C’è un libro che comincia con una torta a forma di pene e finisce per parlarti di libertà. Non quella astratta, da manifesto politico, ma la libertà concreta, fatta di bollette da pagare, pannolini da cambiare, affitti che salgono mentre il conto in banca scende. “Margo ha problemi di soldi” è uno di quei romanzi che si infilano sotto la pelle e non smettono di prudere. Un libro che fa ridere e poi, quando abbassa la guardia, ti colpisce allo stomaco.
Rufi Thorpe — autrice californiana che ha già firmato tre romanzi, tra cui La nostra furiosa amicizia (finalista al PEN/Faulkner Award) e Piccola Dea (finalista all’International Dylan Thomas Prize) — torna con la storia di Margo: diciannove anni, cameriera in un ristorante della California del Sud, incinta del suo professore di inglese, e sola come può esserlo solo una persona che ha attorno a sé un mucchio di persone. La storia è quella di come Margo sopravvive. E la risposta è tanto scandalosa quanto logica: aprendo un account su OnlyFans.
Margo, una protagonista che non vuole la nostra approvazione
Il primo dono che Thorpe fa al lettore è una protagonista che si rifiuta di essere simpatica nel senso convenzionale del termine. Margo non vuole la nostra comprensione, non cerca la nostra assoluzione. Sa di aver fatto scelte sbagliate — andare a letto con il professore sposato, decidere di tenere il bambino nonostante tutti la sconsigliassero, firmare un accordo di riservatezza senza nemmeno leggerlo — e non le presenta come atti di ribellione eroica. Le presenta come quel che sono: le scelte di una ragazza di diciannove anni con un utero, un cervello acuto e pochissimi strumenti a disposizione.
Questa onestà narrativa è la vera forza del libro. La voce di Margo oscilla tra la prima e la terza persona con un’artificiosità deliberata e dichiarata — la protagonista sa di essere anche personaggio, conosce la differenza tra la distanza della terza persona e la bruciatura della prima — e questo continuo gioco di specchi non è un vezzo letterario ma il cuore strutturale del romanzo. Thorpe ha studiato la narratologia con cura: uno dei motori del libro è proprio la lezione che Mark, il professore-amante, teneva sul punto di vista nella narrativa. «La maniera in cui guardi qualcosa cambia quello che vedi», diceva. E il romanzo dimostra questa tesi su ogni pagina.
Il professore, il padre assente e la logica del potere
La storia di Margo con Mark, il professore, è raccontata senza sconti e senza sentimentalismi. Lui è ridicolo — pantaloni di velluto verde, Birkenstock, la copia sgualcita di Beowulf nella borsa di cuoio — ma anche capace di una crudeltà sottile, quella di chi usa la propria autorità intellettuale per convincere una giovane donna che il potere sta a lei. «Sei la persona più indomabile che abbia mai conosciuto», le dice. E Margo, che è intelligente abbastanza da sapere che è una fantasia di lui e non una descrizione di lei, abbastanza umana da godersela comunque.
Il romanzo non si perde in processi morali. Mark è sbagliato, certo. Ma la narrazione non gli concede il privilegio di essere il centro del racconto. Quando sparisce — quando smette di rispondere ai messaggi, quando manda la madre con l’avvocato a pagare il silenzio di Margo con quindicimila dollari — il vuoto che lascia non è sentimentale. È economico, pratico, urgente. Ed è in quel vuoto che entra Jinx, il padre.
Jinx — il cui nome da lottatore professionista significa «iettatore», e il cui vero carattere è qualcosa di molto più complesso — è la vera sorpresa del romanzo. Ex wrestler, manager di Murder e Mayhem (una coppia di lottatori il cui nome riassume il tenore della loro vita), reduce da una disintossicazione dall’eroina, divorziando da Cheri, si presenta alla porta di Margo senza preavviso, con un borsone di pelle nera e la volontà di essere utile. Che poi si traduce nel pulire la cucina con uno spazzolino da denti e la varechina, preparare le lasagne con la pasta fatta a mano, e tenere in braccio Bodhi mentre Margo vomita nell’insalatiera.
Jinx è il personaggio più commovente del libro, anche perché Thorpe non lo santifica. È un uomo che non è mai riuscito a essere fedele a nessuna donna, che ha scelto di lavorare con un assassino per anni, che si è fatto di eroina. Ma è anche l’unico adulto nel libro che chiede scusa davvero, che cambia idea e lo dice, che si siede su un pavimento sporco di notte per non lasciare sola sua figlia.
