C’è un momento, percorrendo la strada nazionale Sh40 che sale verso Signagi — la cosiddetta “città dell’amore” della Georgia orientale — in cui il paesaggio smette di essere semplicemente bello e diventa qualcosa di più ancestrale. La catena del Tsiv-Gombori si alza a nord come un fondale dipinto, i vigneti della Kakheti si distendono fino all’orizzonte, e il villaggio di Nukriani appare sulla cresta come un insediamento sospeso tra due mondi: quello antico della Georgia cristiana e quello più recente, e altrettanto stratificato, dell’era sovietica. È qui, a circa cento metri dalla strada principale, che si erge uno dei monumenti più fotografati e meno conosciuti del Caucaso: “Peace” (Pace), opera dello scultore georgiano Nugzar Manjaparashvili, realizzata negli anni Settanta del Novecento.

Un’opera che emerge dalla terra come un atto di fede

La prima impressione che Peace produce nell’osservatore non è quella di un’opera d’arte pubblica nel senso convenzionale del termine. Non c’è una targa di bronzo luccicante, non c’è un’area recintata, non c’è la solennità istituzionale che normalmente avvolge i monumenti. La scultura emerge dalla terra di Nukriani con la naturalezza di un albero antico, come se fosse sempre stata lì, come se il paesaggio l’avesse generata dal proprio ventre di roccia e argilla. Si tratta di una composizione figurativa in cui le figure umane si intrecciano in un abbraccio ascendente, le braccia che si tendono verso l’alto in un gesto simultaneamente supplice e trionfante, i corpi che si fondono in una forma unica, quasi organica. La pietra — o il cemento trattato con una sensibilità da cesello — restituisce l’impressione di una materia viva, capace di respirare.

Manjaparashvili appartiene a quella generazione di artisti georgiani che, negli anni del tardo socialismo, trovarono negli spazi interstiziali del sistema — lontano da Tbilisi, lontano dalle commissioni ufficiali più visibili — la libertà di esprimere un linguaggio plastico che non era né servile né dichiaratamente dissidente, ma semplicemente umano. Peace non celebra un regime né commemora una vittoria militare: parla di qualcosa di più sfuggente e più universale, e per questo ha attraversato il crollo dell’Unione Sovietica senza perdere un grammo della propria forza evocativa.

Nukriani: un villaggio con la memoria lunga come il Caucaso

Per capire Peace è necessario capire Nukriani. Il villaggio si trova nel comune di Signagi, nella regione della Kakheti, a circa cento chilometri a est di Tbilisi. Adagiato sul crinale meridionale della catena Tsiv-Gombori, il villaggio si estende come un insediamento lineare per sette chilometri lungo la strada d’accesso alla cittadina turistica di Signagi, in un’area che raggiunge i mille metri di altitudine. Un luogo in quota, dunque, che per questo ha ottenuto nel 2003 lo status di insediamento montano, con tutto ciò che questo implica in termini di programmi di sostegno da parte delle autorità.

Ma Nukriani non è soltanto un villaggio di montagna. Le descrizioni più antiche del villaggio risalgono al XVIII secolo, quando il geografo e cartografo georgiano Vakhushti di Kartli lo menzionò nella sua opera Descrizione del regno di Georgia. Scavi archeologici condotti nel corso del XX secolo hanno portato alla luce insediamenti umani e tombe che risalgono all’Età del Bronzo: ceramiche, utensili di pietra e bronzo, spade e ornamenti, alcuni dei quali sono oggi esposti al Museo di Signagi, una filiale del Museo Nazionale della Georgia.

La storia di Nukriani è quella di un villaggio che ha assistito alle vicende del Caucaso da una posizione defilata ma tutt’altro che estranea. Nel 1578, nell’area di Chotori — ora inglobata nel territorio di Nukriani — si svolse una battaglia tra il re Simone I di Kartli e Alessandro II di Kakheti, conclusasi con la vittoria del primo. Di quella battaglia rimane ancora oggi una torre difensiva. Secoli di conflitti, invasioni, incorporazioni — nell’Impero russo prima, nell’Unione Sovietica poi — hanno attraversato questo lembo di terra caucasica senza riuscire a spezzarne l’identità. Ed è forse proprio questa continuità profonda, questa capacità di assorbire la storia senza dissolversi in essa, che rende Nukriani il luogo ideale per un’opera che si chiama Pace.

L’estetica del tardo socialismo georgiano: tra libertà e vincoli

Per collocare Peace nel suo contesto storico-artistico occorre fare un passo indietro nel tempo e guardare alla Georgia sovietica degli anni Sessanta e Settanta come a un territorio culturalmente più complesso di quanto la vulgata del “totalitarismo grigio” lasci supporre. La Georgia produsse in quel periodo una generazione di artisti e architetti capaci di dialogare con il modernismo internazionale attraverso filtri propri, in cui la tradizione figurativa georgiana — con la sua inclinazione alla forma organica, al simbolismo, alla narrazione mitologica — si fondeva con le tensioni dell’astrazione contemporanea.

Molti artisti di quel periodo, nelle loro committenze pubbliche in Georgia, evitarono le rappresentazioni di muscolosi operai e contadini che erano la norma in quell’epoca, preferendo forme di pura astrazione o di simbolismo figurativo che attingeva al passato mitico georgiano. Manjaparashvili, con Peace, compie un’operazione simile: utilizza il corpo umano non come veicolo di retorica politica ma come linguaggio universale della riconciliazione, in un gesto che trascende la contingenza ideologica del momento storico in cui fu realizzata.

