C’è una voce che attraversa sei ottave come un falco che plana sulle correnti termiche, poi improvvisamente si trasforma in un urlo primordiale, in un bisbiglio, in un growl da morte nera, in un crooning di velluto anni Cinquanta. Quella voce appartiene a Mike Patton, nato il 27 gennaio 1968 a Eureka, California — un nome di città che sembra il titolo di un fumetto di John Zorn e che invece è una cittadina nebbiosa sull’Oceano Pacifico dove nessuno si aspetterebbe di vedere nascere uno dei musicisti più inclassificabili della storia del rock contemporaneo.

Parliamo di un uomo che ha registrato un album intero — Adult Themes for Voice, 1996 — usando esclusivamente la propria voce e un microfono, durante i tour. Che ha dedicato un disco solista a Filippo Tommaso Marinetti, padre del futurismo. Che ha cantato Ennio Morricone e Nino Rota con un’orchestra di quaranta elementi. Che ha imparato l’italiano non per turismo ma per amore, e che ha fatto di Bologna — la Dotta, la Grassa, la Rossa — la sua seconda casa. Se esiste un artista capace di rendere difficile qualsiasi tentativo di categorizzazione, è lui.

Come un ragazzo di Eureka finì a guidare i Faith No More

La storia inizia nel modo più classico possibile: un gruppo di adolescenti in una piccola città americana che non ha nient’altro da fare se non suonare. Mike Patton e i suoi amici Trey Spruance e Trevor Dunn fondano i Mr. Bungle intorno al 1984. Il gruppo accumula una piccola mitologia locale fatta di cassette autoprodotte dal titolo impresentabile — The Raging Wrath of the Easter Bunny, Goddammit I Love America — e di una musica che già allora non somigliava a nulla di catalogabile.

Ma il destino bussa sotto forma di una cassetta che il chitarrista Jim Martin dei Faith No More ascolta quasi per caso, rimane folgorato da quel ragazzo che passa dal death growl al falsetto senza preavviso, e chiama Patton per un’audizione. È il 1988. I Faith No More cercano un sostituto di Chuck Mosley e quello che trovano è qualcosa di molto più imprevedibile. Patton entra in band, registra The Real Thing nel 1989, e il singolo Epic — con la sua miscela di metal, funk e rap — diventa una delle canzoni più trasmesse da MTV di inizio anni Novanta.

Quello che però nessuno dice abbastanza è che Patton non era il classico frontman adottato da una band già formata. Era un mutante. Un artista che conteneva già dentro di sé l’intero dizionario delle possibilità vocali umane, e che i Faith No More lo intuirono ancora prima che lui stesso ne fosse pienamente consapevole.

Bologna, l’amore e la lingua italiana

Nel 1994, due cose cambiano la traiettoria di Mike Patton in modo permanente: sposa l’artista italiana Titi Zuccatosta e si trasferisce a Bologna. Non per qualche capriccio esotico da rockstar, ma per necessità affettiva: la famiglia di lei non parlava inglese, e lui doveva imparare la lingua. Lo ha raccontato lui stesso in un’intervista a Noisecreep:

“Sono dovuto partire dalla lingua, perché la sua famiglia non parlava inglese. Dovevo impararla, e l’ho fatto.”

Bologna lo assorbe. La città universitaria più antica d’Europa, con i suoi portici eterni e i mattoni rossi che al tramonto diventano braci, con la cucina che è un atto d’amore e la musica che filtra dai locali del centro, trasforma il cantante californiano in qualcosa di diverso. Patton impara a muoversi in italiano, a frequentare musicisti italiani, a scoprire il repertorio dei cantautori degli anni Sessanta — Gino Paoli, Luigi Tenco, le orchestrazioni di Ennio Morricone — che diventano materiale per il progetto Mondo Cane del 2010, dove reinterpreta la canzone italiana d’epoca con un’orchestra di quaranta elementi. Lui stesso ha descritto Bologna come “il posto dove vorresti morire” — nel senso più nobile del termine: il luogo a cui appartieni.

Il matrimonio finisce nel 2001, la casa a Bologna viene venduta, ma l’italiano resta. Chi ha avuto la fortuna di sentirlo rispondere in italiano a domande postegli in inglese ha assistito a qualcosa di raro: un musicista americano che ha interiorizzato non solo le parole ma il ritmo di una lingua, la sua musicalità intrinseca.

