Lunedì 2 novembre 2026 Bob Dylan ha suonato all’Unipol Dome di Milano davanti a sedicimila persone, senza pronunciare una parola, senza maxischermi e senza telefoni. Era la prima delle tre date italiane del Lights of Autumn Tour, con il tutto esaurito. Alle 20:55 è entrato in scena con un cappuccio scuro calato sulla testa, si è messo dietro le tastiere e ha lasciato parlare le canzoni: diciotto, quasi tutte rivestite di un vestito nuovo.
Il concerto in breve: tastiere, cappuccio e nessun saluto
Il palco era quasi vuoto. Luci soffuse, un grande sipario grigio come unica scenografia, nessuno schermo a ingrandire il volto dell’artista. All’ingresso gli smartphone erano stati chiusi in custodie sigillate, e per una sera migliaia di persone hanno fatto quello che ormai sembra raro: guardare un palco senza guardarlo attraverso un display.
Dylan, 85 anni, non ha introdotto un brano né rivolto una parola alla platea. Il suo unico gesto verso il pubblico è arrivato alla fine, quando si è alzato in piedi, con evidente fatica, per un breve cenno di saluto. Fino a quel momento ha tenuto gli occhi sulle tastiere e la voce sulle canzoni, come un copista che lavora di notte e non ha tempo per i convenevoli. Non a caso, tra i brani degli anni Sessanta ne ha concessi pochissimi, e It Ain’t Me, Babe sembrava quasi una dichiarazione d’intenti.
La band: due chitarristi nuovi e Tony Garnier al basso
Il gruppo che lo accompagna è cambiato di recente. A giugno i due chitarristi che lo seguivano da anni, Doug Lancio e Bob Britt, hanno lasciato la formazione. Resta Tony Garnier al basso, l’unica certezza rimasta, affiancato dal batterista Anton Fig, noto per i suoi anni nell’orchestra dello show di David Letterman. Alle chitarre ci sono Joel Patterson e Julian Lage, due musicisti dalla formazione jazz. Lage era arrivato da appena una notte, al posto di Mike Seal, per le restanti date europee. Eppure, quando Dylan gli ha fatto un cenno durante Million Miles, la sua chitarra ha trovato nel blues lo spazio per un assolo che ha strappato applausi a scena aperta.
La scaletta: pochi classici e canzoni che cambiano pelle
Si è partiti da Watching the River Flow e Love Sick, poi Tryin’ to Get to Heaven e una High Water (For Charley Patton) costruita su chitarre nervose e tamburi cupi. Il repertorio ha attinto soprattutto dagli ultimi decenni: Time Out of Mind, “Love and Theft”, Under the Red Sky, Rough and Rowdy Ways. Tra i momenti più sentiti c’è stata I’ve Made Up My Mind to Give Myself to You, tratta da Rough and Rowdy Ways (2020).
Le versioni, però, erano un’altra cosa rispetto ai dischi. Not Dark Yet ha preso una piega ritmata, vicina al funk. When I Paint My Masterpiece ha assunto un passo da sala da ballo, in pieno swing. Tangled Up in Blue, il brano che apre Blood on the Tracks, è diventata una ballata al pianoforte, più rarefatta e con parole cambiate rispetto all’originale. Quando Dylan ha alzato il tono, con I Can Tell e con una Goodbye Jimmy Reed energica, la sala ha risposto subito, e in alcuni passaggi il pubblico ha accompagnato i brani battendo le mani a tempo.
Il 2 novembre è anche il giorno dei morti, e la serata ha avuto qualcosa di quella data. Charley Patton e Jimmy Reed sono comparsi nei titoli, e tra Black Rider e Under the Red Sky Dylan ha reso omaggio a Jerry Lee Lewis con la cover di I Can’t Seem to Say Goodbye. A chiudere è stata I Shall Be Released, con l’armonica, strumento ormai raro nei suoi concerti, a dare al finale il tono di un canto liturgico. Tutta l’arena era in piedi.
L’Unipol Dome: un’arena grande per una musica che chiede raccoglimento
Non tutto ha funzionato. L’Unipol Dome di Santa Giulia, costruito per le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, è uno spazio ampio e dispersivo, e per un concerto fatto di sfumature e chiaroscuri non è l’ideale. Nel 2023 Dylan aveva suonato a Milano al Teatro degli Arcimboldi, una sala più raccolta. Qui, il volume della musica era troppo basso per rendere giustizia ai dettagli. Il pubblico ha compensato con l’attenzione: telefoni sigillati e un silenzio quasi religioso.
Cosa resta dopo un concerto senza immagini
Chi era all’Unipol Dome non ha video da mostrare, né fotografie da pubblicare, né un discorso da raccontare. Ha diciotto canzoni che, negli arrangiamenti ascoltati quella sera, difficilmente torneranno uguali. Dylan sembra aver capito che l’unico modo per non diventare un monumento è continuare a cambiare le proprie canzoni, anche a costo di renderle quasi irriconoscibili.
Il tour italiano si conclude sabato 7 novembre con l’ultima data all’Unipol Arena di Casalecchio di Reno, alle porte di Bologna. Anche lì i telefoni resteranno fuori dalla sala.
Chi entrerà dovrà decidere cosa fare di una serata senza schermi: ascoltare, o aspettare che finisca?

Appassionata di musica, racconto storie, emozioni e tendenze che vibrano nel mondo sonoro di oggi. Attraverso interviste, recensioni e approfondimenti, esploro generi diversi, dal mainstream alle scene indipendenti, con uno sguardo attento ai talenti emergenti e alle icone della musica internazionale. Amo immergermi nelle note e nei testi per offrirne una lettura originale e coinvolgente, capace di raccontare non solo i brani, ma anche le storie dietro gli artisti e le influenze che plasmano le loro opere. Con uno stile fresco e appassionato, cerco di trasmettere al pubblico l’energia e la magia della musica, strumento di cultura, emozione e condivisione universale.




























