Il taxi mi lascia all’aeroporto di Lima alle prime luci dell’alba. La capitale peruviana si sveglia avvolta in quella garanta tipica dei mesi invernali, una coltre grigia che ammorbidisce i contorni della città costiera. Da qui a poche ore inizierà un viaggio che mi porterà ad attraversare deserti, scalare montagne che sfiorano i cinquemila metri, navigare sul lago navigabile più alto del mondo e camminare tra rovine che custodiscono segreti millenari.

L’enigma delle linee nel deserto

Da Lima la Panamericana mi conduce verso sud, dove il deserto costiero si distende come un manto ocra fino all’orizzonte. Paracas, piccolo porto affacciato sull’oceano Pacifico, è la prima tappa. All’alba salgo su un’imbarcazione diretta alle Islas Ballestas, dove le pareti rocciose ospitano colonie di leoni marini, pinguini di Humboldt e migliaia di uccelli che riempiono l’aria di richiami. La guida indica sulla scogliera il Candelabro di Paracas, un geoglifo gigantesco inciso nella roccia oltre duemila anni fa, la cui funzione resta ancora misteriosa.

Proseguendo nell’entroterra, il paesaggio si fa ancora più arido. Huacachina emerge come un miraggio: un’oasi verdeggiante circondata da dune alte fino a cento metri. Salgo su un buggy che scala le creste sabbiose, da dove lo sguardo abbraccia un mare dorato che ondeggia fino alle montagne lontane. È qui che comprendo la prima lezione di questo viaggio: il Perù è un paese di contrasti estremi, dove l’acqua e la sabbia, la vita e il deserto convivono in equilibri precari.

A Nazca, città polverosa a cinquecento metri di altitudine, mi attende l’esperienza più vertiginosa. Salgo su un piccolo Cessna che decolla sulla pista circondata dal nulla. Dopo pochi minuti di volo, sotto di me compaiono le linee di Nazca: chilometri di geoglifi tracciati nella pampa desertica tra il 500 a.C. e il 500 d.C. dalla cultura Nazca. Il Colibrì, il Ragno, il Condor, la Scimmia si materializzano uno dopo l’altro, figure gigantesche perfette che da terra sono invisibili. Gli archeologi hanno confermato che queste linee furono create rimuovendo le pietre superficiali ossidate per rivelare il suolo chiaro sottostante, ma il loro scopo esatto – astronomico, rituale, idrico – continua a essere oggetto di dibattito scientifico.

La città bianca ai piedi dei vulcani

Il viaggio verso Arequipa, a duemilatrecento metri, segna l’ingresso nel mondo andino. La Ciudad Blanca deve il suo nome al sillar, la pietra vulcanica bianca con cui sono costruiti i suoi edifici coloniali. Passeggio nella Plaza de Armas quando il sole del tramonto accende di rosa le volte della cattedrale, mentre alle spalle della città il perfetto cono del Misti (5.822 metri) sorveglia impassibile. Visito il Monastero di Santa Catalina, un complesso del XVI secolo che è una città nella città: viuzze strette dipinte di azzurro e ocra, chiostri silenziosi, celle monastiche dove le suore di clausura vissero per secoli isolate dal mondo esterno.

Ma Arequipa è solo il punto di partenza. Il giorno seguente, prima dell’alba, inizio l’ascesa verso il Canyon del Colca. La strada si arrampica attraverso la Reserva Nacional Salinas y Aguada Blanca, dove a quattromila metri di altitudine pascono mandrie di vicuñas – i camelidi selvatici dal vello preziosissimo – e stormi di fenicotteri rosa punteggiano le lagune salate. Al Mirador de los Andes, sul passo Patapampa a 4.910 metri, il fiato si fa corto e la testa lievemente confusa: è il soroche, il mal d’altura che colpisce chi sale troppo rapidamente. La vista però ripaga ogni disagio: una fila di vulcani innevati si estende all’orizzonte, il Misti, il Chachani, l’Ampato, ciascuno oltre i seimila metri.