La maternità come territorio occupato
Uno degli aspetti più potenti del romanzo è la rappresentazione della maternità come stato di emergenza permanente. Non nel senso drammatico da film strappalacrime, ma nel senso pratico, quotidiano, estenuante. Il seggiolino che non si sgancia. Il bambino che non smette di piangere. La babysitter che non dà da mangiare al neonato per sette ore. L’affitto di quasi quattromila dollari diviso tra quattro coinquiline che poi se ne vanno perché vogliono prendersi un porcellino d’India. Il sussidio di disoccupazione di milleduecentotrentasei dollari al mese davanti a cui il sito dello Stato fa piovere dei coriandoli digitali.
Thorpe conosce questa matematica e la scrive con una precisione che fa male proprio perché non è accompagnata da nessun atto d’accusa esplicito. Il sistema semplicemente non funziona per Margo — non per una ragazza di diciannove anni, senza famiglia che possa aiutarla, senza laurea, senza un lavoro abbastanza stabile da permetterle di pagare una babysitter. Il romanzo non urla contro il sistema. Lo mostra, con la stessa lucidità con cui Margo calcola quante settimane di sussidio servono per coprire l’affitto dopo che le coinquiline se ne sono andate.
OnlyFans come strategia di sopravvivenza: un’analisi senza giudizi
La scelta di fare di OnlyFans il meccanismo narrativo centrale del romanzo è coraggiosa e perfettamente calibrata. Thorpe non usa la piattaforma per fare un discorso morale — né nel senso scandalizzato né in quello superficialmente liberatorio. Margo apre un account su OnlyFans perché è licenziata, perché le coinquiline se ne vanno, perché Jinx non ha ancora richiamato. Non è una scelta ideologica. È una risposta pragmatica a una crisi economica reale.
E il romanzo segue questa scelta con la stessa acutezza analitica che Margo applica a tutto il resto. Come funziona l’algoritmo di OnlyFans? Perché non ha una home di scoperta? Come si trovano nuovi fan? Cosa fa TritaMinchie (il cui account diventa per Margo una specie di mentore involontario) per costruire il suo seguito? Il modo in cui Margo impara questo mestiere — sbagliando, pagando, imparando, crescendo — è narrato con la stessa attenzione che Thorpe dedica a qualsiasi altro percorso di formazione professionale.
È una scelta stilistica di grande intelligenza: trattare OnlyFans come qualsiasi altro lavoro, con i suoi meccanismi, le sue regole, i suoi costi e i suoi benefici, depotenzia la carica di scandalo e obbliga il lettore a fare i conti con le proprie proiezioni. Margo non è degradata da quella scelta. È, semmai, resa più autonoma.
La conversazione tra Margo e Suzie, la coinquilina cosplayer, sul concetto di “troia” è uno dei passaggi più densi del libro. «Sei tu quella che fa i soldi. Sei tu ad avere il potere», dice Suzie. E Margo non accetta quella risposta come definitiva — sa che il potere è più complicato, che la percezione esterna conta, che Jinx (che poi cambierà idea) ha reagito con orrore — ma la custodisce. È un seme di consapevolezza, non una risoluzione.
Shyanne: la madre imperfetta che ama nel solo modo che conosce
Sullo sfondo di tutta la storia c’è Shyanne, la madre di Margo. Un personaggio che Thorpe tratteggia con una tenerezza corrosiva, perfetta. Shyanne lavora da Bloomingdale’s da quindici anni, ama il poker su PokerStars, si spruzza addosso troppo profumo, arriva in ospedale per il parto di Margo con quattro ore di ritardo perché stava girando la città a cercare il migliore orsacchiotto disponibile. Ha le gambe sempre avvolte in collant velati neri, come nei primi ricordi di Margo.
Shyanne è innamorata di Jinx da sempre. Ha aspettato per anni che lasciasse sua moglie. Ha cresciuto Margo da sola. Ha imparato a dare amore solo in maniera «dolorosa e fuori luogo» — come la torta a forma di pene, come lo schiaffo all’infermiera che prende in giro il nome del nipote, come quel «mi hai rovinato la vita in un modo bellissimo, tatina». In ogni pagina in cui appare Shyanne, il romanzo fa qualcosa di raro: mostra una donna che ha sbagliato tutto senza smettere mai di amare.
