Esiste una soglia oltre la quale la letteratura smette di essere intrattenimento e diventa qualcosa di più simile a un intervento chirurgico sul corpo della coscienza collettiva. Cadavere squisito di Agustina Bazterrica — pubblicato in Argentina nel 2017 con il titolo originale Cadáver exquisito, arrivato in Italia nel marzo 2024 grazie alla casa editrice Eris nella traduzione di Francesca Signorello — è esattamente quel tipo di libro. Non si legge, si sopravvive. Non si chiude, si porta con sé come un marchio.
Un’autrice che ha vinto il diritto di disturbare
Prima di entrare nel territorio minato del romanzo, vale la pena fermarsi un istante sulla figura della sua autrice. Agustina Bazterrica è nata a Buenos Aires nel 1974. Laureata in Arte presso l’Università di Buenos Aires, lavora come amministratrice culturale e ha fatto parte di giurie di concorsi letterari prestigiosi come il Premio Fondo Nacional de las Artes. Non è una voce d’esordio che cerca scandalo per farsi notare: è una scrittrice che ha costruito la propria autorità attraverso anni di scrittura, racconti brevi, saggi e romanzi. Cadavere squisito le è valso il Premio Clarín Novela 2017 — uno dei riconoscimenti letterari più importanti dell’America Latina — ed è stato successivamente candidato ai Goodreads Choice Award come miglior libro horror del 2020, ha vinto il Ladies of Horror Fiction Award come miglior romanzo dell’anno 2021, ed è stato inserito tra i migliori libri dell’anno dal Washington Post e da Vogue. Ad oggi conta oltre 600.000 copie vendute negli Stati Uniti e una traduzione in più di venti lingue. Numeri che, nel panorama della narrativa letteraria contemporanea, raccontano di un’opera che ha toccato qualcosa di profondo e universale.
La genesi del romanzo è essa stessa rivelatrice: Bazterrica ha dichiarato di aver elaborato l’idea dopo una visita a una macelleria dove i cadaveri degli animali erano esposti in vetrina, e in dialogo con il fratello Gonzalo, proprietario di un ristorante a Buenos Aires — a cui il libro è dedicato. È il momento in cui lo sguardo di un’artista si posa su qualcosa di ordinario e vede l’abisso nascosto sotto la superficie. Quel momento ha generato uno dei romanzi distopici più potenti degli ultimi decenni.
La trama: un mondo che ha scelto di non guardare
Il plot di Cadavere squisito è al tempo stesso semplice nella struttura e vertiginoso nelle implicazioni. Un virus letale — chiamato nel romanzo ggb — ha colpito tutti gli animali, sia domestici che selvatici, rendendo la loro carne inadatta al consumo umano. Di fronte alla catastrofe alimentare, i governi di tutto il mondo compiono un passo che nessuna civiltà avrebbe potuto immaginare di formalizzare: autorizzano la macellazione degli esseri umani. Nasce così un’industria regolamentata, con allevamenti, macelli, concerie, ristoranti gourmet — tutta una filiera produttiva che tratta il corpo umano esattamente come quello animale.
Al centro della narrazione c’è Marcos, uomo di mezza età che lavora in uno di questi macelli — un’attività di famiglia, si specifica, come se la normalizzazione riguardasse anche la storia personale, non solo quella collettiva. Marcos è divorziato dalla moglie Cecilia dopo la perdita di un figlio, si occupa con fedeltà quasi anacronistica del padre anziano ormai in una casa di riposo, in un mondo dove molti anziani finiscono direttamente al macello per saldare i debiti. Un giorno il suo capo gli affida una “testa speciale”: una giovane donna che Marcos battezza Jasmine, un nome — scelto in totale violazione del sistema — che diventa il primo atto di resistenza, la prima crepa nel muro dell’indifferenza.