Il volo del condor e le terrazze degli Inca

Chivay, villaggio a 3.635 metri nella valle del Colca, diventa la base per esplorare uno dei canyon più profondi al mondo. All’alba raggiungo la Cruz del Condor, punto panoramico affacciato su un abisso verticale di oltre tremila metri. Mentre il sole scalda le pareti rocciose, le correnti termiche si sollevano dalla valle e con esse appaiono i condor. Li vedo emergere dal basso, planare con le ali aperte fino a tre metri di apertura, passare a pochi metri dalla terrazza dove sono in piedi. Il condor andino è il più grande uccello volante del mondo, e vederlo librarsi in questo scenario mi lascia senza parole.

Proseguendo lungo il canyon, il paesaggio rivela il genio agricolo delle popolazioni andine. Le terrazze agricole – chiamate andenes – scendono a gradoni dalle montagne fin sul fondovalle, costruite dai Collagua e dai Cabana secoli prima dell’arrivo degli Inca e ancora coltivate oggi. A Maca, piccolo villaggio dalle case bianche, una donna in abiti tradizionali – gonna ricamata, cappello decorato – vende tessuti di lana di alpaca tinti con colori naturali.

Il lago sacro tra due nazioni

Da Chivay la strada scende verso il Lago Titicaca, attraversando l’altiplano punteggiato di lagune come quella di Lagunillas a 4.410 metri. Puno, città portuale a 3.830 metri, si distende sulle rive del lago in una distesa di case di mattoni e tetti di lamiera. È da qui che parte l’esplorazione del Titicaca, il lago navigabile più alto del mondo a 3.812 metri, disteso al confine tra Perù e Bolivia su una superficie di oltre ottomila chilometri quadrati.

All’alba salgo su un’imbarcazione che punta verso le isole galleggianti degli Uros. Ciò che emerge dalle acque turchesi del lago sembra impossibile: isole intere costruite con la totora, una canna palustre che cresce nelle acque basse. Gli Uros, antica popolazione che secondo la tradizione si rifugiò sulle acque per sfuggire all’espansione incaica, costruiscono queste isole intrecciando strati su strati di totora, che deve essere costantemente rinnovata perché la parte sommersa marcisce. Cammino sulla superficie spugnosa mentre Cristina, una donna uro-aymara, mi spiega che oggi una quarantina di famiglie continuano a vivere su queste isole, anche se molti giovani si sono trasferiti a Puno.

Ma è sull’isola di Amantaní, a un’ora e mezza di navigazione, che vivo l’esperienza più intensa. Qui non ci sono alberghi: le famiglie dell’isola ospitano i visitatori nelle loro case. Salgo per un sentiero ripido fino alla casa di Marcelina, che mi accoglie con un sorriso sdentato e mi mostra la stanza dove dormirò, essenziale ma pulita. La notte ceniamo insieme: chuño (patate disidratate attraverso cicli di congelamento e essiccamento, tecnica millenaria di conservazione), quinoa e trucha del lago. Non c’è elettricità, solo candele. Quando esco, il cielo è un’esplosione di stelle come non ne ho mai viste, la Via Lattea traccia una striscia luminosa da orizzonte a orizzonte.

Tra isole tessute e torri funerarie

L’indomani la barca mi porta a Taquile, isola che si innalza fino a 3.950 metri. Qui gli uomini tessono e lavorano a maglia – fatto insolito nelle culture andine dove la tessitura è tradizionalmente femminile – creando i caratteristici chullos (berretti) e fasce i cui colori e motivi indicano lo stato civile di chi li indossa. Gli abitanti di Taquile parlano il quechua e mantengono forme di organizzazione comunitaria basate sull’ayllu, l’unità sociale andina tradizionale.

