Alla Fondazione Scanavino di Milano, un’artista guatemalteca usa la propria carne come archivio politico. Accanto a un’opera censurata nel 1971, il silenzio diventa urlo.

Esiste un istante in cui il tempo si ritira e tutto ciò che rimane è un corpo. Un corpo disteso, coperto da un velo sottile e trasparente, leggermente intriso di rosso. Il petto che si alza e si abbassa: l’unico segno che separa la vita dalla statua, il presente dalla storia. Regina José Galindo, artista guatemalteca classe 1974, conosce il potere di quell’istante. Lo abita da trent’anni. Lo trasforma in atto politico, in denuncia, in memoria incarnata.

Il corpo come atto politico: una pratica radicale nata dal dolore

Galindo non rappresenta la violenza: la convoca. La sua è una pratica performativa che affonda le radici nella storia ferita del Guatemala, un Paese attraversato da una guerra civile durata trentasei anni — dal 1960 al 1996 — che ha lasciato dietro di sé oltre 200.000 morti e 45.000 desaparecidos, la maggior parte dei quali appartenenti alle comunità indigene Maya. La Commissione per il Chiarimento Storico dell’ONU ha definito quelle violenze un genocidio. Galindo porta quelle cifre nel proprio corpo.

La sua opera più celebre, ¿Quién puede borrar las huellas? (2003), la vide camminare a piedi nudi per le strade della Città del Guatemala lasciando impronte di sangue umano sull’asfalto: un gesto semplice, devastante, che denunciava la candidatura presidenziale di Efraín Ríos Montt, il generale responsabile delle più feroci campagne di sterminio contro le popolazioni indigene. Da allora, il suo lavoro non ha smesso di interrogare le strutture del potere, la violenza di genere, la cancellazione sistematica delle minoranze.

Il Cristo velato si fa carne: il dialogo con un capolavoro dimenticato

La performance milanese si svolge all’interno della Fondazione Emilio Scanavino, in Piazza Aspromonte 17, nel contesto della Art Week 2025. Il corpo di Galindo dialoga con un’opera straordinaria e a lungo dimenticata: Omaggio all’America Latina, creata da Alik Cavaliere e Emilio Scanavino nel 1971. Una griglia di rami in bronzo — opera di Cavaliere — intrecciata ai segni grafici di Scanavino, dove si leggono i nomi di chi ha combattuto e perduto la vita contro le dittature latinoamericane. Tra quei nomi, anche quello di Ernesto Che Guevara.

Il riferimento visivo al Cristo velato di Giuseppe Sanmartino — la scultura conservata alla Cappella Sansevero di Napoli — è immediato e potente: lì il marmo simula il tessuto, qui il tessuto si confonde con la carne. Ma se il capolavoro napoletano del 1753 invita alla contemplazione mistica, il corpo di Galindo impone una tensione diversa, più urgente, impossibile da eludere. Non è una pietà: è una testimonianza.

Censurata nel 1971, torna a vivere oggi: la storia dell’opera di Cavaliere e Scanavino

La storia di Omaggio all’America Latina è essa stessa una storia di rimozione. Selezionata per rappresentare l’Italia alla Biennale di San Paolo del 1971, l’opera fu censurata dalle autorità: smontata, imballata e rispedita in Italia senza che comparisse in alcun catalogo, senza documentazione fotografica, come se non fosse mai esistita. Un atto di cancellazione che rispecchiava, con ironia amara, proprio ciò che l’opera denunciava.

Oggi quell’opera torna visibile. E lo fa in un modo che ne moltiplica il senso: il corpo vivo di Galindo — artista latinoamericana, donna, discendente di una cultura millenaria perseguitata — si posa accanto a quei nomi incisi nel bronzo e li riattiva. Non è semplice esposizione: è un atto di resurrezione simbolica, un dialogo tra generazioni di resistenza.

L’arte della performance come archivio dei diritti negati

Nel panorama internazionale dell’arte contemporanea, Galindo occupa un posto singolare: è tra le voci più radicali di quella corrente che usa il corpo come archivio vivente della storia. Una genealogia che passa per Marina Abramović e Ana Mendieta, ma si distingue per la specificità geografica e politica del suo impegno. Il suo corpo non è un pretesto: è un documento.

Nelle sue performance, la sofferenza non è mai estetizzata. È resa presente, concreta, datata. In Perra (2005), si fece incidere sulla schiena la parola — offesa — con cui i soldati guatemaltechi chiamavano le donne indigene stuprate durante la guerra. In Mientras, ellos siguen libres (2010), rimase immobile mentre le venivano letti ad alta voce i nomi delle vittime di femminicidio. Ogni azione porta un peso specifico, una data, un luogo.

Milano come specchio: arte e memoria nella città che cambia

Che questa performance accada a Milano, e durante l’Art Week, dice qualcosa anche sulla città e sul suo rapporto con l’arte politica. La Fondazione Scanavino — nata per preservare e valorizzare il lascito dell’artista torinese, uno dei protagonisti dell’informale italiano — ha scelto di ospitare una mostra che non si limita a esporre opere: le rimette in moto. Le colloca in un presente che le interroga e che da esse viene interrogato.

In un momento in cui il dibattito sull’arte pubblica e impegnata torna al centro del discorso culturale europeo, il lavoro di Galindo ricorda che esistono storie che non possono essere archiviate. Storie che chiedono un corpo per essere raccontate, perché hanno attraversato corpi, li hanno spezzati, li hanno cancellati.

Quando il silenzio è più eloquente delle parole

Un’ora immobile. Nessuna parola, nessun gesto, nessuna spiegazione. Solo il respiro — quel confine invisibile tra il marmo e la carne, tra il ricordo e il presente. Regina José Galindo trasforma la Fondazione Scanavino in qualcosa che le gallerie raramente riescono a essere: un luogo dove la storia fa ancora male.

La mostra Omaggio all’America Latina è visitabile fino al 14 giugno 2025 presso la Fondazione Emilio Scanavino, Piazza Aspromonte 17, Milano.