La scena in cui Margo si stende sul divano con la testa nel grembo di sua madre, mentre Shyanne le gratta il cuoio capelluto con le unghie laccate di giallo radioattivo, è una delle scene di intimità madre-figlia più autentiche che la narrativa contemporanea abbia prodotto negli ultimi anni.
La scrittura di Thorpe: ironia come forma di resistenza
Rufi Thorpe scrive con un ritmo che non concede soste. Le scene si susseguono con la velocità del pensiero di Margo, e quel pensiero è acuto, ironico, autoironico, capace di passare dal comico al disperato in mezzo paragrafo. Il baby shower con la torta oscena. Il pediatra che la sgrida a mezzanotte per aver allattato il figlio malato. Il sito dello Stato che manda i coriandoli digitali sopra il sussidio di milleduecentotrentasei dollari. La recensione del cazzo-Tentacruel, che è insieme il passaggio più comico e uno dei più rivelatori del libro (perché mostra una Margo capace di creare bellezza — o almeno letteratura — anche nelle circostanze più improbabili).
L’umorismo in questo romanzo non è decorativo. È una forma di resistenza epistemica: un modo per Margo di mantenere distanza critica dalla propria situazione senza negarla, di non perdersi in essa senza fingere che non esista. È anche il modo in cui Thorpe costruisce empatia senza sentimentalismo: ride con Margo, mai di lei.
Una storia americana di debiti e di dignità
«Margo ha problemi di soldi» è anche, inevitabilmente, un romanzo sulla classe. Sulla California del Sud che non è Los Angeles dei film ma Fullerton, con i suoi dentisti e commercialisti, i condomini marroni vicino al distributore Fuel Up!, i negozi dell’usato dove si cerca un passeggino che non puzzi di scarpe da bowling a noleggio. È il racconto di una generazione che ha studiato che con il college puoi diventare qualcuno, e poi ha scoperto che il college costa, che i posti nei corsi di base finiscono prima ancora di iniziare il primo anno, che con una laurea in inglese non si trova lavoro e che fare la cameriera di sera significa non poter permettersi una babysitter la sera.
Margo non è vittima del proprio contesto né ne è immune: lo vede, lo analizza, ci sbatte contro con una forza che a volte la piega e a volte la trasforma in energia. Quando l’accordo con la madre di Mark — quindicimila dollari in cambio del silenzio — le sembra una fortuna immensa e capisce troppo tardi che avrebbe potuto chiedere il doppio senza che Elizabeth avesse battuto ciglio, non è stupidità. È il limite di chi non ha mai avuto accesso agli strumenti con cui si misura il valore dei segreti altrui.
Un romanzo di formazione che rifiuta le consolazioni facili
Dov’è il riscatto, alla fine? Thorpe non lo regala. Il romanzo si chiude con la sensazione di un equilibrio precario, guadagnato a fatica, fatto di un padre che comincia a stare con la figlia, di un figlio che cresce, di un conto in banca che cresce anche lui. Non c’è redenzione teatrale. Non c’è punizione esemplare. C’è Margo, che continua.
Ed è esattamente questo che rende il libro straordinario. In un panorama narrativo in cui i romanzi sulla maternità difficile tendono a risolversi in apocalissi o in trionfi, Thorpe sceglie la terza via: la persistenza. La vita che continua, con le sue imperfezioni, i suoi compromessi, le sue piccole vittorie che sanno di roastbeef mangiato in macchina mentre il bambino dorme.
«Margo ha problemi di soldi» non è un romanzo sul coraggio. È un romanzo sulla sopravvivenza intelligente, su cosa succede quando una persona con un cervello acuto, nessun privilegio e un bambino da mantenere decide di usare quello che ha. Ed è, in modo obliquo e potente, un romanzo sull’amore: il tipo di amore che non dice “ti amo” ma prepara le lasagne con la pasta fatta a mano alle undici di sera, dopo una giornata a pulire le fughe del bagno con la varechina.

Margo ha problemi di soldi
di Rufi Thorpe
Bollati Boringhieri, 2024 (320 pag.)






























