Il 1967 fu l’anno in cui tre miti viventi si trovarono nello stesso spazio e nel farlo ridisegnarono i confini tra arte, musica e autodistruzione. Una storia di potere, seduzione e genio.

La notte alla Factory che ispirò “People Are Strange”

C’è un momento preciso in cui la storia del rock incrocia quella dell’arte contemporanea, e quel momento ha un indirizzo: 231 East 47th Street, Manhattan. La Factory di Andy Warhol non era soltanto uno studio. Era un ecosistema, un organismo vivente fatto di specchi d’argento, fumo di sigarette, speed e ambizione, dove chiunque potesse diventare una superstar — almeno per i quindici minuti che Andy aveva profetizzato per tutti.

Quando Jim Morrison varcase quella soglia nella primavera del 1967, aveva ventitré anni, un contratto discografico con la Elektra, e l’aria di chi sa perfettamente di essere il più bello della stanza. I Doors avevano appena pubblicato il loro album di debutto, e New York — quella New York spietata e affamata — stava iniziando a capire chi era quell’apollineo figlio della California con gli occhi da predatore e le labbra da poeta. Ray Manzarek avrebbe raccontato anni dopo, in un’intervista con Ultimate Classic Rock, di come Morrison avesse trascorso una notte intera alla Factory, passando tra corpi addormentati, conversazioni surreali e quella strana sensazione di sospensione temporale che il luogo sapeva iniettare nei suoi ospiti. All’alba, Morrison era uscito solo, camminando a piedi da downtown verso il loro hotel a midtown, mentre il sole nascente tingeva le strade deserte di una luce irreale. Fu in quella passeggiata, osservando le figure che emergevano dalle bocche della metropolitana come fantasmi dell’underground — l’underground di Warhol, l’underground della città — che nacque “People Are Strange”, il brano che avrebbe aperto Strange Days, il secondo album dei Doors.

Andy Warhol e Jim Morrison: l’adorazione silenziosa di un voyeur

Il paradosso di Andy Warhol era questo: l’uomo che aveva trasformato il voyeurismo in estetica, che aveva fatto dell’osservare un atto creativo, era paralizzato dall’imbarazzo davanti al talento altrui quando non riusciva a metabolizzarlo attraverso l’obiettivo di una macchina fotografica o il filtro di una telecamera.

Secondo le testimonianze di Ray Manzarek e delle cronache dell’epoca — in particolare quelle raccolte dal cultural historian Bob Batchelor nel suo Roadhouse Blues — Warhol era rimasto talmente intimidito da Morrison al loro primo incontro all’Ondine Discotheque sulla 59ª Strada che aveva trascorso la serata bisbigliando tra sé e sé, evitando sistematicamente il cantante. Era stato, come Manzarek avrebbe detto in seguito, un colpo di fulmine unilaterale. “It was love at first sight on Andy’s part”, avrebbe ricordato il tastierista. Warhol voleva Morrison nei suoi film, lo immaginava circondato dalle sue “girls” della Factory, voleva catturare quella presenza magnetica e farne un’icona pop come aveva fatto con le zuppe Campbell’s e con Marilyn Monroe.

Morrison, dal canto suo, aveva l’atteggiamento di chi è abituato all’adorazione e sa come utilizzarla. Quando Warhol gli regalò un prezioso telefono d’avorio e oro, simbolo grottesco e splendido dell’opulenza kitsch warholiana, Morrison lo tenne abbastanza a lungo da capire cosa significasse, poi lo scaraventò in un cassonetto della spazzatura durante un giro in limousine. Era una risposta — o forse solo una dichiarazione di indipendenza da ogni forma di addomesticamento.

Nico: la donna che veniva dal freddo

In questo universo popolato di ego colossali, Nico era qualcosa di completamente diverso. Nata Christa Päffgen a Colonia nel 1938, cresciuta nella Berlino del dopoguerra, aveva attraversato la moda, il cinema — Federico Fellini l’aveva notata per La Dolce Vita — e infine la musica, prima con un singolo prodotto dal giovanissimo Jimmy Page e con l’accompagnamento di Brian Jones dei Rolling Stones, poi attraverso la porta che contava davvero: quella della Factory.

Warhol la vide e capì immediatamente. Non solo per la sua bellezza statuaria, quella carnagione lunare e quei lineamenti da statua nordica che sembravano scolpiti per l’eternità, ma per qualcosa di più sottile: un’aria di malinconia aristocratica, di distanza fredda che era essa stessa un’estetica. La inserì nei Velvet Underground, il gruppo che stava gestendo insieme a Lou Reed, John Cale, Sterling Morrison e Maureen Tucker. L’album che ne uscì — The Velvet Underground & Nico, pubblicato nel marzo del 1967 con quella copertina con la banana gialla staccabile disegnata dallo stesso Warhol — avrebbe venduto pochissimo al momento dell’uscita ma avrebbe cambiato la storia della musica. Come avrebbe detto Brian Eno con la sua consueta lucidità, forse non lo comprò quasi nessuno, “but everyone who bought it formed a band”.

