Nei corridoi del Museo d’Arte Antica del Castello Sforzesco di Milano, tra madonne dorate e armature lucenti, si nasconde una lastra di pietra scura che da nove secoli continua a turbare, provocare e affascinare. Non è grande, non è colorata, non ha la maestosità delle opere che la circondano. Eppure chiunque si trovi davanti a quel bassorilievo del XII secolo si ferma. Si avvicina. Rimane in silenzio qualche secondo di troppo. La figura scolpita è quella di una giovane donna: in piedi, gambe divaricate, lo sguardo fermo di chi non chiede permesso a nessuno. Con una mano solleva la veste. Con l’altra impugna una lama. Si sta radendo il pube. In pubblico. Su una porta della città. Nel Medioevo.
La scultura che imbarazzò un cardinale e sopravvisse a tutto
La storia della cosiddetta “Tosa impudica” — o “donna impudica”, come la chiamarono nei secoli — è la storia di un’immagine che rifiuta di sparire. Per quasi settecento anni, questa figura in pietra ha guardato dal fronte esterno di Porta Tosa, uno degli ingressi orientali delle mura medievali di Milano, con quella posa frontale, quasi rituale, che non lascia spazio all’ambiguità. Poi arrivò Carlo Borromeo.
L’arcivescovo di Milano, il “castissimo” come lo chiamavano i contemporanei, non poteva tollerare che un’immagine simile campeggiasse sull’ingresso di una città cristiana. Nel 1566 ordinò la rimozione del bassorilievo. La scultura fu staccata dalla porta e destinata all’oblio. Ma l’oblio, nel caso della Tosa, non funzionò mai. La porta continuò a essere chiamata con quel nome per secoli, e la scultura — trasferita infine al Castello Sforzesco — è oggi uno degli oggetti più fotografati, commentati e studiati dell’intera collezione medievale milanese.
Chi era la “tosa”? Tre leggende, nessuna certezza
Il termine “tosa” in dialetto milanese significa semplicemente “ragazza”. Ma significa anche “rasata”, da “tondersi”. Un gioco di parole inciso nella pietra e nel nome di un’intera zona della città — quella che dopo il 1861, con l’Unità d’Italia, sarebbe diventata Porta Vittoria, ripudiando il vecchio nome insieme alla dominazione austriaca. Oggi, in piazza Cinque Giornate, al posto dell’antica porta sorge un obelisco celebrativo. La ragazza di pietra, però, è ancora lì. Spostata, ma viva.
Su chi raffiguri davvero, gli storici non hanno mai trovato un accordo. Le versioni si sovrappongono e si contraddicono con la disinvoltura propria delle leggende ben radicate. La prima e più romantica narra di un atto di resistenza. Siamo nel 1162: Federico Barbarossa ha stretto d’assedio Milano, e le sue truppe premono contro le mura. Una giovane milanese — coraggiosa o disperata, forse entrambe le cose — appare sulle mura con la veste sollevata, nell’atto di radersi. I soldati, racconta la leggenda, vanno in tilt. La distrazione funziona. È un gesto di sfida deliberata, un’arma del corpo in assenza di armi vere.
La seconda versione è invece una vendetta fredda e calcolata. Dopo che Barbarossa rase letteralmente al suolo Milano — cosa storicamente documentata: nel 1162 la città fu demolita pietra su pietra su ordine dell’imperatore — una delegazione milanese si recò a Costantinopoli per chiedere aiuti alla ricostruzione. L’imperatrice Leobissa negò qualsiasi sostegno. I milanesi, al ritorno, la immortalarono così: come una prostituta che si rade il pube, scolpita sulla porta più orientale della città, rivolta simbolicamente verso Costantinopoli, in un insulto permanente lanciato attraverso migliaia di chilometri di mare e terra.
La terza ipotesi, più antica di tutte e forse più interessante, non ha nulla a che fare con Barbarossa né con imperatori d’Oriente. Riguarda i Celti, e un simbolo che precede il Medioevo di millenni.

Le radici celtiche del gesto: quando la vulva teneva lontano il male
Gli studiosi hanno notato che la posa della Tosa impudica non è isolata nella storia dell’arte. In Irlanda, in Scozia, in Francia e in Germania medievale sopravvivono sculture simili: figure femminili che esibiscono la vulva con gesto aperto, rituale, privo di erotismo. Si chiamano “sheela-na-gig” nel mondo celtico, e per secoli hanno ornato chiese, castelli e porte cittadine. La funzione non era decorativa né scandalosa: era apotropaica. Servivano a tenere lontano il male.
La credenza che la nudità femminile — e in particolare la vulva — possedesse poteri protettivi attraversa culture lontanissime tra loro nel tempo e nello spazio. Nell’antica Roma, le donne esponevano il corpo per fermare le tempeste. Nelle tradizioni nordafricane, africane subsahariane e persino nelle culture precolombiane dell’America Latina esistono eco di questa stessa concezione: il corpo femminile come soglia tra il mondo degli uomini e quello delle forze invisibili. Una porta, appunto. Non è forse casuale che la Tosa stesse su una porta.
Secondo questa lettura, il bassorilievo milanese non sarebbe né una punizione né una satira politica, ma il residuo di una tradizione precristiana sopravvissuta all’interno dell’iconografia medievale, come spesso accadeva: rivestita di nuovi significati, reinventata, ma mai del tutto cancellata.
Una figura scomoda per ogni epoca
Quello che rende la storia della Tosa impudica straordinariamente moderna è la sua capacità di generare imbarazzo in ogni epoca per ragioni sempre diverse. Nel Medioevo era considerata oscena e, al tempo stesso, protettiva — una contraddizione che il pensiero medievale sapeva tollerare meglio di quanto si creda. Nel Cinquecento, Carlo Borromeo la trovò inaccettabile per ragioni morali e la rimosse. Nel periodo risorgimentale, la porta che portava il suo nome fu ribattezzata per ragioni politiche. Oggi, nel museo, attira selfie e discussioni sui social media.
Ogni secolo ha deciso cosa farne, ma nessuno è riuscito a dimenticarla.
Va anche detto che la scultura porta incisa, nella parte superiore, un’epigrafe parzialmente leggibile: gli esperti hanno decritto le lettere come EST PORTA e poi qualcosa che assomiglia a CTONSE — un riferimento, forse, all’atto del “tondersi”, del radersi. Un dettaglio che rafforza l’ipotesi che il nome della porta derivasse proprio dalla scultura, e non viceversa.
Cosa ci dice ancora, oggi, quella pietra
Visitare la Tosa impudica nel 2025 significa entrare in dialogo con qualcosa di sorprendentemente stratificato. È un oggetto medievale che parla di corpo, di potere, di umiliazione e di difesa. È un simbolo politico che ha cambiato significato almeno tre volte nella sua storia. È una traccia di credenze precristiane che il Medioevo cristiano non riuscì del tutto ad assorbire o distruggere. Ed è, forse soprattutto, un promemoria di quanto il corpo femminile sia stato da sempre un territorio conteso: oggetto di leggi, di sguardi, di punizioni e di narrazioni scritte da altri.
La giovane scolpita non ha nome certo. Non sappiamo se fosse una prostituta, un’imperatrice insultata, un simbolo celtico o una resistente anonima. Ma è rimasta. Attraverso le demolizioni, le censure ecclesiastiche, i cambi di regime e i ribaltamenti di senso. È rimasta con quel gesto, quella postura, quello sguardo che non chiede permesso a nessuno.
Forse è questo il suo vero potere apotropaico: non tenere lontani i nemici o le tempeste, ma resistere all’oblio.



























