Dal 7 all’11 ottobre, nelle sale, una notte d’estate del 1986 torna a farsi rumore. Il film-concerto Queen Budapest riporta davanti al pubblico di oggi il 27 luglio 1986, quando al Népstadion Freddie Mercury, Brian May, Roger Taylor e John Deacon suonarono per una folla immensa in un Paese ancora sotto un regime comunista, dietro la Cortina di Ferro. Girato su pellicola 35mm da János Zsombolyai e restaurato in 4K nello studio neozelandese di Peter Jackson, non è soltanto un concerto ritrovato. È la storia di un baratto che sembrava impossibile, di sedici direttori della fotografia che fermarono un’intera industria cinematografica e di un cantante con qualche parola ungherese scritta sulla mano.

Queen Budapest al cinema dal 7 all’11 ottobre: cosa è stato restaurato

Partiamo da ciò che vedrete in sala. I negativi originali in 35mm sono rimasti per quasi quarant’anni nell’archivio del National Film Institute di Budapest, al sicuro ma di fatto invisibili. Per il restauro sono stati prima digitalizzati in 4K dall’NFI FilmLab della capitale ungherese, poi spediti dall’altra parte del mondo, a Park Road Post Production, il polo di postproduzione di Peter Jackson in Nuova Zelanda. L’operazione è nata come collaborazione tra Sony Music Vision e NFI.

Il film, firmato da János Zsombolyai, ha aperto il Budapest Classics Film Marathon il 15 settembre all’Uránia Nemzeti Filmszínház e arriva nei cinema di tutto il mondo dal 7 ottobre, con l’audio rimissato dalle registrazioni multitraccia originali. In Ungheria la distribuzione è affidata a Pannónia Entertainment.

Il CEO di Park Road, David Tingey, ha raccontato che il risultato non ha nulla di meccanico: «non è passarlo attraverso un’IA e via», ha spiegato, ma un lavoro che richiede mesi e procede shot per shot. Stabilizzazione delle immagini, nitidezza, correzione del colore, pulizia da graffi, disturbi e grana. Il premio, secondo lui, sta nei dettagli: nelle vecchie copie che circolano online tutto appare mediocre, mentre qui si vedono il sudore sul volto di Mercury e le sue espressioni.

La Magic Tour e l’unica tappa oltre la Cortina di Ferro

Per capire perché Budapest fu un evento irripetibile bisogna partire dalla Magic Tour del 1986, a supporto dell’album A Kind of Magic. Fu l’ultimo tour dei Queen con la formazione originale e, tra tutte le date, solo quella ungherese si tenne nel blocco orientale: tutte le altre furono in Europa occidentale. Roger Taylor lo ha ricordato più tardi con semplicità: era la band al suo picco, e di quel tour restano grandi ricordi.

La data ungherese portò con sé qualcosa che nessun’altra tappa aveva. Secondo il comunicato della band, fu il primo grande spettacolo rock di uno stadio occidentale dietro la Cortina di Ferro, in un periodo di cambiamenti politici e culturali profondi. L’Ungheria di quegli anni, pur dentro il Patto di Varsavia, viveva una relativa apertura culturale rispetto ad altri Paesi del blocco: abbastanza da rendere pensabile l’evento, non abbastanza da renderlo facile.

Un Paese che conosceva i Queen solo dalle cassette

Per molti fan ungheresi la musica dei Queen aveva viaggiato per anni su cassette illegali. Brian May ha ripensato a quella condizione come a qualcosa di quasi assurdo: ascoltare gruppi rock come loro era proibito, e l’idea di vederli suonare dal vivo sembrava impensabile. Quando il concerto diventò realtà, per il pubblico e per la band fu un enorme momento emotivo, con un’energia che May ha descritto come irripetibile.

Anche Taylor ha insistito su questo punto: ai Queen piaceva pensare che la musica potesse trascendere la politica e le sue barriere, e che il pubblico dovesse sentirsi parte dello spettacolo. A Budapest quel principio smise di essere una filosofia da palco e diventò un fatto concreto.

