Nel cuore di Yokohama, a pochi passi dalla stazione centrale, ha aperto un locale che racconta più di quanto qualsiasi statistica governativa possa fare sulla crisi lavorativa giapponese. Non è un bar qualsiasi: è il Tenshoku Sodan Bar, letteralmente il Bar di consulenza per il cambio di lavoro. L’ingresso è gratuito, così come le bevande. Ma c’è una condizione: bisogna essere disposti a parlare della propria voglia di licenziarsi. Dietro il bancone non troverete baristi nel senso tradizionale, ma consulenti professionisti del settore delle risorse umane, pronti ad ascoltare le frustrazioni di chi sta meditando di lasciare il proprio impiego.
Il bar, gestito dall’agenzia per il lavoro LIA, non è una semplice iniziativa di marketing. È piuttosto uno spaccato della trasformazione sociale in corso nel paese del Sol Levante, dove la tradizionale fedeltà aziendale a vita sta cedendo il passo a una nuova consapevolezza: il lavoro non deve costare la salute mentale. Secondo i dati del ministero giapponese della Salute, del Lavoro e del Welfare, nel 2024 sono stati riconosciuti 1.304 casi di morte o disturbi legati al superlavoro, con un aumento di 196 casi rispetto all’anno precedente. Di questi, oltre 1.000 casi riguardavano disturbi della salute mentale, per la prima volta superando la soglia delle mille unità.
Il peso invisibile del karoshi nella società giapponese
La parola karoshi — letteralmente “morte per superlavoro” — è entrata nel vocabolario giapponese alla fine degli anni Settanta, quando il primo caso ufficiale venne registrato nel 1969. Un operaio di 29 anni morì di ictus nel reparto consegne di un importante quotidiano nazionale. Le indagini rivelarono che lavorava decine di ore di straordinario ogni settimana e, invece di ricevere supporto quando le sue condizioni di salute peggiorarono, fu costretto a lavorare ancora di più.
Quasi cinquant’anni dopo, il fenomeno persiste. Hiroshi Kawahito, avvocato specializzato in incidenti sul lavoro, ha gestito circa 1.000 casi nell’arco di 45 anni di carriera. Nonostante gli sforzi legislativi, inclusa la Work Style Reform Act del 2018 che ha introdotto limiti agli straordinari e ferie pagate obbligatorie, il numero di decessi legati al superlavoro rimane allarmante. Nel 2024, il documento governativo sul karoshi ha evidenziato che 883 persone sono state riconosciute come affette da disturbi mentali dovuti al superlavoro, un aumento di 173 casi rispetto all’anno precedente, segnando il numero più alto mai registrato.
Il caso più emblematico è quello di Matsuri Takahashi, 24 anni, impiegata presso Dentsu Inc., la più grande agenzia pubblicitaria del Giappone. Il 25 dicembre 2015, Matsuri si tolse la vita gettandosi dal dormitorio aziendale. Lavorava oltre 100 ore di straordinario al mese, un dato che scatenò un dibattito nazionale e spinse la madre, Yukimi Takahashi, a diventare un’attivista nella lotta contro il karoshi. Da allora, Yukimi racconta la storia di sua figlia nelle scuole superiori, nei simposi e nelle università, ed è entrata a far parte del Consiglio del Ministero della Salute per la promozione di misure preventive contro la morte da superlavoro.
Lo stigma delle dimissioni e la cultura del sacrificio
In Giappone, lasciare un lavoro non è mai stato un gesto neutrale. La cultura aziendale giapponese si fonda sul concetto di messhi hoko, ovvero “il sacrificio di sé per il bene pubblico”. Questa filosofia, profondamente radicata nella società, porta molti lavoratori a ritenere che le esigenze dell’azienda debbano sempre prevalere su quelle personali. Dire addio a un datore di lavoro può essere percepito come un tradimento, specialmente nelle grandi aziende tradizionali dove la lealtà è considerata un valore fondamentale.
Secondo i dati governativi, circa 940.000 persone sono passate da un impiego a tempo pieno a un altro nel 2023, rispetto alle 750.000 del 2018. Nonostante l’incremento, il cambio di lavoro rimane significativamente meno frequente rispetto ai paesi occidentali. Chi cambia spesso impiego viene ancora visto con sospetto, etichettato come inaffidabile o poco serio. Questo stigma è particolarmente forte tra i manager più anziani e nelle industrie più conservatrici.
