#Aquarius: “Scolpire il tempo”

Il dramma brasiliano del regista Kleber Mendonça Filho che racconta le lotte di una donna forte in difesa dei suoi spazi. Presentato in concorso al festival di Cannes, Aquarius è al cinema il 15 dicembre.

Clara, critico musicale in pensione, vive in un vecchio edificio chiamato Aquarius sul lungomare di Recife. Una grande compagnia edilizia ha comprato tutti gli appartamenti dell’Aquarius per costruire un grande grattacielo, escluso quello di Clara perché la donna non è disposta a trattare per la vendita, legata alle sue mura trasudanti di ricordi.

Kleber Mendonça Filho apre il suo racconto con un prologo ibrido, un po’ intimo e un po’ visionario, per certi versi evitabile. C’è Clara che è sopravvissuta alla sua malattia, i figli, vicini, amici nipoti e la vecchia e arzilla zia che ricorda, mentre i nipotini leggono la letterina, i migliori momenti sessuali vissuti con il compagno, momenti che gravitano attorno alla superficie di un vecchio mobiletto anonimo, teatrino di peccaminose visioni. Di tutto ciò, in Aquarius, viene mantenuto solo il mobiletto.

Clara vive nell’edificio chiamato Aquarius, unica inquilina dell’intero stabilimento vecchio e logoro, abitato solo dai ricordi e la fedele domestica. Sono tante le pressioni dell’impresa edilizia, le minacce velate, i finti sorrisetti del giovane Diego che sta puntando tutta la sua carriera sul suo progetto. Ma Clara è una donna determinata e in Aquarius ci resta. Appresa la trama principale viene difficile credere che una storia come questa faccia uso di 140 minuti di proiezione per raccontarsi. Dov’è la perdita? Dove sono gli sprechi? La risposta è semplice: non ce ne sono affatto. Aquarius scolpisce tempo.

sostieni No#News e visita il nostro sponsor

Premettendo che ciò che segue in questo articolo fa riferimento ad una “certa” visione di cinema, o meglio di ciò che il cinema dovrebbe essere idealmente, con “Scolpire il tempo” si fa un diretto rimando ad un testo scritto dal regista A. Tarkovskij in cui è esposta una condivisibile visione di cinema “ideale”. Un buon cinema è quello che si avvicina maggiormente alla realtà, immortalandola, facendo del tempo la propria unità specificante. Aquarius racconta la vita, o meglio, una vita, una porzione d’esistenza di Clara. A tratti documentaristica, la pellicola brasiliana è asintotica, tende alla realtà all’infinito senza toccarla mai del tutto, pur essendovi molto vicina. Il thriller edilizio, così come è stato da alcuni definito, è semplicemente un appiglio, un cavillo narrativo con cui Kleber Mendonça Filho immerge il suo spettatore nella vita di una donna borghese, un po’ arcigna a tratti, divisa tra la solitudine e la festa, il sesso giovane, le passeggiate sulla spiaggia e le attenzioni di un altro vedovo come lei. Aquarius racconta sì di libertà, di mancanze, di ricordi, sesso, amore e denaro. Per mostrare tutto ciò tuttavia è necessario un elemento ben più importante, sostrato narrativo dell’intero progetto: il tempo.

Aquarius non diverte e non ha la pretesa di farlo. Aquarius racconta una vita , nel modo migliore possibile, senza disintegrare lo spettatore (vedi Lav Diaz). Che questa vita piaccia o meno non è affare importante. Kleber Mendonça Filho ha centrato il segno alla grande, purché condivisa sia “questa visione” del cinema.