Il baratto: un film in cambio di un concerto

Tutto cominciò dietro le quinte, con un uomo: Hegedűs László, nato nel 1948, il promoter che aveva portato in Ungheria artisti come Genesis, U2, Elton John, Santana, AC/DC e Bob Dylan. Raccontò di aver conosciuto Mercury al Live Aid del 1985, dove lavorava come volontario, e di aver ricevuto da Jim Beach e da May l’invito a farsi sentire per un’eventuale data a Budapest. Nel novembre 1985 fu convocato a Londra per discutere il tour estivo e preparò un preventivo. Guardando i numeri, ricordò, capì che in Ungheria sarebbero svenuti tutti.

Il cachet della band era cinque o sei volte superiore a quello degli artisti che allora si esibivano al Budapest Sportcsarnok, pur restando molto sotto le tariffe dell’Europa occidentale. I Queen accettarono di suonare per circa la metà del loro compenso abituale. Ma i biglietti venduti in Ungheria non potevano comunque coprire le spese. Hegedűs ebbe allora l’idea che cambiò tutto: girare un film del concerto e usarlo come moneta di scambio.

Jim Beach accettò. L’accordo divise i diritti: ai Queen quelli di distribuzione occidentali, all’industria cinematografica ungherese quelli per il blocco orientale, cioè Patto di Varsavia, Unione Sovietica e Cina. Il responsabile della produzione, Mihály György, ha ricordato che all’inizio il film si reggeva solo su una stretta di mano: il contratto firmato riguardava il concerto, non le riprese.

Il via libera politico tra diffidenze e valuta estera

Restava un ostacolo concreto: la valuta estera. Per procurarla servì il coinvolgimento di tutte le aziende statali competenti, e le riunioni videro attorno a un tavolo funzionari di enti come l’IPV, l’IRI, il Népstadion e l’ORI. Fu proprio dall’ORI, l’ufficio nazionale degli eventi, che arrivò l’opposizione più dura: un funzionario sostenne che, con gli ospedali a corto di medicinali, spendere valuta pregiata per un concerto rock fosse inaccettabile.

La spuntarono i sostenitori dell’evento. Secondo il racconto di Hegedűs, il via libera arrivò grazie all’intervento di Schmitt Pál, allora segretario generale del Comitato Olimpico Ungherese, e di Berecz János, segretario della propaganda del Comitato Centrale. Il fotografo ufficiale dei Queen, Denis O’Regan, ha aggiunto un dettaglio rivelatore: le autorità non vollero altre date perché temevano che quella musica diventasse «un po’ troppo popolare e sovversiva».

Cinque giorni a Budapest prima del concerto

La band si fermò in città per cinque o sei giorni, un soggiorno insolitamente lungo per gli standard del tour. O’Regan ha descritto la folla di fan sulla riva del Danubio al loro arrivo come qualcosa di simile alle scene dei film dei Beatles. Le cronache ungheresi raccontano di Mercury a Szentendre, a caccia di opere d’arte tra gallerie e antiquari, di May in volo in mongolfiera sopra la città e di Taylor sul circuito dell’Hungaroring, appena riaperto.

Non erano semplici gite. Le telecamere seguirono i Queen in tutte queste escursioni, e le immagini furono montate come intermezzi narrativi tra una canzone e l’altra nel film del concerto. Prima di salire sul palco, insomma, la band stava già girando il suo racconto di Budapest.

Una notte al Népstadion: dal buio alla luce

Il Népstadion era una costruzione colossale: eretto tra il 1948 e il 1953 con il lavoro di molti volontari, inclusi soldati, e inaugurato il 20 agosto 1953, ospitava più di centomila persone nella sua configurazione iniziale. Nel 2002 fu intitolato a Ferenc Puskás e nel 2017 demolito per far posto alla nuova Puskás Aréna. Il palco di quella sera era lungo 53 metri. I biglietti, 80.000 secondo le fonti ufficiali della band, andarono esauriti.

Il cineoperatore Szabó Gábor ha ricordato l’istante prima dell’inizio: il primo brano partì con un volume tale che le assi del palco tremavano sotto i suoi piedi, e il suono gli risuonava nello stomaco, nel buio. Lo stadio era completamente oscurato, tra fischi e urla del pubblico. Poi una luce accecante, e Freddie apparve al centro del palco.