Il Tenshoku Sodan Bar si inserisce in questo contesto come uno spazio di mediazione. Circa il 60% dei visitatori del bar non ha ancora deciso di licenziarsi, ma cerca semplicemente un luogo sicuro dove riflettere senza la pressione di amici, familiari o superiori. I clienti apprezzano la possibilità di avere conversazioni più astratte sulla propria situazione lavorativa, senza l’aspettativa implicita di dover trovare un nuovo impiego immediatamente. Le sessioni si tengono in stanze private, garantendo riservatezza e un ambiente rilassato dove le persone possono esprimere liberamente dubbi e frustrazioni.
L’industria delle dimissioni per delega: i taishoku daiko
Parallelamente al fenomeno del bar per aspiranti dimissionari, in Giappone è esplosa negli ultimi anni un’industria ancora più sintomatica della crisi del lavoro: i taishoku daiko, o “agenzie di dimissioni per delega”. Queste società, dietro pagamento di una tariffa che oscilla tra i 130 e i 200 dollari, si occupano di comunicare al datore di lavoro la decisione del dipendente di lasciare l’azienda, gestendo tutta la burocrazia e le comunicazioni successive. Il servizio permette ai lavoratori di evitare confronti diretti con superiori spesso ostili o manipolatori.
Tra le agenzie più note c’è Momuri, il cui nome gioca con la frase giapponese mo muri, che significa “non ce la faccio più”. Fondata nel 2020, Momuri ha gestito oltre 20.000 dimissioni e ha ricevuto più di 350.000 consulenze online. I clienti principali sono giovani tra i 20 e i 30 anni, spesso vittime di bullismo sul lavoro, molestie o impossibilitati a confrontarsi con capi autoritari. Il tasso di successo dell’agenzia è del 100%, secondo quanto riportato dall’azienda stessa.
Yoshihito Hasegawa, fondatore dell’agenzia TRK che nel 2023 ha aiutato 13.000 persone a lasciare il proprio lavoro, ha descritto il fenomeno paragonandolo a un “divorzio complicato”. Secondo Hasegawa, molti lavoratori giapponesi rimangono intrappolati in impieghi insoddisfacenti per via delle rigide norme culturali: “Lasciare il lavoro sarebbe considerato un tradimento, allo stesso modo in cui ai più giovani viene insegnato a onorare gli anziani”. La domanda di questi servizi è aumentata vertiginosamente durante e dopo la pandemia, con un’indagine del 2024 condotta da Tokyo Shoko Research che ha rivelato che quasi una su dieci aziende giapponesi ha ricevuto dimissioni tramite agenzie per delega.
Un caso emblematico è quello riportato da Momuri stessa: un’agenzia di dimissioni ha contattato Momuri per comunicare che uno dei suoi dipendenti voleva dimettersi. Il dipendente in questione, ironicamente, era stato assunto dopo aver usato proprio i servizi di Momuri per lasciare il suo precedente lavoro. L’episodio ha fatto il giro dei social media giapponesi, diventando simbolo della crescente complessità e fragilità del rapporto tra lavoratori e datori di lavoro.
Giovani generazioni e salute mentale: un cambio di paradigma
I dati più recenti mostrano che circa il 50% degli uomini e il 60% delle donne con disturbi mentali legati al lavoro hanno tra i 20 e i 30 anni. Questa statistica evidenzia un cambiamento generazionale significativo: le nuove leve del mondo del lavoro giapponese stanno mettendo in discussione il modello tradizionale del salaryman, l’impiegato che dedica l’intera vita a un’unica azienda. Secondo uno studio pubblicato dal governo, il 26,8% delle persone che lavorano più di 60 ore settimanali sospetta di soffrire di depressione o ansia.
Nonostante le ore lavorative annuali in Giappone siano diminuite rispetto agli anni Novanta — quando superavano le 1.900 ore — nel 2023 si sono attestate a 1.636 ore, un aumento di 3 ore rispetto all’anno precedente. Tuttavia, il dato nasconde una realtà più complessa: secondo le statistiche, il 10,1% degli uomini lavora più di 60 ore settimanali, con picchi del 13,2% tra gli uomini sulla quarantina. Molte aziende continuano a chiedere ai dipendenti di nascondere le ore di straordinario effettive o i lavoratori lo fanno spontaneamente per paura di ritorsioni.