Prima di lasciare la regione del lago, faccio una deviazione a Sillustani, a trenta chilometri da Puno. Su una penisola che si protende nella laguna di Umayo, si ergono le chullpas, torri funerarie cilindriche costruite dal popolo Colla prima della conquista incaica. Alcune raggiungono i dodici metri di altezza, con pareti di pietra tagliate con tale precisione che una lama non passa tra i blocchi. Queste strutture ospitavano i corpi mummificati dell’élite colla, disposti in posizione fetale insieme a offerte alimentari, tessuti e ceramiche per il viaggio nell’aldilà.

La strada verso l’ombelico del mondo

Da Puno a Cusco, la strada si snoda per oltre trecento chilometri attraverso l’altiplano. Questo non è un semplice trasferimento: è un viaggio attraverso tremila anni di storia andina. A Pucará (3.900 metri) visito un sito archeologico della cultura Pucará (200 a.C. – 300 d.C.), famoso per le sue sculture in pietra e ceramiche decorate. Il passo de la Raya, a 4.400 metri, segna lo spartiacque tra i bacini del Titicaca e dell’Urubamba.

A Raqchi (3.500 metri) mi fermo davanti a una delle costruzioni più impressionanti dell’impero incaico: il tempio di Wiracocha. Il muro centrale si innalza per oltre dodici metri, costruito in pietra alla base e in adobe nella parte superiore – una tecnica costruttiva rara nell’architettura incaica monumentale. Il complesso includeva centinaia di qollqas (magazzini) circolari dove venivano conservati mais, quinoa, chuño e altri alimenti per il sistema di ridistribuzione statale incaico.

Ad Andahuaylillas (3.122 metri) entro nella chiesa di San Pedro, del XVII secolo. L’esterno è semplice, quasi austero, ma l’interno mi lascia senza fiato: pareti e soffitto interamente ricoperti di affreschi, dorature, dipinti coloniali. È chiamata la “Cappella Sistina delle Americhe”, e comprendo perché. È un esempio potente di come il barocco coloniale spagnolo si sia innestato sul mondo andino.

Cusco, dove i muri parlano

Cusco – che in quechua significa “ombelico” – fu la capitale dell’Impero Incaico, il Tawantinsuyu che nel XV e XVI secolo si estendeva dall’attuale Colombia al Cile centrale, governando oltre dieci milioni di persone. Oggi è una città di quattrocentomila abitanti a 3.399 metri, dove ogni angolo racconta storie sovrapposte.

Cammino per Hatun Rumiyoc, la via dove si conserva il muro del palazzo di Inca Roca. Mi fermo davanti alla pietra dei dodici angoli, singolo blocco di diorite verde perfettamente incastrato con i blocchi circostanti attraverso dodici angoli. Gli Inca lavoravano la pietra con tale maestria che non usavano malta: martelli di pietra più dura, abrasivi, sabbia, acqua e tempo erano i loro strumenti. Alcuni blocchi pesano oltre cento tonnellate.

Salgo a Sacsayhuaman, fortezza cerimoniale che sovrasta Cusco. I tre bastioni a zigzag si estendono per oltre trecento metri, costruiti con megaliti che in alcuni casi superano le duecento tonnellate. Come abbiano trasportato e posizionato questi massi con tale precisione resta uno dei misteri dell’ingegneria incaica. Gli archeologi hanno verificato che il complesso fu costruito principalmente durante i regni di Pachacutec e Tupac Yupanqui, nel XV secolo, impiegando decine di migliaia di lavoratori attraverso il sistema della mit’a (lavoro tributario).

La Valle Sacra e i siti dell’agricoltura sperimentale

Da Cusco mi muovo verso la Valle Sacra dell’Urubamba, arteria vitale dell’impero incaico grazie al suo clima più mite e ai terreni fertili. A Chinchero (3.762 metri), villaggio arroccato sull’altopiano, donne anziane dimostrano le tecniche tradizionali di tintura della lana di alpaca usando radici, foglie, insetti: la cocciniglia produce rossi intensi, l’eucalipto verdi delicati, il ch’illka gialli brillanti.