Nico cantava “Femme Fatale”, “I’ll Be Your Mirror”, “All Tomorrow’s Parties” con una voce bassa e ipnotica, un contralto che sembrava provenire da un altro tempo, da una cantata di Bach filtrata attraverso le strade di una città in rovina. Lou Reed la ammirava e la detestava in egual misura. Non era una musicista nel senso tecnico del termine; era qualcosa di più difficile da definire — una presenza, un’intensità emotiva che si traduceva in suono.

L’incontro impossibile: Morrison e Nico nell’estate del 1967

Quando i Doors tornarono a New York nell’estate del 1967, stavano vendendo più dischi a settimana di quanti i Velvet Underground ne avrebbero venduti in tutta la loro carriera. L’equilibrio di potere nella stanza era chiarissimo, e Morrison lo sapeva. Quando vide Nico, secondo le cronache dell’epoca riportate da Louder Sound, la volle immediatamente. Amava il suo accento berlinese denso come nebbia, il fatto che fosse più grande di lui, la sua connessione con Warhol, il suo passato europeo con Fellini. Amava soprattutto quella sensazione di incontrare qualcuno che non aveva bisogno di essere conquistato perché viveva già in un mondo tutto suo.

La loro fu una liaison breve e tormentata. Nico, dal canto suo, secondo quanto riferito da fonti dell’epoca incluse nel documentario Nico Icon e nel libro-reportage del pubblicista Danny Fields, era ossessionata da Morrison in un modo che superava la semplice attrazione fisica. Aveva tinto i capelli di rosso per lui — Morrison aveva una predilezione per le rosse, come la sua compagna di vita Pamela Courson. Aveva fatto a Morrison la proposta di matrimonio, e lui aveva riso. Lei lo aveva schiaffeggiato. Era quel tipo di rapporto.

Ma c’era qualcosa che Morrison le aveva dato di più duraturo di qualsiasi promessa: l’aveva incoraggiata a scrivere le proprie canzoni. Fino ad allora Nico aveva cantato testi altrui — di Lou Reed, di Bob Dylan, del giovanissimo Jackson Browne che contribuì con tre brani al suo album solista Chelsea Girl, uscito nell’ottobre del 1967. Fu in parte grazie a quelle sessioni di peyote nel deserto californiano, dove Morrison le parlava di poesia e di libertà creativa, che Nico cominciò a credere di poter essere un’autrice. Il risultato sarebbe arrivato nel 1969 con “The Marble Index”, prodotto da John Cale, un’opera radicale e inclassificabile che molti considerano il suo capolavoro.

Il triangolo e la sua eredità: arte, rock e il mito della Factory

Quello che accadde tra Morrison, Nico e Warhol nel 1967 non fu semplicemente una serie di incontri tra personalità eccentriche. Fu la collisione di tre diverse filosofie dell’eccesso: Morrison che cercava la dissoluzione del sé attraverso Dioniso, il vino, la parola; Nico che sublimava il dolore in un’estetica del freddo e della distanza; Warhol che trasformava tutto in superficie, in immagine, in prodotto replicabile — comprese le vite altrui.

La Factory era il luogo in cui queste filosofie si incontravano senza necessariamente trovare sintesi. Era uno spazio dove il genio e l’autodistruzione erano due facce della stessa medaglia, dove la bellezza era una forma di potere e il potere era sempre in negoziazione. I Warhol Superstars — quella cerchia di personalità che gravitava attorno alla Factory e che Warhol promuoveva attivamente — rappresentavano una versione alternativa della celebrità: non la fama costruita dalle major discografiche o da Hollywood, ma qualcosa di più selvaggio, più ambiguo, più pericoloso.

Dei tre protagonisti di questa storia, nessuno avrebbe avuto una vecchiaia serena. Jim Morrison morì a Parigi il 3 luglio 1971, a ventisette anni, trovato nella vasca da bagno dell’appartamento di Rue Beautreillis. Nico morì il 18 luglio 1988 a Ibiza, cadendo dalla bicicletta, consumata da decenni di eroina. Andy Warhol sopravvisse a un attentato nel 1968 — Valerie Solanas gli sparò due volte alla Factory — ma morì nel 1987 per complicazioni postoperatorie dopo un’operazione alla cistifellea, a cinquantotto anni.

Eppure la musica che orbita attorno a questo triangolo — Strange Days, The Velvet Underground & Nico, Chelsea Girl, The Marble Index — non è invecchiata. È ancora lì, lucente e inquietante come l’argento sulle pareti della Factory, a ricordarci che i momenti in cui il talento incontra il pericolo producono qualcosa di irripetibile.

“Every song was a cry in the dark,” disse Nico una volta, parlando della sua musica. Forse anche questo incontro lo fu — un grido nel buio splendente della New York psichedelica, un momento in cui tre solitudini si sfiorarono senza mai davvero toccarsi.