Il linguaggio come arma di distruzione di massa
Se c’è un aspetto del romanzo che rimane inciso nella memoria con la precisione di un bisturi, è il modo in cui Bazterrica tratta il linguaggio. In questo mondo distopico, la legge proibisce esplicitamente di chiamare “umani” gli esseri destinati al macello. Vengono chiamati “teste”, “prodotti”, “carne speciale”. Il governo ha capito — e qui la Bazterrica mostra la sua lucidità politica — che nominare equivale a riconoscere, e riconoscere equivale a non poter più distruggere impunemente.
Questa intuizione trasforma Cadavere squisito in qualcosa di più di una distopia: diventa una riflessione potentissima su come il linguaggio costruisce e decostruisce la realtà morale. Il romanzo è, in questo senso, profondamente orwelliano — come ha notato il critico Taylor Antrim su Vogue, definendolo “affascinante e provocatorio nel modo in cui mostra fino a che punto la società potrebbe spingersi per deformare il linguaggio ed evitare le verità morali”. La neolingua di 1984 di Orwell trova qui una declinazione carnale, letterale, fisica: non si tratta di privare le parole di significato in modo astratto, ma di cancellare il significato di un corpo vivo attraverso il vocabolario con cui lo si nomina.
La prosa di Bazterrica asseconda e amplifica questa logica: è asciutta, chirurgica, quasi asettica. Le frasi sono brevi, precise, prive di ornamenti sentimentali. La narrazione in terza persona mantiene una distanza calibrata che, paradossalmente, rende l’orrore più claustrofobico di qualsiasi eccesso drammatico avrebbe potuto fare. Il Financial Times ha descritto questo stile come “una fredddezza totale che rende l’orrore ancora più inquietante”, e la definizione coglie nel segno.
Capitalismo e cannibalismo: una metafora che non si nasconde
Bazterrica ha dichiarato esplicitamente che Cadavere squisito “è una riflessione su cosa sia il capitalismo e come ci insegni a naturalizzare”. E la metafora è tutt’altro che velata: il sistema descritto nel romanzo — con i suoi allevamenti di esseri umani, la sua catena di distribuzione, i suoi ristoranti gourmet che servono tagli pregiati di carne umana — replica fedelmente le strutture del sistema di produzione capitalistico applicato all’industria zootecnica. Ciò che cambia è solo la specie del “prodotto”.
Questo parallelismo è il motore etico del libro. Non si tratta di un semplice esperimento mentale provocatorio — “e se mangiassimo gli esseri umani?” — ma di una domanda molto più scomoda: in che cosa la nostra attuale industria della carne differisce strutturalmente dal cannibalismo istituzionalizzato descritto nel romanzo? La risposta, per chi ha il coraggio di seguire il ragionamento della Bazterrica fino in fondo, è inquietante nella sua semplicità: differisce principalmente nella specie coinvolta e nel linguaggio usato per descrivere il processo.
Il romanzo è una denuncia dello specismo — quella forma di discriminazione che attribuisce valore morale differente agli esseri viventi sulla base della specie di appartenenza — condotta non attraverso un pamphlet etico ma attraverso la narrazione di un mondo in cui lo specismo si è semplicemente spostato di una tacca, includendo gli esseri umani tra le vittime di un sistema che prima riservava loro esclusivamente il ruolo di predatori.
Marcos: l’uomo che non può smettere di vedere
Il protagonista è costruito con una sottigliezza psicologica che va al di là del semplice portavoce di valori alternativi. Marcos non è un eroe della resistenza: è un uomo che lavora in un sistema che trova moralmente intollerabile, ma che non ha la forza — o la chiarezza — di uscirne. È corroso dalla colpa, svuotato dal lutto per il figlio perduto, isolato da una moglie che ha scelto la distanza come forma di sopravvivenza emotiva. Il suo rapporto con Jasmine — la giovane donna affidata alle sue cure — è l’unico spazio in cui qualcosa di simile all’umanità sopravvive, e la sua rappresentazione è tra le pagine più dense e moralmente ambigue del romanzo.
