Nel buio di un laboratorio, sotto la luce fredda di una cappa sterile, uno scienziato impugna un’ansa da inoculo con la stessa delicatezza con cui un pittore sfiorava i pennelli sulla tela. Non sta preparando un esperimento. Sta creando un’opera d’arte. O forse entrambe le cose.

L’agar art — conosciuta anche come arte microbica — è una delle forme espressive più insolite e affascinanti emerse negli ultimi anni: un territorio di confine dove la microbiologia incontra l’estetica, dove colonie batteriche diventano pennellate e piastre di Petri si trasformano in tele viventi. Opere che crescono, evolvono e alla fine svaniscono, consumate dalla stessa vita che le ha generate.

Come nascono i dipinti fatti di microrganismi vivi

Il substrato di questi capolavori effimeri è l’agar, un gelificante di origine algale usato da decenni nei laboratori di microbiologia come terreno di coltura per batteri e funghi. Su questa superficie trasparente e nutriente, gli artisti-scienziati “seminano” microrganismi selezionati: batteri cromogeni, lieviti pigmentati, muffe dalle tonalità intense. Ogni ceppo produce colori diversi — dal bianco avorio al rosso carminio, dal giallo limone al viola intenso — e si espande seguendo le leggi della biologia, non quelle del caso.

Il processo richiede una doppia competenza che raramente convive nella stessa persona: la padronanza delle tecniche di laboratorio, necessaria per evitare contaminazioni e mantenere la sterilità, e una visione artistica capace di anticipare come le colonie si svilupperanno nel tempo. Un’opera di agar art non è mai del tutto sotto il controllo del suo creatore: i microrganismi hanno una propria agenda, e spesso l’opera finale sorprende anche chi l’ha concepita.

Il contest dell’ASM che ha trasformato i laboratori in gallerie

Il punto di svolta per questa disciplina è arrivato nel 2015, quando la American Society for Microbiology (ASM) ha lanciato il suo primo Agar Art Contest, una competizione annuale che ha rapidamente acquisito visibilità internazionale. Ogni anno, scienziati da tutto il mondo sottopongono le proprie opere — rigorosamente realizzate con microrganismi vivi su piastre di agar — a una giuria che le valuta sia per il valore scientifico sia per quello estetico. Le categorie includono ambienti naturali, figure umane, scenari astratti e molto altro.

Il contest ha avuto il merito di portare fuori dai laboratori una pratica che, fino ad allora, era rimasta confinata tra le mura della ricerca. Le immagini delle opere vincitrici sono diventate virali sui social media, attirando l’attenzione di un pubblico vastissimo, ben oltre la comunità scientifica. Non erano solo belle: erano perturbanti, nel senso migliore del termine. Costringevano chi le guardava a riconsiderare ciò che pensava di sapere sulla vita, sulla scala, sulla bellezza.

Rositsa Tashkova e l’albero di Natale che ha cambiato tutto

Prima ancora del contest ufficiale dell’ASM, a scatenare l’immaginazione collettiva era stata nel 2014 Rositsa Tashkova, biologa bulgara che aveva realizzato un albero di Natale interamente composto da colonie batteriche colorate. L’immagine di quell’albero — verde, sfavillante, decorato da puntini colorati che erano in realtà microrganismi vivi — fece il giro del web, accendendo per la prima volta l’interesse del grande pubblico verso questa forma d’arte ancora senza nome.

L’opera di Tashkova non era solo scenograficamente efficace: aveva qualcosa di profondamente poetico. In un periodo dell’anno in cui si celebra la vita, la luce e la rinascita, aveva scelto come medium proprio quelle forme di vita invisibili che popolano ogni angolo del pianeta, spesso ignorate o temute. Un omaggio alla complessità del vivente, nascosta in bella vista.

