Esiste una soglia precisa oltre la quale un romanzo fantasy smette di essere soltanto intrattenimento e diventa qualcosa di più urgente, qualcosa che continua a lavorarti dentro molto tempo dopo che hai chiuso le ultime pagine. L’alchimia proibita di Stacey McEwan, attraversa quella soglia con una sicurezza che sorprende, lasciando al lettore il sapore amarognolo di una storia incompiuta — e lo fa deliberatamente, con la consapevolezza che il vero finale è ancora da scrivere.

Un mondo costruito sulla disuguaglianza: il continente di Belavere Trench

Prima ancora che i personaggi prendano vita, è il mondo immaginato dalla McEwan a catturare l’attenzione. Il continente di Belavere Trench è una macchina narrativa di notevole precisione: una società rigidamente bipartita tra Artigiani — coloro che, ingerendo l’idium estratto dal terranium, il sangue cristallizzato della figura sacra di Idia, sviluppano poteri magici legati a specifici medium come terra, acqua, fuoco o metallo — e Mastri, coloro che restano privi di doni soprannaturali e sono destinati alle miniere, alle fabbriche, alle colline polverose del confine.

La cerimonia di estrazione ha luogo a dodici anni ed è un rito di passaggio che decide il destino di intere famiglie. In quel momento, su un treno che attraversa il continente, si affacciano per la prima volta i due protagonisti: Nina Harrow, figlia di un minatore di Scurry che ha saputo dell’esistenza di una via d’uscita attraverso l’arte e la speranza, e Patrick Colson, ragazzo di Kenton Hill con gli occhi azzurri e una rabbia che già brucia prima ancora di sapere dove dirigerla. La McEwan costruisce la loro prima interazione con un’abilità quasi cinematografica: due adolescenti diffidenti, provenienti dalla stessa povertà, che si riconoscono e si respingono nello stesso istante.

Una protagonista che rompe gli schemi del fantasy romantico

Nina Harrow è il tipo di personaggio femminile che il fantasy contemporaneo invoca di volere ma raramente sa costruire davvero. Nata da una madre assente e cresciuta da un padre distrutto dall’alcol e dal lavoro in miniera, Nina entra nella storia con un nome già scelto da qualcun altro — quello di un canarino morto — e con la determinazione di qualcuno che sa, da bambina, che il destino assegnato non è l’unico possibile.

Quando, durante la cerimonia di estrazione, si ritrova in uno scantinato della Casa Nazionale degli Artigiani e trova le fiale di idium, la sua scelta di sottrarne una e berla non viene presentata come un gesto eroico ma come qualcosa di molto più complicato: un atto di sopravvivenza che diventa immediatamente un segreto da portare, una bugia strutturale attorno a cui costruire un’intera identità alternativa. Nina non sarà mai solo Nina Clarke, l’Incantatrice della terra dalla storia inventata e dall’accento ibrido. Sarà sempre anche Nina Harrow, la ragazza di Scurry con lo spillo nella gonna e i piedi scalzi che saltano i tombini.

Questa doppiezza non è un espediente narrativo ma il vero motore della trama: perché tutto ciò che Nina costruisce è edificato su una fondamenta che può crollare, e lei lo sa. Lo sa quando si innamora di Theodore Shop alla Scuola degli Artigiani. Lo sa quando viene catturata anni dopo e ricattata da Lord Tanner. Lo sa, in modo devastante, quando arriva a Kenton Hill e incontra di nuovo Patrick Colson, diventato nel frattempo qualcosa di molto più grande e pericoloso di quel ragazzino che sputava per terra nei cortili.

Patrick Colson e il peso della leadership non scelta

Se Nina è il personaggio che tiene in mano la narrazione, Patrick Colson è quello intorno a cui la narrazione ruota. Capo del Sindacato dei Minatori di Kenton Hill, figlio di John Colson — leader visionario ora nelle mani della Camera dei Lord — Patrick è un uomo costruito attorno alla mancanza di sonno e all’eccesso di responsabilità. Gestisce un pub, una rete di tunnel, un esercito informale di minatori, le dinamiche politiche di un continente in guerra e, nel frattempo, cerca di non perdere i fratelli — Gunner, enorme e furioso, e Donny, cieco e dotato di una mira impossibile — all’alcol o alla disperazione.