La figura del padre, ormai privo di lucidità in una casa di riposo, è un altro elemento di grande efficacia narrativa. In un mondo dove i funerali non si celebrano più e gli anziani spesso finiscono al macello per saldare i debiti, il gesto di Marcos di continuare a prendersi cura del padre — mentre sua sorella evita anche solo di fargli visita — assume il peso di un atto di resistenza silenziosa contro la logica del sistema. Come scrive Bazterrica nel romanzo, “suo padre è una persona integra, per questo è impazzito”: la follia, in questo mondo, è l’unica forma di integrità rimasta.
Le critiche: dove il romanzo mostra i suoi limiti
Un’analisi onesta non può ignorare le riserve che alcuni lettori e critici hanno espresso. Il ritmo del romanzo rimane sostanzialmente invariato per tutta la sua durata: quella stessa voce monocorde e asettica che è al tempo stesso il punto di forza stilistico del libro è anche, per alcuni, un elemento che toglie pathos alla narrazione, privandola dei guizzi emotivi che avrebbero potuto renderla ancora più devastante. La scelta è evidentemente deliberata — la calma dell’orrore è la calma di una società che non si scandalizza più — ma il confine tra efficacia stilistica e monotonia è sottile, e non tutti i lettori saranno disposti a percorrerlo fino in fondo.
Sul fronte del world-building, alcune critiche sono legittime: il romanzo si concentra sull’esperienza soggettiva di Marcos più che sulla costruzione dettagliata del sistema sociale e politico che regge questa distopia. Chi cerca la profondità narrativa di un universo alternativo pienamente dispiegato — sulla scia di Il racconto dell’ancella di Atwood — potrebbe restare insoddisfatto. Ma questa obiezione rischia di applicare al libro una categoria che non gli appartiene: Cadavere squisito non è costruzione di un mondo alternativo, è dissezionamento del mondo reale attraverso uno specchio deformante.
L’eredità: un romanzo che ha già cambiato qualcosa
Che Cadavere squisito sia entrato nel canone della distopia contemporanea è difficile da contestare. La sua traduzione in più di venti lingue, i premi internazionali, le recensioni entusiaste su testate come il New York Times, The Guardian, Le Monde e il Financial Times raccontano di un libro che ha attraversato i confini linguistici e culturali con una forza rara. Ma ciò che conta davvero, al di là dei numeri, è il tipo di traccia che lascia.
Cadavere squisito non lascia indifferenti. Non è possibile chiuderlo e tornare esattamente alle stesse abitudini di pensiero che si avevano prima di aprirlo. Pone domande che non ammettono risposte confortanti, e lo fa con la lucidità spietata di chi sa che la letteratura, per essere autentica, deve essere disposta a togliere, non ad aggiungere. A levare certezze, non a costruire consolazioni.
Il Guardian l’ha definito “una mannaia a doppio taglio”: colpisce la distopia che descrive, ma colpisce anche il lettore che si illude di essere al sicuro dall’altra parte della pagina. Le Monde ha scritto che Bazterrica offre “un ritratto sorprendente di un’umanità disposta a tutto pur di soddisfare se stessa, anche a spese della propria sopravvivenza”. Livres Hebdo l’ha indicata come “erede di Orwell”, con “una voce vivida quanto agghiacciante”.
Queste valutazioni non sono eccessivi entusiasmi critici: sono la certificazione che qualcosa, in questo libro, funziona a un livello più profondo di quello puramente narrativo.
Vale la pena leggerlo?
Cadavere squisito non è un romanzo per tutti, nel senso più nobile dell’espressione: non perché sia oscuro o elitario, ma perché richiede una disposizione — la disponibilità a essere disturbati, a portare a casa una domanda senza risposta, a guardare in faccia qualcosa che preferiremo continuare a non vedere. Se questa disponibilità c’è, allora il libro di Bazterrica è tra le letture più necessarie degli ultimi anni. Dopotutto, come recita una delle frasi del romanzo che più rimangono incise: “da che mondo è mondo, non facciamo altro che mangiarci a vicenda.” La domanda è solo se siamo abbastanza onesti da ammetterlo.

Cadavere squisito
Agustina Bazterrica
Eris. 2024 (250 pag.)






























