Immaginate una bambina che sorride alla telecamera in uno degli incroci più fotografati del mondo, il celebre Shibuya Crossing di Tokyo, con le sue strisce pedonali che si incrociano come vene di una metropoli pulsante. Un momento di gioia sospeso nell’aria, immortalato dai genitori. E poi, in pochi secondi, il corpo di una donna che la investe deliberatamente, la proietta a terra e prosegue la sua camminata senza nemmeno voltarsi. Quel video, ripreso a febbraio 2026, ha fatto il giro del mondo in poche ore. Ma ciò che ha sconvolto non è stata soltanto la violenza del gesto: è stato scoprire che quel gesto aveva già un nome.
Quando la folla diventa un’arma: chi sono i butsukari otoko
Il termine butsukari otoko designa quegli individui che deliberatamente collidono o danno spallate ad altre persone negli spazi pubblici affollati, tipicamente donne, in metropolitane, stazioni e grandi incroci pedonali. Non si tratta dell’inevitabile contatto fisico della ressa, di quell’attrito umano che appartiene alla fisiologia delle grandi città. A differenza dell’urto accidentale — il tai-atari — che avviene naturalmente nei treni affollati, questi incidenti sono atti di aggressione intenzionali mascherati da disattenzione.
Il fenomeno è entrato nell’attenzione pubblica nel maggio 2018, quando un video girato alla stazione di Shinjuku mostrò un uomo urtare deliberatamente una donna dopo l’altra, lasciandole disorientate sul marciapiede. La stazione di Shinjuku — la più trafficata del pianeta, con oltre tre milioni di passeggeri al giorno — era diventata il teatro perfetto per questa forma di aggressione invisibile. Ma il fenomeno, come il video del febbraio 2026 ha dimostrato, non è più esclusivamente maschile: il termine butsukari onna è ora usato per descrivere le donne che mettono in atto comportamenti analoghi.
Il profilo di chi urta: frustrazione, potere e anonimato urbano
Chi sono queste persone? I perpetratori sono spesso uomini di mezza età — denominati talvolta butsukari ojisan — che scelgono come bersaglio individui dall’aspetto più vulnerabile, in genere donne di corporatura minuta che sembrano poco inclini a reagire. Ma ridurre il fenomeno a una semplice questione anagrafica sarebbe una semplificazione che tradisce la sua complessità.
Commentatori e psicologi indicano come possibili motivazioni il desiderio di controllo, la rabbia repressa, lo stress accumulato o l’anonimato garantito dalle folle dense. Il Giappone è una società ad altissima pressione: aspettative lavorative soffocanti, rigidità delle gerarchie, una cultura del sacrificio personale che non lascia spazio all’espressione del disagio. Secondo sociologi e psicologi giapponesi, l’incertezza economica, la pressione sul luogo di lavoro e le aspettative sociali contribuiscono a un senso di impotenza in alcuni dei perpetratori. La folla anonima diventa così la valvola di sfogo di una tensione che non trova altri canali.
La trappola dell’ambiguità: perché è così difficile reagire
Ciò che rende il butsukari otoko particolarmente insidioso è la sua struttura stessa: un’azione che dura frazioni di secondo, camuffata dall’imprevedibilità del traffico pedonale. L’ambiguità è parte integrante della frustrazione: il perpetratore continua a camminare, nessuno interviene e la vittima rimane a chiedersi se stia immaginando l’intenzionalità del gesto.
Il fenomeno non è incluso nelle statistiche criminali giapponesi e, considerata la rapidità con cui accade e la facilità con cui può essere scambiato per un incidente, risulta in larga parte non denunciato. Tuttavia, i dati che esistono sono eloquenti: in un sondaggio del 2024 condotto su quasi 22.000 persone dalla società di consulenza IT MediaSeek, il 14% degli intervistati ha dichiarato di essere stato vittima di butsukari otoko e il 6% di averlo testimoniato.
Dal Giappone al mondo: quando un fenomeno locale diventa globale
L’incidente di Shibuya del febbraio 2026 ha avuto conseguenze immediate sul piano diplomatico e turistico. L’ambasciata cinese ha emesso avvertimenti ai turisti in Giappone, invitandoli a mantenere distanze di sicurezza, evitare l’uso dello smartphone mentre camminano e segnalare gli episodi alla polizia. Ma la portata del fenomeno va ormai oltre i confini giapponesi: la tendenza ha iniziato a diffondersi dal Giappone ad altre grandi città del mondo, come New York e Londra.
Sul piano legale, la questione è meno nebulosa di quanto la sua invisibilità sociale suggerisca. Esperti legali giapponesi chiariscono che il butsukari otoko configura un’aggressione ai sensi del diritto giapponese, con possibili accuse di lesioni personali e violazione delle ordinanze contro le molestie pubbliche. Il problema, ancora una volta, è a monte: quello che nessuno vede, nessuno denuncia.
Spingere o essere spinti: la posta in gioco culturale
C’è qualcosa di profondamente rivelatore, in questo fenomeno, che va al di là della cronaca. Il Giappone è spesso celebrato come modello di ordine urbano, cortesia pubblica e disciplina collettiva. Le sue metropolitane sono sinonimo di puntualità e rispetto. Eppure, sotto quella superficie levigata, qualcosa preme. Il butsukari otoko è forse la metafora più letterale possibile di una società che urta — contro sé stessa, contro i propri limiti, contro il peso invisibile di ciò che non può essere detto né gridato.
Una bambina sorride a Shibuya. Un corpo la travolge. Il mondo guarda. E si chiede se anche nelle proprie città, nei propri corridoi affollati, non stia accadendo qualcosa di simile — solo senza ancora avere un nome.

Curioso per natura, vivo la vita come se non ci fosse un domani.
Appassionato di enogastronomia e viaggi, racconto storie di sapori, tradizioni e culture attraverso itinerari culinari e destinazioni autentiche. Esploro territori, scopro vini, piatti e prodotti locali, condividendo esperienze sensoriali e consigli pratici per viaggiatori enogastronomici. Amo immergermi nelle tradizioni di ogni luogo, catturando l’essenza di culture diverse e facendo emergere il legame tra territorio e gastronomia. Con uno stile vivace e coinvolgente, trasformo ogni racconto in un’esperienza da gustare e vivere, ispirando chi desidera scoprire il mondo attraverso i suoi sapori autentici. Per me, viaggio e cucina sono strumenti di conoscenza e confronto, capaci di unire le persone e arricchire l’anima.



