La McEwan ha l’intelligenza di non renderlo eroico nel senso tradizionale del termine. Patrick fa cose brutte. Ha fatto sparare a un uomo. Ha fatto esplodere la Scuola degli Artigiani convinto che fosse stata evacuata. Porta il peso di ogni decisione sbagliata come una pietra aggiunta a un secchio, e il lettore sente quell’accumulo fisicamente attraverso il ritmo della sua presenza in scena. Quando finalmente dorme, quando finalmente ride, quando si permette di ballare con una donna in un fienile illuminato da luci industriali, sono momenti di una bellezza quasi straziante proprio perché arrivano dopo pagine e pagine di tensione controllata.

La sua relazione con Nina è scritta con una lentezza deliberata e sensuale. La McEwan non affida la loro connessione solo all’attrazione fisica — che pure c’è, descritta con una franchezza insolita per il genere — ma la costruisce su strati di riconoscimento reciproco: due persone che vengono dallo stesso fango, che hanno scelto strade diverse dalla stessa stazione di partenza, che si ritrovano dopo tredici anni a fare i conti con chi sono diventati e con tutto quello che non si sono detti.

La struttura narrativa: una piramide di tensioni che non si risolve

L’alchimia proibita è costruito con una tecnica narrativa che ricorda, nell’impostazione, i romanzi di Leigh Bardugo, in particolare la saga dei Corvi citata esplicitamente nei ringraziamenti dall’autrice stessa. Come in quei testi, la trama procede su più livelli simultanei che coinvolgono il singolo, il gruppo ristretto e il conflitto politico più ampio, senza che nessuno dei tre piani venga sacrificato.

La struttura alterna i punti di vista di Nina e Patrick, con una netta asimmetria: Nina vediamo pensare, dubitare, mentire a se stessa e agli altri. Patrick, nei capitoli a lui dedicati, agisce quasi sempre nell’ombra di ciò che non dice, di ciò che sa e non rivela. Questa diseguaglianza informativa tra i due protagonisti è la vera architettura del romanzo: il lettore sa più di Patrick, ma sa anche tutto quello che Nina tace, e quella consapevolezza doppia crea una tensione che non si allenta mai del tutto nemmeno nelle scene più tenere.

I ritmi alternano velocità vertiginosa durante le scene d’azione — il crollo della miniera, la frana fermata da Nina, la battaglia finale nella piazza di Kenton — e una lentezza quasi meditativa nelle scene d’intimità che non riguardano solo la dimensione romantica ma anche i silenzi tra Tess Colson e suo figlio, le notti sul fondo di un pozzo, la cucina piena di falsum all’alba.

Il sistema magico come metafora politica

Uno degli aspetti più riusciti del romanzo è il modo in cui il sistema magico non esiste come ornamento fantastico ma come struttura politica ed economica. L’idium — il presunto sangue cristallizzato di Idia, figura divina femminile del continente — è la sostanza che determina i destini. Chi ne può fare uso vive nella capitale, nei quartieri scintillanti, nelle scuole di marmo. Chi non ne ha ha diritto sfruttava le miniere e i cantieri, lavora il carbone e aspetta i fischi di fine turno.

Il terranium, la pietra da cui si estrae l’idium, è la vera posta in gioco del conflitto. Il sindacato non combatte solo per salari più alti o condizioni migliori nelle miniere: combatte per il controllo di una risorsa il cui monopolio ha determinato la struttura intera della società. E la scoperta che Patrick Colson è lui stesso un Alchimista — capace di estrarre dall’idium non solo il falsum curativo ma anche l’inchiostro magico che alimenta i poteri degli Artigiani — ribalta completamente le premesse del conflitto: il figlio di un minatore tiene in mano la chiave dell’unico potere che conta davvero.

La McEwan è abbastanza brava da non insistere troppo esplicitamente sulla metafora. Lascia che sia il lettore a trarre le conclusioni sulle società in cui chi lavora non possiede ciò che produce, in cui la legittimazione del privilegio passa attraverso una narrazione religiosa, in cui la denutrizione del corpo e dell’immaginazione va di pari passo.