La scaletta contò 23 brani: si partì con One Vision e si arrivò, passando per Under Pressure, Who Wants to Live Forever, Love of My Life, Bohemian Rhapsody, Radio Ga Ga e We Will Rock You, a We Are the Champions e a God Save the Queen. In mezzo, un brano che nessun altro stadio avrebbe mai sentito.

Tavaszi szél vizet áraszt: quando lo stadio cantò con Mercury

È il momento che Budapest ha scelto come simbolo di quella notte. Nella parte acustica, con la sola chitarra di May, Mercury cantò in ungherese Tavaszi szél vizet áraszt, che significa «il vento di primavera fa traboccare l’acqua»: un canto popolare di origine moldava-csángó, raccolto nel 1930 dal compositore ed etnomusicologo Sándor Veress.

Dietro quei pochi minuti c’era una preparazione notturna. Hegedűs raccontò di aver fatto da cavia a Mercury nella suite dell’Hotel Intercontinental, a notte fonda, per correggere la pronuncia di un cantante che doveva ripetere la melodia più e più volte. Sul palco, secondo il ricordo di Roger Taylor, Freddie aveva le parole trascritte foneticamente sul dorso della mano; le fonti ungheresi parlano invece del palmo. In entrambi i casi, quelle parole erano sulla sua pelle.

La reazione fu immediata. Il pubblico, sorpreso, si trasformò quasi subito in un coro fragoroso: lo stadio cominciò a cantare con lui. Taylor ha ricordato che in quell’istante la band capì quanto la musica potesse davvero essere una grande causa. May, che aveva imparato il pezzo insieme a Mercury, lo ha definito forse il momento più memorabile di tutti, con una frase rimasta celebre: «Non un occhio asciutto!». Anche Andor Tamás, il cineoperatore sistemato sotto i tamburi, sentì il pubblico cantare il Tavaszi szél insieme a Mercury da lì, e lo ricorda come un momento bellissimo.

Per gli ungheresi presenti il gesto ebbe un peso che andava oltre la musica. La Casa della Musica Ungherese lo ha descritto come l’istante in cui le mura erette dal sistema tra i due mondi sembrarono incrinarsi, mentre Anita Orbán, durante le celebrazioni dell’anniversario, ha parlato di un «terremoto culturale».

Sedici direttori della fotografia, diciassette cineprese, quaranta chilometri di pellicola

Mentre sul palco accadeva tutto questo, sotto e intorno al palco lavorava la più grande macchina cinematografica mai vista in Ungheria. Il concerto fu ripreso in 35mm, con 16 direttori della fotografia al lavoro su 17 macchine da presa: la diciassettesima, installata in alto di fronte al palco, serviva per le inquadrature grandangolari estreme. La squadra era guidata da Ragályi Elemér, descritto dalla critica come un comandante alla testa di un esercito di operatori.

I numeri sono impressionanti. Le fonti della band parlano di 25 miglia di pellicola, circa 40 chilometri. Il materiale Eastman valeva 100.000 dollari, secondo Mihály György, una cifra enorme per l’epoca. E Hegedűs ha spiegato un dettaglio che rende l’impresa quasi epica: quelle macchine erano tutte le cineprese 35mm adatte ai lungometraggi disponibili in Ungheria. Anche volendo, quel giorno nessun altro film in Ungheria avrebbe potuto girare. La Mafilm mise a disposizione anche tutto il suo parco di luci, per illuminare il pubblico in modo che restasse visibile nonostante la potenza dell’impianto di scena.

Le condizioni di lavoro erano brutali. Ogni caricatore conteneva venti minuti di pellicola, e andava sostituito da una squadra dedicata. Andor Tamás, premio Balázs Béla, ebbe la postazione più estrema: sotto i tamburi, senza alcuna protezione per le orecchie, senza auricolari né walkie-talkie e senza alcun segnale su come stessero andando le riprese. Accanto a lui sedeva una persona che infilava i caricatori nei sacchi man mano che venivano cambiati. Tamás ha ricordato di non aver visto il concerto nemmeno per un istante da davanti: vedeva soltanto Mercury correre avanti e indietro sul palco, di spalle. Ha accettato, ha detto, soprattutto per dare una mano a un collega, e il senso di orgoglio, alla fine, era chiaro: l’avevano fatto loro, non filmmaker occidentali.