Ma è Moray (3.500 metri) a sorprendermi profondamente. In una conca naturale, gli Inca costruirono terrazze concentriche che scendono fino a centocinquanta metri di profondità. Non era un teatro o una fortezza: gli studi hanno dimostrato che ogni terrazza ha un microclima diverso, con differenze di temperatura fino a quindici gradi tra il livello superiore e quello inferiore. Era un centro di sperimentazione agricola, dove i sapienti incaici testavano varietà di mais, patate, quinoa a diverse altitudini e temperature, sviluppando cultivar resistenti da diffondere nell’impero.

Poco distante, le saline di Maras (3.500 metri) sono un mosaico di oltre tremila vasche bianche che scendono lungo il fianco della montagna. Uno sguardo più attento rivela che non sono tutte bianche: alcune hanno sfumature rosa, altre crema, a seconda della concentrazione di minerali. Queste saline sono sfruttate da oltre duemila anni: l’acqua salata sgorga da una sorgente sotterranea e viene incanalata in vasche poco profonde dove evapora lasciando cristalli di sale.

Il bastione dell’ultimo rifugio

Ollantaytambo (2.790 metri) è l’unico villaggio del Perù dove l’urbanistica incaica è ancora visibile e vissuta. Le strade sono strette e dritte, disposte in blocchi ortogonali, con canali d’acqua che scorrono lungo i lati. Le porte trapezoidali originali delle kanchas (abitazioni) sono ancora in uso. Ma è la fortezza-tempio che domina il villaggio a togliere il fiato.

Salgo le ripide scale che portano ai livelli superiori. Qui, sul settore del tempio, sei monoliti di porfido rosso – ciascuno alto oltre quattro metri e pesante circa cinquanta tonnellate – sono allineati con precisione millimetrica. Questi blocchi furono estratti in una cava dall’altra parte della valle, trasportati per chilometri, fatti attraversare il fiume, issati per centinaia di metri. Il complesso non fu mai completato: quando gli spagnoli arrivarono nel 1536, Ollantaytambo divenne uno degli ultimi baluardi della resistenza incaica guidata da Manco Inca, che qui inflisse una delle poche sconfitte all’esercito di Francisco Pizarro prima di ritirarsi a Vilcabamba.

La città perduta tra le nuvole

Da Ollantaytambo prendo il treno che segue il corso dell’Urubamba, attraversando la ceja de selva – il sopracciglio della foresta – dove l’ambiente andino cede il posto alla vegetazione subtropicale. Ad Aguas Calientes (2.040 metri), villaggio turistico ai piedi della montagna, l’aria è più calda e umida. Mi alzo alle quattro del mattino per prendere uno dei primi bus che sale per trenta interminabili tornanti.

E poi, all’improvviso, Machu Picchu. Anche dopo aver visto mille fotografie, niente prepara all’emozione di vedere la città inca materializzarsi tra le nuvole all’alba. Il Wayna Picchu si innalza dietro le rovine come una piramide naturale, mentre tutt’intorno le montagne si perdono in gole vertiginose. Il Rio Urubamba scorre invisibile, oltre mille metri più in basso.

L’archeologo americano Hiram Bingham rese Machu Picchu nota al mondo nel 1911, anche se i contadini locali conoscevano le rovine. Gli studi hanno stabilito che il sito fu costruito intorno al 1450 durante il regno di Pachacutec, probabilmente come llaqta (tenuta) reale e centro cerimoniale. Circa 750 persone vivevano qui stabilmente, con altri che arrivavano stagionalmente per lavorare i campi terrazzati.

Cammino tra i templi, i palazzi, le fontane alimentate da un sistema idraulico ancora funzionante. Mi fermo all’Intihuatana – “il luogo dove si lega il sole” – un pilastro di pietra usato per osservazioni astronomiche. Due volte all’anno, agli equinozi, il sole sta direttamente sopra il pilastro a mezzogiorno, senza proiettare ombra. Gli Inca erano astronomi sofisticati: il loro calendario agricolo si basava sull’osservazione precisa del sole, della luna e delle stelle, in particolare delle Pleiadi.