La scrittura: forza e qualità della traduzione

Nella sua versione originale inglese, pubblicata da Saga Press nel 2025 con il titolo A Forbidden Alchemy, il romanzo ha una voce narrativa che mantiene uno stretto equilibrio tra brutalità e lirismo. Le scene di violenza non sono compiacenti ma necessarie; le scene di desiderio sono scritte con una franchezza che raramente compare nel fantasy romanticamente orientato. La traduzione italiana di Valentina Cabras e Matilde Piccinini rende bene questo equilibrio, pur con qualche inevitabile perdita nella restituzione dei registri linguistici interni ai dialoghi.

Il linguaggio dei Mastri e degli Artigiani nella versione italiana è differenziato in modo credibile, anche se la scelta di mantenere certi termini tecnici in inglese (come le denominazioni delle classi di Artigiani — Incantatori, Costruttori, Fabbri, Scrivani) funziona perché il mondo creato dalla McEwan ha una sua logica interna coerente che regge la sospensione dell’incredulità.

Una storia d’amore con conseguenze morali

Uno degli aspetti che distingue L’alchimia proibita dalla gran parte della produzione fantasy romantica è che il romanzo non assolve nessuno. Nina ha mentito. Patrick ha ucciso. Polly ha spiato. Theodore ha tradito per amore e poi si è redento per la stessa ragione. Non c’è un personaggio che arrivi alla fine del romanzo con le mani pulite, e la McEwan non sembra avere alcuna intenzione di concedere assoluzioni facili.

La scena finale — Patrick che si punta la pistola alla tempia nella piazza di Kenton Hill bruciante, Nina che si consegna ai soldati della Camera dei Lord pur di impedirgli di premere il grilletto, entrambi trascinati nel tunnel che lei stessa ha scavato — è di una potenza narrativa che giustifica le quattrocento pagine precedenti. È una conclusione che non conclude: un cliffhanger di proporzioni epiche che lascia aperte tutte le domande fondamentali su chi sopravviverà, su cosa sarà possibile ricostruire, su se esiste ancora spazio per qualcosa che assomigli alla speranza.

Risonanze culturali: Peaky Blinders sotto terra

Nei ringraziamenti, la McEwan cita Peaky Blinders come fonte d’ispirazione, e questa influenza è percepibile in modo preciso nella costruzione dell’ambiente sociale di Kenton Hill. La comunità di minatori con il suo codice etico rigido e brutale, la taverna come luogo di governo informale, la figura del leader carismatico che non si separa mai da un’arma, la famiglia come unica istituzione davvero affidabile in un mondo senza legge degna del nome: sono tutti elementi che rimandano a quella tradizione narrativa del proletariato britannico industriale immaginato attraverso la violenza e il senso d’onore.

Ma la McEwan aggiunge un livello che Peaky Blinders non ha mai esplorato: la magia come strumento di oppressione di classe. In Belavere Trench non è solo il capitalismo a mantenere la disuguaglianza ma qualcosa di più antico e capillare, qualcosa che si è radicato attraverso il corpo stesso, attraverso la chimica del sangue, attraverso una narrativa religiosa che ha trasformato la fortuna in destino e il destino in virtù.

Quello che il romanzo non dice (ancora)

Essere onesti significa riconoscere che L’alchimia proibita è, strutturalmente, la prima metà di una storia. Molte delle domande fondamentali restano aperte: cosa accadrà a Patrick nelle mani della Camera? Cosa farà Nina? Gunner sopravviverà? Rose Harrow, la madre di Nina, intravista come fantasma di se stessa nelle prigioni degli Artigiani, potrà essere salvata? Il sistema dell’idium potrà essere ridistribuito, reso accessibile a tutti, o sarà semplicemente sostituito da un nuovo monopolio?

L’autrice, nei ringraziamenti, promette di rimettere a posto le cose. Ma chi ha letto sa che l’espressione “rimettere a posto” in questo contesto ha un sapore molto specifico: le cose che vengono rimesse a posto dopo una guerra non sono mai le stesse cose di prima. E forse è proprio questo il messaggio più onesto del romanzo.

recensione L'alchimia proibita Stacey McEwan Newton Compton fantasy romance 2026, L’alchimia proibita: un fantasy che mescola amore, magia e lotta di classe

L’alchimia proibita
di Stacey McEwan
Newton Compton Editori, 2026 (448 pag.)