Montaggio, suono e il sistema 4×4: come nacque il film

Dopo il concerto cominciò un’altra maratona. Il registro audio fu affidato a uno studio mobile tedesco, il camion di Dieter Dirks, richiesto espressamente dalla band, e il suono fu poi sincronizzato con le immagini tramite timecode. Alla regia c’era János Zsombolyai, diplomato alla scuola di teatro e cinema di Budapest nel 1961 e direttore della fotografia di A tanú (The Witness), la satira del regime di Rákosi bandita per oltre un decennio e poi presentata a Cannes nel 1981.

Il film fu prodotto da Dialóg Filmstúdió con il finanziamento della Mafilm, la principale casa di produzione statale. Zsombolyai scelse un metodo insolito: cinque gruppi di montaggio in cinque sale indipendenti, ciascuno con un assistente, senza un montatore capo e senza gerarchie. Secondo le fonti, l’industria ungherese non aveva mai avuto così tanti montatori sullo stesso film multi-camera, né li avrebbe più avuti.

Per vedere insieme tutte le macchine, Szabó Gábor, uno dei cineoperatori, ideò un sistema di split-screen 4×4: proiettarono l’immagine di ogni camera e la registrarono rimpicciolita in una casella di una griglia di sedici. Non c’era modo di farlo digitalmente, perciò le immagini furono sovrapposte una dopo l’altra. Il processo durò una settimana e fu definito laborioso e primitivo, ma funzionò.

La sincronizzazione fu un altro rompicapo: al concerto non c’era stata la claquette, quindi montatori e assistenti dovettero abbinare immagine e suono guardando il movimento delle labbra e dei gesti sugli strumenti. Il primo montaggio durava quasi due ore; la versione finale fu di 1 ora e 31 minuti, pronta per la prima prevista a dicembre. Alcuni brani, come Hello Mary Lou, furono tagliati perché di quel pezzo era stata girata pochissima pellicola.

Il restauro: quarant’anni dopo, il sudore sul volto di Mercury

Questo materiale, nato in fretta e con mezzi quasi artigianali, ha oggi una seconda vita. Tingey ha definito il restauro «magia, davvero»: l’idea di sbloccare un film di quarant’anni fa e vederlo improvvisamente respirare. Il lavoro è stato lungo anche perché fatto a mano, sul singolo fotogramma, senza scorciatoie automatiche.

Brian May ha elogiato il lavoro della squadra di Peter Jackson, parlando di un’immagine «pristina» e di una qualità che lascia senza fiato. A suo avviso, sul grande schermo, e in particolare in IMAX, sarà l’esperienza più reale dei Queen ai tempi d’oro: il pubblico si perderà nel film fino a dimenticare di guardarne uno. Jackson, da fan di lunga data, ha parlato di un raro privilegio e della possibilità di far vivere a un pubblico nuovo l’ultima esibizione live della band originale catturata su pellicola, chiudendo con un laconico «Vi faranno rockare!».

Perché Budapest 1986 conta ancora

Due settimane dopo Budapest, il 9 agosto 1986, i Queen salirono sul palco di Knebworth, in Inghilterra: fu l’ultima data live della band con Mercury. Il cantante morì a Londra nel 1991, a soli 45 anni. Per questo il film di Zsombolyai, oltre a essere un documento musicale, è una finestra sull’ultimo capitolo della band originale, e su una serata che tenne insieme due mondi separati da una frontiera.

Nel 2016, parlando con la rivista ungherese HVG, Brian May aveva ripensato a quella notte come a «un passo nell’infinito». Oggi, grazie a un’operazione di restauro che unisce l’archivio di Budapest e gli studi di Peter Jackson, quello stesso passo si può rivedere sul grande schermo. Sudore, sguardi, un’intera folla che canta in una lingua che non è la sua: tutto quello che nel 1986 sembrava impossibile, in sala torna a sembrare vero.