La scienza del colore: quali batteri si usano e perché

Non tutti i batteri sono uguali davanti a una piastra di Petri. Gli artisti microbici selezionano i propri “pigmenti” con attenzione quasi maniacale. Serratia marcescens produce una vivace sfumatura rossa grazie alla prodigiosina, un pigmento secondario che la bacteria sintetizza in condizioni specifiche di temperatura. Chromobacterium violaceum offre tonalità violette intensissime. Le muffe del genere Penicillium regalano il verde-azzurro che ricorda certi paesaggi nordici. Alcuni ceppi di Bacillus producono sfumature gialle o dorate.

La scelta dei microrganismi non è solo estetica: alcuni crescono lentamente, altri rapidamente, alcuni si espandono in modo uniforme, altri formano pattern frastagliati o concentrici. Il tempo diventa parte integrante del processo creativo: un’opera di agar art raggiunge la sua forma definitiva dopo giorni, talvolta settimane, e poi inizia lentamente a degradarsi. È arte performativa, nel senso letterale del termine.

Tra etica e biosicurezza: il lato meno visibile di questa disciplina

Dietro la superficie colorata di queste opere si nasconde un sistema rigoroso di norme etiche e di sicurezza. La stragrande maggioranza degli artisti microbici lavora con ceppi classificati come BSL-1 (Biosafety Level 1), ovvero microrganismi considerati non pericolosi per l’uomo in condizioni normali. Le piastre finite vengono sterilizzate prima di essere esposte o fotografate, rendendo l’opera biologicamente inerte ma visivamente intatta.

Questo aspetto è spesso sottovalutato dal grande pubblico, affascinato dall’estetica ma ignaro delle procedure che la rendono possibile. La bellezza dell’agar art poggia su un’infrastruttura invisibile di competenza, responsabilità e rigore scientifico. Non è arte per tutti: richiede una formazione specifica e l’accesso a strutture adeguate, il che spiega perché i suoi protagonisti siano quasi sempre microbiologi, ricercatori o studenti universitari.

Un linguaggio universale che parla di biodiversità e meraviglia

Al di là della tecnica, ciò che rende l’agar art culturalmente significativa è il messaggio implicito che ogni opera trasmette: il mondo invisibile è straordinariamente bello. In un’epoca in cui la relazione tra esseri umani e microrganismi è stata ridefinita — prima dalla crisi degli antibiotici, poi dalla pandemia da SARS-CoV-2 — questa forma d’arte offre una prospettiva alternativa. Non i batteri come nemici da sconfiggere, ma come partner creativi, come espressione della stessa forza generativa che muove la vita a tutte le scale.

Artiste come Mehmet Berkmen e Maria Peñil Cobo, tra i nomi più noti nel panorama internazionale dell’agar art, hanno più volte sottolineato come il loro lavoro serva anche a ridurre la distanza tra la scienza e il pubblico generale. Le loro opere sono state esposte in musei, pubblicate su riviste di tutto il mondo, usate come strumenti didattici nelle scuole. Una piastra di Petri, dunque, come finestra su un universo parallelo che ha sempre esistito, ma che quasi nessuno aveva pensato di guardare con occhi estetici.

Il futuro dell’arte microbica tra biotecnologia e nuovi media

Il campo è in rapida evoluzione. Ricercatori e artisti stanno esplorando l’uso di batteri geneticamente modificati capaci di produrre fluorescenza o colori non presenti in natura, aprendo possibilità cromatiche fino a ieri impensabili. Altri stanno sperimentando substrati diversi dall’agar tradizionale, o tecniche di preservazione che permettano di mantenere le opere più a lungo senza sterilizzarle.

L’agar art sta anche dialogando con la bioarte in senso più ampio — quel filone artistico che utilizza organismi viventi come medium — e con le questioni filosofiche che essa solleva: chi è l’autore di un’opera co-creata da esseri viventi? Qual è il confine tra arte e vita? Cosa significa bellezza quando il suo artefice non ha coscienza né intenzione?

Domande senza risposta, forse. Ma è proprio questo il potere dell’arte: trasformare l’inarticolabile in qualcosa che si può guardare, e per un momento, capire.