti provenienti dalle terresante delle chiese. La navata centrale è la «degli appestati», che accoglie le ossa delle vittime delle grandi epidemie. La navata destra, infine, è la «dei pezzentielli», dove riposano le misere spoglie della gente povera. Tre navate, tre classi sociali, tre memorie diverse — eppure tutte ugualmente avvolte dallo stesso buio fragrante di tufo, dallo stesso silenzio che preme sulle orecchie come un palmo aperto.

Il rito delle anime pezzentelle: fede, superstizione e dialogo con i morti

Camminare tra le Fontanelle significa attraversare secoli di devozione popolare che nessun decreto ecclesiastico ha mai del tutto spento. Il cimitero è noto perché vi si svolgeva un particolare rito, detto il rito delle «anime pezzentelle», che prevedeva l’adozione e la sistemazione di un cranio — la «capuzzella» — al quale corrispondeva un’anima abbandonata, in cambio di protezione.

Era uno scambio alla pari, codificato da secoli di pratica popolare. Il devoto pregava per l’anima in purgatorio e lo spirito compariva in sogno, rivelando i numeri del lotto da giocare. Se la grazia era concessa, la cura per il teschio aumentava; in caso contrario, lo si abbandonava e se ne sceglieva un altro. Un contratto tra i vivi e i morti, basato su reciprocità, fiducia e una concezione della vita ultraterrena che non separa i due mondi, ma li intreccia quotidianamente.

Al teschio veniva spesso associato un nome, una storia, un ruolo. Ancora negli anni Settanta c’era l’abitudine di sostare di notte ai cancelli del cimitero per aspettare le ombre mandate dal teschio di Don Francesco, un cabalista spagnolo, a rivelare i numeri vincenti. La capuzzella veniva pulita, adornata con fazzoletti ricamati, lumini e fiori, e spesso portata a casa su piccoli altari domestici. Diventava parte della famiglia.

Il 29 luglio 1969 un decreto del Tribunale ecclesiastico proibì il culto individuale delle capuzzelle, considerato feticismo pagano, consentendo solo una messa mensile per le anime del purgatorio e una processione ogni 2 novembre. Eppure il divieto non spense la devozione: Napoli, come sempre, trovò il modo di tenere viva la fiamma sotto la cenere.

Cinque anni di chiusura e un progetto di rinascita comunitaria

Chiuso nel marzo 2020, in concomitanza con il primo lockdown della pandemia da Covid-19, il sito è stato sottoposto a quasi cinque anni di lavori, resi necessari per ovviare a gravi problemi strutturali e infiltrazioni che avevano reso l’ossario inagibile. La riapertura, inizialmente prevista per gennaio 2024, ha subìto una serie di ritardi burocratici e tecnici che hanno messo alla prova la pazienza dei napoletani — e soprattutto degli abitanti del Rione Sanità, che in quel luogo custodiscono memorie di famiglia.

Il progetto di valorizzazione è stato promosso nell’ambito di un Partenariato Speciale Pubblico-Privato tra il Comune di Napoli e la Cooperativa La Paranza, realtà sociale radicata nel Rione Sanità che si era già distinta per il recupero delle Catacombe di San Gennaro e di San Gaudioso. Per il raggiungimento degli obiettivi progettuali, la Cooperativa La Paranza ha investito 640.000 euro di risorse private, metà messe a disposizione dalla Fondazione con il Sud e l’altra metà dalla Fondazione di Comunità San Gennaro. A questi si sono aggiunti 200.000 euro di interventi di messa in sicurezza finanziati dal Comune di Napoli.

Ma il dato più significativo non è economico. È umano. Prima ancora della riapertura, il progetto ha prodotto undici inserimenti lavorativi di giovani del quartiere, impegnati nei servizi di accoglienza e accompagnamento: ragazzi tra i sedici e i trentacinque anni formati attraverso un programma gratuito di accrescimento delle competenze nel campo della cura e della gestione del patrimonio culturale. Il cimitero è tornato a essere motore di vita, non solo custode della morte.

Un modello di gestione che guarda al futuro del patrimonio culturale

«La riapertura del Cimitero delle Fontanelle rappresenta un punto di arrivo dal forte valore simbolico per la città», ha dichiarato il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi. «Viene sperimentato, con lo strumento del partenariato pubblico-privato, un modello di gestione che valorizza il Cimitero, ne rispetta le diverse vocazioni e crea sviluppo sul territorio.»

Dal 19 aprile 2026 il cimitero è regolarmente aperto dal lunedì alla domenica, dalle 10 alle 18, con ultimo ingresso alle 17:15. Il lunedì e il venerdì, dalle 9 alle 10, è accessibile per la preghiera nell’area di culto dedicata. La prenotazione è obbligatoria: l’accesso è consentito ogni quindici minuti a gruppi di massimo venticinque persone, accompagnate da personale interno. Il sito è privo di barriere architettoniche, con percorsi agevolati per le persone con disabilità, e sono previste riduzioni per residenti, over 65 e studenti.

La scelta di introdurre un biglietto d’ingresso ha sollevato discussioni nel quartiere — come sempre accade quando un bene comune viene affidato a una gestione con accesso contingentato. C’è chi si interroga su come sia possibile coniugare il culto delle anime pezzentelle con il pagamento di un ticket. Ma come ha sottolineato lo scrittore e fotografo Emanuele Arciprete, il culto non è mai davvero scomparso: quando nel 2010 il cimitero riaprì dopo un lungo stop, moltissime persone tornarono a frequentarlo come luogo di preghiera. Per i residenti della Terza Municipalità, peraltro, è garantita la gratuità.

Il rione Sanità e il dialogo tra passato e presente nel segno della comunità

Uscire dal cimitero e ritrovarsi nel Rione Sanità è come tornare alla superficie dopo un’immersione in profondità: la luce è la stessa, ma lo sguardo è cambiato. Questo quartiere, da sempre ai margini delle guide turistiche patinate, ha scritto negli ultimi anni una storia di riscatto che il mondo ha iniziato a raccontare. La Cooperativa La Paranza, fondata intorno alla figura carismatica di don Antonio Loffredo, ha trasformato le catacombe in palcoscenico di rinascita, e ora fa lo stesso con le Fontanelle.

«Ci apprestiamo ad aprire il Cimitero delle Fontanelle non per la comunità, ma con la Comunità, che è stata la prima protagonista del processo di cura e valorizzazione del sito», ha dichiarato Susy Galeone, presidente della cooperativa La Paranza. «Prendersi cura del patrimonio culturale è una delle leve più potenti per rigenerare il tessuto sociale, rafforzare il senso di appartenenza e la coesione sociale, educare alla bellezza e preservare la memoria collettiva.»

Le parole di Galeone risuonano tra quelle gallerie di tufo come un’eco che attraversa i secoli. Perché il Cimitero delle Fontanelle non è mai stato solo un luogo di morte. È stato un luogo dove i vivi si prendevano cura dei morti senza nome, degli ultimi, dei dimenticati. Oggi quella cura si rinnova in forma diversa: non più fazzoletti ricamati su un teschio, ma giovani del quartiere che accolgono i visitatori e raccontano la storia di quarantamila persone che non hanno avuto nemmeno il lusso di una lapide con il loro nome.