La mano destra e il prezzo del rock

C’è una cosa che Mike Patton porta con sé ogni giorno sul palco e nella vita: la mano destra insensibile. Non è un mistero né una leggenda metropolitana. Durante il suo terzo concerto con i Faith No More, ancora quasi agli inizi della sua avventura con la band, una bottiglia rotta sul palco gli recide i tendini e i nervi della mano. Il danno è permanente. La sensibilità non torna più.

Per qualunque altro musicista sarebbe un momento definitivo, la fine di qualcosa. Per Patton è diventato semplicemente parte del paesaggio. Non un limite, non una cicatrice da mostrare: solo un dato di fatto, come il colore degli occhi o la città in cui sei nato. Il rock ha questo di brutale: prende le sue quote fisiche senza chiedere permesso.

Il manicomio disciplinatissimo dei supergruppi

Quello che rende Patton veramente unico non è solo la voce — anche se VVN Music lo ha classificato come il cantante con la più ampia estensione vocale mai documentata, sei ottave, superando ogni altro artista conosciuto. È la capacità di abitare mondi sonori radicalmente diversi senza mai perdere l’identità.

Con i Fantômas — supergruppo fondato insieme a Dave Lombardo degli Slayer, Buzz Osborne dei Melvins e Trevor Dunn — esplora il jazz d’avanguardia, le colonne sonore horror, le composizioni orchestrali. Con i Tomahawk canalizza il post-rock più distorto. Con il progetto solista Peeping Tom abbraccia l’hip hop e la musica elettronica, arrivando a collaborare con Norah Jones e Massive Attack nello stesso disco. Con i Mr. Bungle della reunion del 2020 — con Scott Ian degli Anthrax e Dave Lombardo — ri-registra le demo del 1986 in tutta la loro violenza thrash originale.

AllMusic ha scritto di lui che è “più che un cantante, un innovatore nella manipolazione della voce umana”. Ma forse la descrizione più accurata è quella implicita nel catalogo stesso: un uomo che ha trasformato la voce in uno strumento senza confini di genere, come un violinista che usa lo stesso strumento per Bach, per il tango e per il free jazz.

L’etichetta dei rifiutati, l’impero dei non classificabili

Nel 1999, con il manager Greg Werckman, Patton fonda la Ipecac Recordings. Il nome viene dallo sciroppo di ipecacuana, usato per indurre il vomito: “Sapevamo che la roba che avremmo pubblicato avrebbe fatto vomitare qualcuno,” ha spiegato Werckman. È un’etichetta nata per ospitare musica che nessun altro avrebbe pubblicato — dai Melvins ai Fantômas, dai Tomahawk agli Zu, trio avant-garde romano con cui Patton ha collaborato in una delle sue tante incursioni nella scena italiana contemporanea.

L’Ipecac è diventata uno degli spazi discografici più rispettati nell’universo della musica sperimentale, una casa per artisti che non hanno casa altrove. Non è un’operazione commerciale: è una dichiarazione di principio, la prova tangibile che esiste un pubblico per la musica difficile, strana, indigeribile.

Il peso del silenzio: salute mentale e il costo di essere Patton

Non tutto è stato fedeltà al caos controllato. Nel 2020, la pandemia e l’annullamento dei tour hanno portato alla luce qualcosa che Patton aveva tenuto a bada per anni. I problemi di salute mentale — depressione e dipendenza dall’alcol — lo hanno costretto a ritirarsi, a saltare la reunion dei Faith No More e il tour con i Mr. Bungle del 2021. È la parte della storia che si racconta meno, quella che sta sotto il mito della rockstar indistruttibile.

Ma è anche la parte più umana. Perché dietro la voce che copre sei ottave, dietro il personaggio che ha fatto dell’imprevedibilità una firma artistica, c’è un uomo che ha pagato un prezzo reale per decenni di adrenalina e perfezione. Il rock ti prende la mano destra e poi chiede altro ancora.

Eppure, la musica continua. I progetti si moltiplicano, le collaborazioni non si esauriscono, e quella voce — insensata, plurale, indomabile — rimane lì, a testimoniare che ci sono artisti per cui la creatività non è una scelta ma una condizione biologica.