L’opera si inserisce in una stagione fertile per la scultura monumentale sovietica nelle repubbliche periferiche, stagione in cui — complice la relativa distanza dai centri di controllo ideologico — gli artisti locali godevano di margini creativi impensabili a Mosca. I monuments che punteggiarono in quegli anni il paesaggio del Caucaso, dell’Asia centrale e dei Balcani divennero spesso espressione autentica di sensibilità locali, radicate in culture millenarie che il socialismo non era riuscito — né aveva davvero tentato con coerenza — di cancellare.

La scelta di un villaggio: arte lontana dai riflettori del potere

Non è casuale che Peace sia stato collocato a Nukriani e non a Tbilisi, non in un viale alberato della capitale né in una piazza istituzionale. C’è qualcosa di deliberato — o forse di felicemente accidentale — in questa scelta. Un monumento dedicato alla pace che vive in un villaggio di millenovecento anime, a cento metri dalla strada principale, senza guardie né recinti, esposto alle stagioni e allo sguardo dei passanti come un vecchio albero. Questa accessibilità, questa mancanza di distanza reverenziale, è parte integrante del significato dell’opera.

I visitatori che oggi fotografano Peace e lo condividono sui social network — e sono decine di migliaia, come testimoniano le migliaia di interazioni generate dalla sola fotografia del fotografo milanese Stefano Perego, che ha contribuito a portare l’opera all’attenzione internazionale — ne restituiscono istintivamente questa qualità di appartenenza al territorio, di oggetto non museificato ma vivo nel paesaggio. Nukriani è anche l’unico villaggio della Georgia a possedere campi di lavanda, e c’è in questo dettaglio botanico apparentemente marginale una coerenza poetica con lo spirito del monumento: un luogo che sceglie di coltivare bellezza e fragranza dove altri coltivano solo viti.

Il potere duraturo di un’immagine senza parole

Ciò che colpisce chi si trova di fronte a Peace non è soltanto la qualità formale dell’opera — indubitabile — ma la sua capacità di comunicare senza traduzione, di valicare lingue e culture e contesti storici con la sola forza del gesto che rappresenta. Le figure umane che si alzano verso il cielo non hanno nazionalità, non hanno uniforme, non portano simboli di partito né insegne di stato. Sono corpi che si cercano, che si trovano, che si sostengono a vicenda nella loro ascesa verso qualcosa di non definito ma chiaramente desiderato.

In un’epoca in cui il Caucaso ha conosciuto — e continua a conoscere — conflitti armati, tensioni etniche, instabilità politica, questo monumento degli anni Settanta parla al presente con una pertinenza che nessun commissario d’arte avrebbe potuto pianificare. Non è la pace come assenza di guerra, fredda e asettica. È la pace come atto corporeo, come scelta incarnata, come costruzione collettiva che richiede il contributo di ogni singola figura per tenere in piedi la forma complessiva. Togliere una sola di quelle silhouette e l’intera struttura cambierebbe.

Nukriani e il turismo slow: un monumento da raggiungere con lentezza

Signagi — a pochi chilometri da Nukriani — è da anni una delle mete più frequentate della Kakheti, con le sue mura medievali, il suo skyline da cartolina e il Monastero di Bodbe, luogo di sepoltura di Santa Nino. Ma i viaggiatori che si fermano a Nukriani e si prendono il tempo di camminare cento metri fuori dalla strada principale per raggiungere Peace vivono un’esperienza qualitativamente diversa: silenziosa, non mediata, priva della grammatica del turismo organizzato.

È questo, forse, il contributo più prezioso che un’opera come quella di Manjaparashvili offre al visitatore contemporaneo: la possibilità di un incontro non preparato, di uno stupore che non è stato prenotato. In un mondo in cui quasi ogni esperienza estetica significativa è preceduta da un algoritmo che ce la consegna già inquadrata e commentata, trovare un monumento in un villaggio di montagna georgiano che aspetta semplicemente di essere visto — senza app, senza audioguida, senza biglietto d’ingresso — è qualcosa che si avvicina a un privilegio.

La Kakheti, regione ricca di monumenti di diverse epoche e di natura diversa, offre al visitatore antichi insediamenti, templi, torri-castello, foreste, cascate e vasti pianori. All’interno di questo panorama già eccezionale, Peace si distingue non per la dimensione né per la posizione strategica, ma per la sua qualità di oggetto poetico pienamente integrato nel paesaggio: né invasivo né nascosto, né celebrativo né nostalgico, semplicemente presente.

L’eredità di Manjaparashvili e la memoria del monumento

Nugzar Manjaparashvili è ancora attivo come scultore, come testimonia la sua presenza sui social media dove documenta il proprio lavoro. Ma Peace rimane, tra le sue opere, quella che ha raggiunto la risonanza internazionale più ampia, complice la fotogenia del soggetto e la magia del contesto in cui è collocata. È un’opera che non ha invecchiato — e questo, per qualsiasi lavoro d’arte, rappresenta la misura più autentica del suo valore.

Nel corso degli anni il monumento ha subito il logorio del tempo e delle intemperie caucasiche, ma non è stato né restaurato in modo invasivo né lasciato al degrado completo. Conserva le sue imperfezioni come rughe di un volto vissuto: non gli tolgono autorità, semmai la accrescono. Chi lo visita dopo aver visto la foto — e oggi quasi tutti arrivano così, con un’immagine già in mente — scopre che la realtà è più vasta e più silenziosa di qualsiasi rappresentazione digitale.

La strada che porta a Nukriani sale dolcemente dalla pianura della Kakheti, attraversa vigneti e frutteti, si inerpica verso quella quota di quasi mille metri dove il villaggio abita il crinale con la disinvoltura di chi è lì da tremila anni. E il monumento è al suo posto, cento metri a sud della strada, le sue figure che continuano a tendersi verso un cielo che non ha mai smesso di essere lo stesso cielo.