C’è un luogo, a pochi chilometri da Varese, dove il tempo sembra sospeso tra la roccia e l’infinito. Un sentiero scavato nella parete calcarea di una montagna prealpina, largo quanto le spalle di un uomo, protetto da una ringhiera adornata di bandierine tibetane dai cinque colori — azzurro, bianco, rosso, verde, giallo — che nel vento raccontano storie di vento, fuoco, acqua, terra e spazio. È la Scala nel Cielo, uno dei passaggi panoramici più emozionanti della Lombardia, nascosto nel cuore del Parco Regionale Campo dei Fiori.

Un parco tra Prealpi e pianura che custodisce un segreto

Il Parco Naturale Campo dei Fiori, nato nel 1984, sorge nelle Prealpi Varesine e si estende tra la Valcuvia, la Valganna e la città di Varese, coinvolgendo diciassette comuni. Il massiccio, separato dalle Prealpi e ricoperto prevalentemente da boschi di castagni, faggi e abeti, con sporadica presenza di impervie falesie di roccia calcarea, offre una varietà di paesaggi che va dalla pianura padana ai picchi prealpini. Ma tra tutti i suoi sentieri, uno in particolare ha conquistato il cuore di escursionisti, fotografi e viaggiatori romantici: la Scala nel Cielo, una vera e propria scalinata scavata in una falesia rocciosa, breve ma capace di lasciare senza respiro.

Il cammino dell’attesa: fantasmi liberty nella foresta

Per raggiungerla, il percorso è esso stesso un racconto. Si parte dal parcheggio nei pressi della Pensione Irma, l’unico punto di ristoro sulla sommità del parco, raggiungibile dopo una ventina di minuti di strada montana asfaltata che si inerpica tra boschi sempre più fitti. Si prosegue a piedi lungo una strada sterrata, si supera una sbarra metallica e poco dopo, sulla sinistra, appare silenziosa e imponente l’ex colonia alpina Siro Magnaghi. L’edificio fu costruito alla fine degli anni Venti dalla Società dei Grandi Alberghi Varesini per i villeggianti milanesi, poi trasformato in colonia estiva per bambini durante il periodo fascista e successivamente utilizzato per accogliere ragazzi in difficoltà da don Natale Motta, prima di chiudere definitivamente nel 1946. Oggi le sue finestre cieche guardano il bosco in silenzio.

Poco oltre, il sentiero spalanca una visione ancora più maestosa: il Grand Hotel Campo dei Fiori, uno dei monumenti dimenticati del liberty italiano. Progettato nel 1908 da Giuseppe Sommaruga, uno dei maggiori esponenti del liberty italiano, il cantiere ebbe inizio nel 1910 e si concluse nel 1912. La storia del Grand Hotel si districa tra oltre 150 stanze, vedute mozzafiato e ambienti capaci di raccontare il fasto che fu: da hotel a ospedale, e poi di nuovo albergo, incapace però di resistere al cambiamento dei tempi, chiuso nel 1968. Balconi decorati con gargoyle in ferro battuto e vialetti del giardino illuminati da lampioni a gas erano i segni di un’epoca in cui la borghesia milanese saliva quassù per respirare aria buona e dimenticare la frenesia della città. Oggi l’edificio funge da supporto per antenne radiotelevisive, custodito da un solo guardiano. La sua sagoma Liberty ancora domina il bosco come un fantasma elegante.

La ringhiera sull’abisso: l’emozione della Scala nel Cielo

Dopo aver superato la stazione dell’ex funicolare — anch’essa parte del complesso Sommaruga e oggi monumento dell’archeologia industriale — si imbocca un sentiero pianeggiante privo di segnaletica. Si tiene la destra nei pressi di una casa privata, si percorrono pochi metri e improvvisamente il paesaggio cambia registro. I gradini segnano l’inizio della Scala nel Cielo: un ambiente interamente scavato nella roccia, dove alla sinistra si erge la montagna con la sua parete verticale e a destra una ringhiera di protezione permette di ammirare uno dei punti panoramici più belli di tutta la provincia.

Da un lato il cielo, dall’altro il Sacro Monte e tutta la pianura Padana, con una parete di roccia quasi verticale sopra e sotto. Il panorama è vertiginoso e totale. La visuale a strapiombo sulla vallata lascia senza parole: infinite medie montagne ricoperte da una fitta vegetazione, il Sacro Monte, una parte della pianura Padana, Varese, la Valcuvia, il Lago di Lugano e vari paesi che emergono dalla boscaglia.

Le bandierine di preghiera tibetane che ornano la ringhiera non sono un dettaglio folkloristico. Nella tradizione buddhista rappresentano i cinque elementi naturali e si crede che il vento che le muove diffonda nell’aria le preghiere impresse sul tessuto. Qui, su questa cengia calcarea delle Prealpi lombarde, quelle stoffe colorate sembrano davvero in dialogo con il vento e con il cielo aperto.

Un luogo per tutti, ma non banale

Pur essendo un percorso breve, la Scala nel Cielo è protetta da parapetto, quindi l’esposizione è contenuta. Il sentiero è classificato come escursionistico di livello E, accessibile a chi sia in buona forma fisica e indossi calzature adatte. È possibile salire in vetta con l’auto e lasciare il veicolo nel parcheggio davanti alla Pensione Irma, oppure salire dal Sacro Monte lungo il sentiero del valico delle Pizzelle. Per i più esperti, nei pressi della Scala si trovano le pareti attrezzate della palestra di roccia del CAI di Varese.

L’itinerario completo, che dal parcheggio tocca la Scala nel Cielo, il borgo di Santa Maria del Monte — patrimonio UNESCO — e il Monte Tre Croci con le sue croci simbolo del Calvario risalenti al 1636, richiede circa un’ora e quarantacinque minuti per direzione, con un dislivello complessivo di circa 288 metri. Un percorso circolare che attraversa secoli di storia, architettura, spiritualità e natura in un raggio di pochi chilometri.

In un’epoca in cui si inseguono destinazioni lontane e spettacolari, la Scala nel Cielo di Varese ricorda che la meraviglia può nascondersi a due passi da casa, tra la roccia e il vento, dove una ringhiera colorata separa il camminatore dal vuoto e, insieme, lo connette all’orizzonte.