La primavera giapponese, stagione di nuovi inizi e assunzioni, è diventata paradossalmente anche il periodo di maggiore picco per le agenzie di dimissioni. Momuri ha registrato un raddoppio delle richieste nei primi giorni di aprile 2025, con molti neoassunti che decidono di lasciare il lavoro dopo pochi giorni, delusi dalla discrepanza tra le promesse fatte durante i colloqui e la realtà aziendale. Un consulente di Momuri ha raccontato di un cliente a cui il capo aveva detto, quando si lamentava di sentirsi male per l’anemia: “Dovresti leccare una padella”, riferendosi al ferro. Questo tipo di abuso verbale spinge sempre più giovani a cercare aiuto esterno.
Innovazione tecnologica e prospettive future
Di fronte a questa crisi, il Giappone sta sperimentando approcci innovativi per migliorare il benessere dei lavoratori. Alcune grandi aziende hanno iniziato a implementare politiche più umane. Toyota, ad esempio, ha limitato gli straordinari annuali a 360 ore e ha iniziato a inviare promemoria ai dipendenti per invitarli a lasciare l’ufficio entro le 19:00. Diverse startup tecnologiche stanno sviluppando strumenti di monitoraggio della salute mentale e app per la gestione dello stress lavorativo.
Il governo giapponese ha lanciato la campagna “Innovare il modo in cui lavoriamo”, promuovendo la settimana lavorativa di quattro giorni in alcune aziende pilota. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha riconosciuto ufficialmente il burnout come condizione medica, e nel 2021 l’OMS e l’Organizzazione Internazionale del Lavoro hanno stimato che circa 750.000 morti a livello globale siano riconducibili alla sindrome di Karoshi, definita come lavoro superiore alle 55 ore settimanali. Il fenomeno non è più confinato al Giappone: casi simili sono documentati in Corea del Sud, Cina e persino in Svezia, dove si stima che circa 770 lavoratori muoiano ogni anno per cause legate allo stress lavorativo.
Tra il 2006 e il 2022, il tasso di suicidi in Giappone è diminuito di oltre il 35%, un segnale incoraggiante che dimostra l’efficacia delle campagne di sensibilizzazione e delle politiche preventive. Tuttavia, il cammino verso una vera trasformazione culturale è ancora lungo. Iniziative come il Tenshoku Sodan Bar rappresentano più di una semplice tendenza: sono il sintomo di una società che sta lentamente riconsiderando il rapporto tra individuo e lavoro.
Il concetto giapponese di gaman — sopportare le difficoltà in silenzio — ha plasmato generazioni di lavoratori. Ma oggi, sempre più persone stanno comprendendo che lasciare un ambiente tossico non è un segno di debolezza, ma di consapevolezza. Quando un gran numero di persone lascia un’azienda, questo potrebbe spingere le imprese a riflettere sulle proprie condizioni lavorative e a migliorare l’ambiente, non solo i benefit pubblicizzati.
Il Tenshoku Sodan Bar, con le sue stanze private e i suoi consulenti professionisti, non risolverà da solo la crisi del lavoro giapponese. Ma offre qualcosa di prezioso: uno spazio di ascolto privo di giudizio, dove dire “basta” diventa finalmente possibile. E forse, in una società dove il silenzio è stato troppo a lungo scambiato per forza, questa è già una piccola conquista.

Direttore editoriale di nonewsmagazine.com | Il magazine dell’ozio e della serendipità.
Direttore responsabile di No News | La free press dell’ozio milanese.
Viaggiatore iperattivo, tenta sempre di confondersi con la popolazione indigena.
Amante della lettura, legge un po’ di tutto. Dai cupi autori russi, passando per i libertini francesi, attraverso i pessimisti tedeschi, per arrivare agli amori sofferti tra le campagne inglesi. Tra gli scrittori moderni tra i preferiti spiccano Roddy Doyle, Nick Hornby e Francesco Muzzopappa.
Melomane vecchio stampo, c’è chi lo chiama “il fondamentalista del Loggione”. Ama il dramma verdiano così come le atmosfere oniriche di Wagner. L’opera preferita, tuttavia, rimane la Tosca.




