Salgo all’Intipunku, la Porta del Sole, punto di arrivo del Cammino Inca. Da qui la vista abbraccia l’intero complesso: capisco che Machu Picchu non era solo una città, ma un mandala cosmologico, dove ogni edificio, ogni piazza, ogni terrazza aveva significati astronomici, religiosi, sociali che si intrecciavano in una visione del mondo dove sacro e profano, umano e naturale erano inseparabili.

Tra mercati ancestrali e montagne dipinte

Tornato nella Valle Sacra, visito Pisac (2.972 metri), dove due mondi convivono. Nel villaggio, ogni domenica, si tiene uno dei mercati andini più autentici: contadini quechua dalle comunità circostanti scendono a vendere patate di decine di varietà diverse, mais gigante, erbe medicinali, tessuti. Sulle montagne sovrastanti, le rovine incaiche si arrampicano su creste vertiginose: terrazze agricole, quartieri residenziali, un settore cerimoniale e uno dei più grandi cimiteri incaici, con centinaia di tombe scavate nelle pareti rocciose.

Da Cusco l’ultima escursione mi porta a scoprire una delle meraviglie naturali più fotografate del Perù: le montagne arcobaleno. Scelgo il percorso alternativo di Palcoyo (4.700 metri), meno turistico e meno faticoso del famoso Vinicunca. All’alba partiamo in minibus attraverso villaggi dove bambini con le guance rosse per il freddo e l’altitudine corrono dietro ai greggi di alpaca.

Poi, dopo un’ora di camminata a quasi cinquemila metri – dove ogni passo richiede sforzo e il respiro è sempre corto – le montagne si rivelano. Strati geologici di colori diversi – rosso, giallo, verde, viola, bianco – disegnano bande orizzontali sui fianchi delle cime. Non è magia: sono minerali diversi depositati in ere geologiche differenti. Il rosso viene dall’ossido di ferro, il giallo dallo zolfo, il verde dal rame, il viola dall’ossido di manganese. L’erosione e l’altitudine hanno esposto questi strati che altrove restano sepolti.

Il ritorno sulla costa

Il volo da Cusco a Lima segna la fine del viaggio. In due settimane ho attraversato deserti e ghiacciai, navigato su laghi sacri, camminato tra rovine che precedono l’Impero Romano, scalato passi a quasi cinquemila metri. Ho bevuto mate de coca per il mal d’altura, mangiato cuy (porcellino d’India) arrosto nelle case contadine, dormito in case senza elettricità sotto cieli stellati impossibili.

Ma più dei luoghi, porto con me i volti: Marcelina sull’isola di Amantaní che mi ha accolto come un figlio, la tessitrice di Chinchero dalle mani rovinate dalla lana che creava colori da piante, il guardiano di Sacsayhuaman che mi ha spiegato in quechua e spagnolo mischiati come i suoi antenati costruivano senza ferro e senza ruota. Il Perù non è solo archeologia e natura: è un paese dove popoli antichi continuano a vivere, parlare le loro lingue, coltivare i loro campi, tessere i loro tessuti secondo saperi tramandati per millenni.

Quando l’aereo atterra a Lima e la garanta mi avvolge di nuovo, capisco che questo viaggio non finisce qui. Il Perù si è installato dentro di me, con le sue altitudini che tolgono il fiato, i suoi colori impossibili, le sue pietre millenarie che custodiscono segreti che forse non sveleremo mai del tutto. È un paese che chiede pazienza – per l’altitudine, per le strade lunghe, per i ritmi diversi – ma che in cambio offre qualcosa di raro: la sensazione di camminare attraverso gli strati della storia umana, dove ogni passo tocca terre che furono sacre, che nutrono ancora, che parlano ancora a chi sa ascoltare.